Tre libri sopra il cielo

Blog dedicato alla letteratura M/M e Lgbt in tutte le sue sfaccettature

“UNIVERSITAS IN LOVE” di Melian_Belt

Cari amici e amiche, oggi riprendiamo con la nostra rubrica Parole nel web. Spazio quindi agli scrittori dilettanti che per qualche motivo non hanno mai potuto o voluto pubblicare. Abbiamo scandagliato per voi il web e ci siamo imbattute in questo racconto a puntate divertente e surreale, ma allo stesso tempo molto romantico. Qualcuno di voi probabilmente ne avrà già sentito parlare, ma sappiate che la versione pubblicata oggi è stata rivisitata dall’autrice stessa. Speriamo che piaccia anche a voi. Pronti? Viaaaa e buona lettura.
COVER PER UNIVERSITAS

TRAMA: Andrea è il nuovo arrivato tra i docenti di un’università di legge, e anche il più giovane. Considerato un genio, è arrivato fin lì solo ammazzandosi di studio, ma certo il suo carattere non è proprio quello di un rispettabile professore! Impacciato e confusionario, la presenza di un collega gelido come un iceberg e di un’acidità unica non è proprio la cosa migliore per metterlo a proprio agio! Come farà?

CAPITOLO UNO – Breath in Breath out

Ho una vaga tendenza a fare cose stupide se sono in agitazione. Ad esempio…come ho fatto ad essere tre ore in anticipo? Non me ne sono nemmeno accorto, mi sono svegliato di botto e preparato di corsa, senza nemmeno fare colazione. Non ho per niente fame, io che in genere ad ogni scocco di lancetta ho bisogno di mettere qualcosa sotto ai denti. In famiglia mi chiamano l’idrovora per un motivo.

Stringo le dita intorno alla valigetta marrone, guardando l’enorme edificio grigio davanti a me, e sento un groppo in gola. Oh ma andiamo! Ho affrontato tante di quelle prove nella mia vita, mi sono trasferito da un piccolo paesino del Lazio a Roma per studiare legge, ed ora ho paura di un gruppo di studenti. Quattrocento studenti, tutti con gli occhi puntati su di me, con le penne su fogli bianchi pronti a scrivere ogni mia parola, a prendere ogni mia dichiarazione come una santa verità che li aiuterà a prendere la tanto aspirata laurea. E i colleghi…il più giovane insegnante dell’Università, ventinove anni di laurea con lode e quattro certificati di lingue straniere. Andrea Marinetti, il nuovo docente di storia del diritto, una delle materie più inutili per i futuri pescecani della piazza, ma tanto amata dagli animi classici. Mi odieranno, oh sì, o ignoreranno, il che per un animo da cucciolo abbandonato come il mio è quasi peggio. Allungo una mano sulla maniglia della porta e faccio per aprirla, ma mi fermo. Se entro, non posso certo prendere ed uscire: sono dentro. Andiamo Andrea, non fare il cretino. Prendo un grande respiro e butto fuori l’aria.

Faccio per riaprirla, ma abbasso di nuovo il braccio…sono pure del sud! Non ho accento, ma magari c’è qualcuno di quelli a cui non va a genio chi viene da luoghi al di sotto di Firenze. Non ne ho mai incontrati nella mia carriera, ma magari qui a Milano potrebbe succedere. In caso so già che perderei la pazienza, facendomi la reputazione di giovinastro così stupido da lasciarsi stuzzicare e prendersela per ogni scemenza.Per fortuna a quest’ora gli studenti ancora non sono arrivati, almeno nessuno assisterà alla conversazione sul senso della vita che sto avendo con la maniglia.

“Hai intenzione di aprire quella porta, o hai paura che ti mangi?”.

Sobbalzo e nel girarmi quasi mi schianto contro la vetrata. Mi trovo davanti un uomo, il suo incutere su di me con la sua altezza non mi aiuta a dare quell’impressione di persona impostata e sicura di sé che avrei tanto voluto. Lo osservo dal basso, sotto al suo sguardo grigio e…sì, scazzato. Non mi viene in mente nessun altro termine in grado di descriverlo, anche se ormai dovrei lasciar perdere un simile formulario. Avrà qualcosa più di quarant’anni ed è vestito elegantemente di un completo scuro con tanto di cravatta. Al polso porta un orologio argentato e in mano ha una cartellina molto simile alla mia. Perfetto, è un docente.

Cosa dovrei fare ora, presentarmi? Della serie: attacchiamo bottone con una frase che ispirerebbe qualsiasi persona socievole a iniziare una conversazione. Magari qualcosa del genere: “Le chiedo scusa, ero sovrappensiero. Sa, sono nuovo di qui”. Oppure qualcosa più da tipo tosto che vuole farsi rispettare: “Non c’è bisogno di essere scortesi. Se ha tanta fretta passi”.Ma lui non sembra affatto socievole, né tantomeno uno con cui si possa litigare senza uscirne sconfitti, sepolti e dimenticati nello scorrere dei secoli.

“Ah, scialve…”. Mi morderei la lingua, nemmeno un salve normale sono riuscito a dire.

Quello mi guarda immutato: “Salve”.

La sua voce mi ha quasi congelato sul posto. Senza altri intervalli, mi supera e apre la porta, allontanandosi con i passi echeggianti nel corridoio. Hanno un ritmo da cattivo dei film e mi guardo intorno prima di lasciarmi sfuggire un gesto di stizza. Potevo almeno aspettare di varcare la soglia, prima di fare una figura da mentecatto!

 

CAPITOLO DUE – Eroe

Quando entro nell’aula 2 la trovo già piena. Ci sono come sempre gruppetti in piedi che chiacchierano in attesa, ma invece che crearmi distensione con la loro normalità sociale, mi danno l’impressione di essere più di quanti non siano. Faccio un piccolo sorriso nervoso e mi vado a sistemare dietro alla cattedra, ripassando a mente la scaletta degli argomenti. Quando prendo in mano il microfono, per fortuna cade il silenzio. Temevo di dover insistere per essere ascoltato e mi sfugge un secondo sorriso per il rilassamento. In prima fila un gruppo di ragazze comincia a bisbigliare, occhieggiandomi con aria interessata. Beh, la cotta per il professore è sempre stata da mettere nel pacchetto, se si è di età inferiore ai sessant’anni, questa cosa l’avevo già notata con le mie compagne di università. Va bene, il fatto che mi siano da sempre piaciuti gli uomini mi ha portato a sperimentarlo in prima persona, con l’esperienza puramente platonica e di osservanza da lontano del docente di diritto romano. Faccio scorrere lo sguardo sugli alunni presenti e comincio a parlare.

Sono due ore di lezione e quando arrivo alla fine nascondo gli occhi nell’orologio da polso, lieto di vedere che la lancetta lunga sia ben piantata sul dodici. Sbarro gli occhi all’applauso che si alza d’improvviso e sollevo le mani per farlo tacere, senza successo. Mi tiro in piedi, facendo cadere la sedia. Il viso mi avvampa come se fossi appena precipitato agli Inferi e capisco di dover sembrare un peperone in questo momento. Arrossisco facilmente e fin da quando ero bambino le gote prendono un’insana, quasi preoccupante sfumatura vermiglia. Leggo il labiale di una biondina in seconda fila che sussurra alla vicina: “Che carino!”. Bene, questo è troppo. Raccolgo in fretta la sedia e mi defilo, non senza inciampare nei fili del microfono. Saranno spaventati a morte all’idea di sostenere un esame orale con me, io sì che so come incutere terrore.

Sto imboccando l’uscita, quando sento una strana sensazione attraversarmi la schiena . Mi giro, in tempo per vedere le studentesse della prima fila e un paio di maschietti intenti a guardarmi il sedere. Ma siamo pazzi!? Chiudo la porta e mi sfugge dalle mani, provocando un baccano terrificante che echeggia per tutto il corridoio. Mi passo una mano sugli occhi, conscio che la lezione in fondo sia andata bene, la mia capacità motoria e l’abilità nel gestire le situazioni sono tutta un’altra questione.

“Ancora lei?”.

Sobbalzo, notando solo adesso che al mio fianco si erge lo stesso simpaticone di questa mattina. Se possibile è ancora più nero di poche ore fa, ma adesso è circondato da una schiera di assistenti pieni di cartelline e bicchieri di caffè. Hanno qualcosa di caricaturale.

“Ah…mi scusi. Ecco io…vede…”.

Arrossisco di nuovo e quello inarca le sopracciglia: “Lei è il nuovo di storia del diritto?”.

Io annuisco, meglio non parlare viste le mie recenti prestazioni orali. Ok…questo pensiero mi è uscito male. Mi osserva dall’alto in basso: “Capisco. Non pensavo prendessero bambini”. Stavolta non mi ha congelato, la percezione è più quella di essere stato trasformato in pietra. Non faccio in tempo a rispondere che lui entra nell’aula, anche perché non credo che la mia mente avrebbe articolato una risposta decente in tempi umani. Scuoto la testa e mi vado a sedere sulla panchina situata nel corridoio. Mi osservo per un po’ intorno, i piedi ballerini che saltellano sul pavimento, poi tiro fuori il blackberry per controllare le email. Com’era prevedibile mia zia e mia madre mi hanno bombardato, maledetto sia il giorno in cui gli ho insegnato ad usare il computer. Mi aggiro tra ricette di castagnaccio, sughi alla salsiccia e torte rustiche, rilassandomi un po’ e nel contempo affamandomi. Forse mi sarei dovuto arrabbiare con quel tipo per il suo commento, ormai ho l’età per cominciare a farmi rispettare. Devo proprio imparare ad essere a prova di proiettile, se voglio resistere con un collega del genere. Osservo la porta chiusa davanti a me, da dietro la quale giunge una voce calma ed impostata, la stessa che mi ha congelato e pietrificato in una sola mattinata. Dopo un attimo di meditazione, vado sul sito dell’università e carico l’orario del giorno. Aula 2, ore 12: Prof. Francesco Calandra, Diritto Costituzionale.

Come diavolo si fa a sopravvivere in questo posto? Ho una seconda lezione con un altro corso alle 13, ma tutti i miei tentativi di trovare qualche forma di nutrimento sono falliti miseramente. La caffetteria è presa d’assalto, con una fila che non mi permetterebbe mai di trovarmi in aula per tempo. Ho provato ad uscire dall’edificio, ma anche i bar circostanti sono pieni da far paura. E conoscendo la mia abilità a fare le file mi ritroverei ad essere superato anche dai clienti del prossimo anno.

Sto morendo di fame, ma non ho altra scelta se non andare alla ricerca dell’aula 17. Mi guardo intorno, spaesato nella massa di studenti in movimento e chissà come torno alla caffetteria. Sospiro spiazzato e in quel momento vedo uno dei professori prendere e superare la fila, comprando al volo un panino. Chiede scusa agli studenti, che però non paiono prendersela. Forse è normale che i docenti di fretta possano superare, ma io non credo ci riuscirò mai. Vedo il professore sparire tra la folla con il suo bottino e mi trovo a studiarlo. È davvero alto, magro ma non scheletrico. Porta un paio di occhialetti rotondi ed è vestito di un completo marrone, più casual di quelli che ho visto fino ad ora. Si ferma davanti a un gruppo di studenti e ci scambia qualche battuta. Dev’essere un tipo simpatico, perché quando se ne va i ragazzi ridono e lo guardano allontanarsi con gli occhi che quasi brillano. Dalla battuta pronta, sciolto e rispettato. Il contrario di ciò che io potrò mai essere.

Mi scuoto dai miei pensieri e riparto alla ricerca della classe, trovandola per miracolo solo grazie al salvataggio delle mappe colorate appese nei corridoi. È una classe più piccola e tranquilla, alla fine della lezione gli studenti non si precipitano fuori perché tanto non hanno altre lezioni a cui dirigersi. Rimango seduto e sistemo i fogli con gli appunti che ho di fronte, avendo stranamente finito con un paio di minuti di anticipo. Un’ombra mi copre le luci del soffitto e alzo la testa, trovando tre ragazze e un ragazzo che mi osservano dall’altra parte della cattedra. Rimango con la cartellina aperta e i fogli a mezz’aria: vogliono parlare con me?

“Salve professore” mi saluta una ragazza bionda dal sorriso sicuro.

“Salve…” rispondo un po’ incerto. “Avete bisogno di chiarimenti, o…”.

Lei fa un cenno di diniego con il capo: “No, solo sapere del libro di testo. Conferma quello che è scritto sul libro dello studente?”.

Apro la bocca per rispondere e la richiudo come un pesce. Non l’ho proprio visto il libro dello studente, dev’essere quell’affare giallo che oggi avevano in mano tutte le matricole. “Ecco…che libro è indicato?”. Una brunetta dai capelli a caschetto tira fuori il tomo giallo-pugno-nell’occhio e legge.

“Sì” la interrompo a metà frase. “Sì è quello….solo preferisco che studiate sugli appunti, ecco. Non che l’autore non sia bravo e il libro interessante, e nemmeno mi ritengo migliore, sono solo agli inizi e…”.

La bionda allarga il sorriso, ma non è molto brava a nascondere il fatto di stare per ridere: “Va bene professore. Non si agiti”.

Arrossisco e mi alzo in piedi: “Bene, se è tutto…arrivederci”.

Loro salutano e se ne vanno, permettendomi di dileguarmi nel corridoio strapieno di gente. Potrebbero avere un grave problema di sovraffollamento in questa università. Mi tengo lo stomaco quando brontola, sperando che non mi abbia sentito nessuno. Ma la confusione è troppa perché qualcuno se ne accorga, se svenissi dalla fame probabilmente finirei calpestato e basta. Come una sardina nel branco mi sposto in diagonale, trovando rifugio nel muro bianco. Mi ci appoggio e come l’apparizione di un pozzo nel deserto, intravedo alla mia destra una macchinetta di snack, con nessuno a fare la fila. Guardo l’orologio: tra meno di dieci minuti ho la riunione con il capo del dipartimento, quel cibo in bustina è la mia unica possibilità. Ma so anche che non ho monete, mi sono svuotato tasche e portafoglio dal denaro sonante perché so che puntualmente mi cade, e volevo evitare che accadesse il mio primo giorno di lavoro.

Ho la pressione bassa, fortuna delle fortune, e mi è capitato più di una volta di dover aspettare a lungo per dare un esame senza potermi allontanare a comprare da mangiare, per poi svenire di botto grazie ad un atroce calo di zuccheri. Sollevo il capo verso le luci del soffitto, sbuffando. Mi stacco a fatica dalla parete e puntuale arriva il giramento di testa, facendomi barcollare. Vado a sbattere contro qualcuno.

“Ma è mai possibile che lei stia sempre tra i piedi?”.

Chiudo gli occhi. No, no! Quanta sfortuna posso avere in solo una giornata? Apro gli occhi, combattendo contro una vista un po’ annebbiata.

Il cordiale docente di Costituzionale mi sta fulminando: “La smetta di guardarmi come una talpa alla luce del sole e si sposti”.

Balbetto qualcosa che voleva essere un “mi scusi” e mi sposto, sbattendo come un ubriaco contro la parete. Lo vedo corrugare la fronte: “Lei è pallido. Sta bene?”.

Io annuisco e faccio per allontanarmi, ma quello mi prende per un braccio. Diamine, quella non è una mano, è una tenaglia! I suoi occhi grigi mi scrutano al di sotto di quel ciuffo di capelli neri che gli sta sempre a coprire la fronte, nonostante i suoi evidenti sforzi di tenerli buoni da parte. “Aspetti qui” mi dice con tono brusco. È strano sentirsi minacciati da una frase così banale? Beh, io rimango immobile come un soldato semplice agli ordini del comandante. Lo vedo avvicinarsi alla macchinetta e tirare fuori delle monete dalla tasca.

Torna a guardarmi: “Le piace il Kinder Bueno?”.

Io rimango interdetto, credendo di avere le allucinazioni: “Prego?”.

Lui sbuffa, indicando con un dito la macchinetta: “Il Kinder bueno, i bambini come lei dovrebbero esserci cresciuti”.

Io annuisco, incapace di staccare gli occhi da lui mentre inserisce le monete e si china per raccogliere lo snack dallo scomparto in basso. Mi porge la merendina e del Gatorade all’arancia. Non aggiunge nient’altro prima di andarsene, gli studenti che gli fanno strada come la salsa di pomodoro in “Una settimana da Dio”.

Osservo il cibo come se fosse appena piombato dal cielo in uno scivolo di luce dorata. In questo momento, Francesco Calandra è il mio eroe.

 

4 commenti su ““UNIVERSITAS IN LOVE” di Melian_Belt

  1. Lorna
    19 settembre 2015

    Ma che carino che si preannuncia questo racconto! L’ambientazione diversa dal solito è molto curata e apprezzo molto l’ironia della scrittura (bando ai pipponi deprimenti per me in questo periodo, please!).
    Attendo il seguito, grazie mille per aver pubblicato e complimenti all’autrice!

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    • selvaggia
      19 settembre 2015

      Grazieee Lorna, vero che è simpatico? Trasmetteremo senz’altro i tuoi complimenti. Non vediamo l’ora di pubblicare i prossimi capitoli. Alla prossima

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  2. Anonimo
    25 settembre 2015

    Io l’ho letto su efp è quando ho visto che non c’era più sono morta.è bellissima continuerò a leggerla qui

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    • selvaggia
      25 settembre 2015

      siamo contentissime allora che tu sia contenta. alla prossima e continua a seguirci

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Questa voce è stata pubblicata il 19 settembre 2015 da in Parole nel web, Racconti originali e talenti nascosti con tag , , .

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