Tre libri sopra il cielo

Blog dedicato alla letteratura M/M e Lgbt in tutte le sue sfaccettature

Sette giorni e poi… di Cristina Bruni

In occasione del MM Romance Meeting, Russell e Reginald sono tornati a trovarci…
Grazie a Cristina Bruni e alla Casa Editrice Triskell per questo bellissimo regalo!

sette giorni

Tre settimane.
Erano già passate tre settimane dall’ultima volta che si erano visti. Da quando, affacciato alla finestra della camera degli ospiti, con la tenda che gli celava in parte il viso, aveva visto Reginald salire su un cab nero e lasciare casa sua.
Tornei diversi li avevano tenuti separati ai due angoli del mondo, poi una bronchite atipica aveva messo al tappeto (o, meglio, nel letto) Reginald, mentre si trovava a casa dei suoi.
Russell non avrebbe mai detto che Reggie gli sarebbe mancato così tanto, eppure era così.
Aveva sempre detestato dipendere da qualcosa, o da qualcuno.
Per prima c’era stata la dipendenza da Ally, la sua sorella gemella, quando lei portava le trecce e lui i calzoni corti. Poi quella ingombrante, pesantissima da sua madre. Infine, quella che aveva rappresentato il più grande errore della sua vita, Danielle, con tutte le menzogne che assieme sceglievano di raccontare ogni giorno al mondo intero.
Era dipendente anche dal golf, ma quella, tra tutte, era forse quella più sopportabile, quella che gli permetteva di sopravvivere. Immergersi nel rilassante verde dell’erba con una mazza tra le mani e il vento che cullava i suoi movimenti era l’unica cosa che lo spingeva ad andare avanti, aggrappato a quella vita fatta di bugie e mezze verità.
E ora era arrivato Reggie Weston.
Un’altra dipendenza.
La novità era che, per la prima volta nella vita, sentirsi dipendente non solo gli offriva sollievo, ma addirittura lo faceva sentire felice, restituito al mondo.
Era quel genere di dipendenza che ti faceva fiorire sul viso un fanciullesco sorriso innamorato quando, allungando una mano nel letto al mattino, sfioravi il corpo caldo e addormentato della persona amata o, ancora, che ti rendeva appagato come un pazzo anche dopo aver ricevuto un semplice sms. Soprattutto, che ti permetteva finalmente di guardarti allo specchio senza provare disgusto verso te stesso.
Perciò, dopo tre settimane senza che i suoi occhi si fossero posati anche solo una volta su Reginald, Russell iniziava a sentirsi insofferente, quasi alla stregua di un drogato senza la sua dose.
Avrebbero avuto una notte, una soltanto.
Moriva dalla voglia di stringere Reggie tra le braccia, strofinare il naso contro la morbida pelle del suo collo, inebriarsi del suo profumo. Voleva smarrirsi in quello sguardo incredibilmente verde, seguire con un dito il percorso dei piccoli nei che gli impreziosivano la schiena e, perché no, succhiare con avidità la sua lingua fino a quando…
«La prima a sinistra.»
La voce di mamma Emily lo fece trasalire sul penultimo scalino. Si voltò e rivolse alla signora Weston uno sguardo confuso.
«La camera di Reginald. È la prima porta a sinistra,» spiegò Emily, sorridendogli dal fondo delle scale. Gli strizzò l’occhio, poi sparì in salotto.
Russell si umettò le labbra: già adorava quella donna…
Beh, non era del tutto esatto. E l’inesattezza riguardava quel “già”.
Emily Weston lo aveva piacevolmente colpito già da tempo, quel pomeriggio di tanti anni prima.
Scrollò le spalle poi, senza ulteriori indugi, mise la mano sulla maniglia e aprì la porta.
Fu accolto dal caos di una camera tipica di un teenager, o di uno scapolo decisamente disordinato. C’era confusione un po’ ovunque: CD e libri sulla scrivania, un armadio con un’anta semi-aperta, la sacca con le mazze sistemata su una poltrona, una maglietta gettata sopra la suddetta sacca, scatole di medicine sul comodino…
I suoi occhi si posarono sul letto sfatto e allora le labbra si tesero in un sorriso goloso: Reggie era lì, disteso a pancia in giù. Abbracciava il cuscino come se ne andasse della sua stessa vita. Una gamba era distesa sul materasso e l’altra fuori, le dita del piede che sfioravano il parquet. Indossava un paio di pantaloncini neri e aderenti, con una T-shirt bianca.
Il sorriso di Russell si ingigantì non appena lo sguardo si fermò sul culo del suo ragazzo, maliziosamente avvolto in quel tessuto stretto.
Dannazione, tre settimane erano davvero troppe! Il suo corpo non ce l’avrebbe fatta a sopportare ulteriormente il distacco.
Si avvicinò al letto e si sedette sul bordo.
Reginald si agitò.
Fece per chinarsi su di lui, quando lo sguardo si spostò verso la parete. Aggrottò la fronte quando notò l’assenza del poster che lo raffigurava e che sapeva che Reggie teneva appeso sopra il letto. Se ne era forse liberato? Doveva proprio fare due chiacchiere col suo ragazzo appena la febbre fosse passata, pensò.
Un mugugno lasciò la gola di Reginald, che si agitò ancora. Il bordo della maglietta si alzò lievemente, lasciando intravedere la schiena nuda e scoprendo il piccolo tatuaggio.
Russ si umettò di nuovo le labbra. Cielo, non vedeva l’ora di percorrere quelle righine nero inchiostro con la lingua…
Non vedeva nemmeno l’ora che apparisse un secondo tatuaggio, accanto a quello che celebrava il primo torneo a cui il giovane americano aveva partecipato. Sperava davvero che, prima o poi, il suo ragazzo si facesse tatuare le parole “Virginia Beach” da qualche parte sul corpo, poiché quel nome non solo rappresentava il decollo della sua carriera, ma anche la nascita di loro due come coppia.
«Dipendente. Già,» bisbigliò a se stesso. «Reginald è proprio una dipendenza.»
Inclinò il capo a destra, poi a sinistra, ammirando i lombi del suo uomo.
Tutto sommato, anche due R intrecciate avrebbero fatto la loro figura, su quella schiena pallida e magra.
Oppure incise dentro una vera d’oro, per sempre.
«Una fottutissima dipendenza!» precisò.
Era fregato, fottuto fino al midollo a causa di un ragazzo di Chicago che giocava a golf meglio di lui!
Reggie sospirò ancora e si sistemò su un fianco.
«Russ?»
La voce che aveva lasciato la sua bocca era ruvida e bassa.
Le labbra dell’inglese si tesero in un sorriso di gioia: il suo amore stava per svegliarsi, aprire gli occhi e lui avrebbe goduto presto di quello sguardo più prezioso di uno smeraldo.
«Ehi,» bisbigliò, una mano che correva subito verso quella chioma scura, per scompigliarla teneramente più di quanto non fosse già.
«Mhm… Vorrei che tu fossi qua,» gracchiò Reginald, coprendosi la fronte con il braccio.
«Ma io sono qui, mio bel rookie da due milioni di dollari!» gli soffiò Russell sulle labbra, usando volutamente il soprannome che i media avevano attribuito a Reginald dopo aver vinto due tornei di fila.
Il ragazzo sbatté più volte i grandi occhi verdi, fino a quando mise a fuoco ciò che aveva davanti.
«Russ!» ripeté, questa volta con convinzione.
In un attimo, le braccia di Reginald erano strette attorno al suo collo. Sentendo quel corpo magro ma tonico premere contro il proprio e quel respiro caldo increspargli la pelle, Russell capì quanto gli era mancato, quanto quella dipendenza fosse giusta per la sua anima.
Strinse forte il suo ragazzo a sé, smarrendosi via in quell’abbraccio. Poi si sdraiò, portandosi Reginald contro un fianco.
«Come stai?»
Il giovane americano fece una smorfia. «Di giorno abbastanza bene, ma la sera… La febbre non mi risparmia.» Alzò il viso e fissò il suo sguardo negli occhi azzurrissimi del suo uomo. «Sei venuto fin qui da Londra?»
Russell ridacchiò, inclinando il capo di lato. «Perché? Non potrei, forse?»
«Io… Non so. Sto perdendo il senso del tempo.»
L’inglese alzò il pollice per tracciargli il profilo della mandibola. La sensazione della barba ruvida sotto la pelle era una piacevole certezza. «Ero in Louisiana per il torneo, ricordi?»
Un grugnito di disappunto sfuggì a Reginald, mentre il ragazzo si lasciava andare contro il guanciale.
«Cazzo, sì!» gemette in frustrazione. «E dire che ti avevo pure seguito in TV!»
L’inglese si chinò su di lui, strofinando il naso contro il suo collo, proprio come solo poco prima aveva sognato di fare. «E ci siamo addirittura parlati al telefono, in questi giorni,» precisò.
«Già…»
Al dolce strofinamento seguì un leggero morso alla base della gola.
Reggie mugolò, basso e prolungato.
«E per due volte al giorno!» precisò Russell.
«Ho il cervello fuori uso. Da buttare via!» si lagnò di nuovo l’americano.
Ma le sue lamentele vennero ben presto messe a tacere dall’ex numero uno e trasformate in una scia di gemiti di apprezzamento, quando Russell gli leccò l’interno dell’orecchio.
«Sai,» iniziò poi, accostando le labbra proprio a quell’orecchio che stava stuzzicando. «Hai un mese di tempo per riprenderti. Vedi di muovere il culo e darti una mossa.»
Reggie aggrottò la fronte. «Un mese?»
Russell ridacchiò. «A quanto pare, devo darti io la notizia!»
Gli cinse le spalle e lo attirò nuovamente a sé, prima di strusciare la guancia contro quei capelli scuri.
Accidenti, persino la cute scottava!
«Congratulazioni, sei uno dei dodici!» annunciò, una ciocca che gli solleticava le labbra.
Gli occhi del ragazzo si illuminarono. «La Ryder Cup?» chiese. La voce gli era uscita in un sussurro, probabilmente a testimonio dell’immenso rispetto che nutriva per quella competizione, forse la più importante per un golfista.
Russell fece schioccare la lingua in assenso. «Esatto. Il vostro capitano ha annunciato oggi pomeriggio la formazione. Deve avere parlato con la tua fantastica mamma…»
In quel momento, agli occhi dell’inglese nessuna coppa al mondo sembrava possedere la stessa attrattiva della pelle morbida del suo giovane amante.
Soprattutto le sue spalle.
Cazzo, adorava affondarci dentro i denti!
«Ma… Ma,» stava intanto borbottando Reginald, ancora incredulo. «Per una manciata di punti non avevo ancora la classifica giusta… Rogerson mi ha concesso una wildcard?»
Quasi completamente preso da quel corpo che teneva tra le braccia, Russell gli abbassò il girocollo della T-shirt, scoprendo un invitante lembo di pelle. Un secondo dopo, vi tuffava la bocca.
«Mhm, già…» soffiò. Sentì Reggie agitarsi sotto il suo respiro.
Dannatamente magnifico…
«Hai vinto due tornei di fila. Sarebbe stato sciocco a non farlo. Te lo avevo detto.»
Poi affondò i denti.
E Reginald gemette.
Fu un morso leggero, che nemmeno lasciò il segno, ma fu sufficiente a risvegliare il suo turgore nei pantaloni.
Non avrebbe resistito ancora a lungo: aveva bisogno di sentire il corpo di Reginald dentro e attorno a lui, completamente.
Tre settimane era un tempo insostenibile. Mai più.
«Anche tu… Mhm… Convocato?»
La frase sconclusionata che era uscita dalla bocca dell’americano gli strappò un sorriso: evidentemente stava apprezzando anche lui quel contatto.
«Ah-ah, sì.»
Un altro morso, questa volta più deciso.
Un altro suono disarticolato di piacere.
«Ti immagini, doverci sfidare di nuovo…» mormorò Reginald, lo sguardo sognante.
«Ti immagini, fare sesso di nascosto durante il gran ballo dell’inaugurazione!» esclamò Russell, gli occhi decisamente più maliziosi.
Reggie lo pizzicò sul braccio, fingendo un broncio che con tutta probabilità non aveva realmente. «Sei il solito depravato!» si lagnò. Ma fu incapace di impedire a un sorriso di fiorire sul suo viso, accaldato per la febbre. Poi si accigliò.
«Cazzo, è vero. Il ballo…»
Russell gli accarezzò il mento con un dito. «Sarai bellissimo, in smoking.»
«Io non ho uno smoking. Credi che potrò noleggiarlo? Perché si possono noleggiare, vero? Ma non penso che mi starà un granché bene…»
Dio, era adorabile quando si abbandonava alle sue elucubrazioni! Anche quelle gli erano mancate da morire.
«Sarai fantastico, passerotto,» gli promise. «E sarà ancora più fantastico strappartelo di dosso!»
Il suo membro si ridestò del tutto, suggerendogli che, sì, pure lui era dell’opinione che sarebbe stato fantastico.
«Mhm, secondo me farò solo ridere…» borbottò Reggie, distogliendo lo sguardo.
Allora Russell gli mise l’indice sotto il mento, alzandoglielo per incontrare le sue labbra con le proprie.
Ma il ragazzo si ritrasse. «No, no! Non baciarmi!» squittì. «Dal mio alito sembra che ho ingerito un’intera farmacia!» E, per sottolineare meglio il concetto, si coprì la bocca con la mano.
L’inglese roteò gli occhi. «Reginald,» iniziò, la voce che si faceva via via più bassa e calda a ogni lettera. «Qualunque sapore abbia la tua bocca, andrà bene.» Prese dolcemente quella mano tra le sue e la scostò, liberandogli le labbra per dischiuderle alle proprie.
Poi si chinò, annullando definitivamente le distanze. «Perché io ti amo,» bisbigliò.
Reclamò il suo bacio.
E un secondo, un terzo… mentre Reginald si arrendeva, sciogliendosi nella sua bocca calda e umida.
Russell lasciò correre le mani sotto la maglietta, sulla pelle bollente. I pettorali, l’ombelico, i capezzoli…
Lo spogliò dolcemente, senza fretta, come se Reggie fosse un dono troppo fragile che reclamava d’essere scartato e assaporato con cautela.
«Mamma… Papà. Sotto…» farfugliò il ragazzo a un tratto, il respiro affrettato dal potente cocktail fatto di eccitazione e alterazione febbrile.
Russell lo guardò negli occhi, prima di rispondere. E nemmeno avrebbe voluto farlo, in verità. La fame con cui lo desiderava, con cui lo bramava, rendeva indesiderata qualsiasi conversazione.
«Pensi forse che non sappiano, che cosa stiamo facendo qui?»
Dieci parole. Dieci di troppo.
Reggie annuì e chiuse gli occhi, abbandonandosi completamente al suo uomo.
Fecero l’amore con tenerezza, lentamente. Fu come la prima volta, forse addirittura meglio. Fu un piacevole ritrovarsi, e anche una preziosa novità. Completarsi, ancora una volta.
Proprio come bastone e pallina nelle mani di un giocatore di golf sono completate dal fresco profumo dell’erba bagnata di rugiada.
Più tardi, Reginald si addormentò tra le sue braccia, il viso rilassato contro il suo petto nudo.
La pelle ancora scottava, forse addirittura più di prima, e, mentre seguiva con occhi innamorati il profilo del suo ragazzo, Russell si sentì un filo in colpa per avergli succhiato preziose energie.
Giusto un filo.
Strinse il giovane al suo fianco, come se non volesse più lasciarlo andare.
Sì, Reggie Weston era per Russ Lee una dipendenza.
Ma la più dolce di tutte.

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Questa voce è stata pubblicata il 8 maggio 2015 da in Senza categoria con tag , , .

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