Tre libri sopra il cielo

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NON TUTTI SANNO CHE…

Buongiorno amici e amiche, oggi trattiamo un artista di cui, purtroppo, si parla poco ma che ha lasciato un segno profondo nella storia dell’arte e, soprattutto, nella lotta contro l’AIDS e a favore dei bambini.
Parliamo del Writer statunitense Keith Haring, considerato l’artista dell’amore incondizionato, semplice e puro.
Buona lettura.

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haring2Keith Haring è stato uno degli esponenti più singolari del graffitismo di frontiera, emergendo dalla scena artistica newyorkese durante il boom del mercato dell’arte degli anni ottanta insieme ad artisti come Jean-Michel Basquiat, tanto che i suoi lavori hanno rappresentato la cultura di strada della New York di quei decenni.
Figlio di un fumettista, dopo aver frequentato le scuole superiori e la Ivy School of Professional Art di Pittsburgh (vi dice niente?), nel 1976 sull’onda della nuova contestazione giovanile e della cultura hippie, girò gli Stati Uniti in autostop, facendo tappa nelle varie città del paese allo scopo di osservare più da vicino i lavori degli artisti della scena americana, quelli così spesso visti solo sulle pagine patinate delle riviste specializzate. Tornato a Pittsburgh lo stesso anno, entrò all’Università e tenne la sua prima importante esposizione al Pittsburgh Arts and Crafts Center.haring3
Parto felice della cosiddetta “street art newyorkese”, prima della sua consacrazione all’interno del mondo “ufficiale” dell’arte, Haring è stato inizialmente un emarginato. Nel 1978 entrò alla School of Visual Arts di New York, diventando noto nei primi anni ’80 con i murales realizzati nelle metropolitane e, più tardi, con i lavori esposti qua e là, fra Club di vario genere e “vernissage” più o meno improvvisati. Per la sua attività (illegale) di “graffitaro” venne più volte arrestato.

Poi, nel decennio 1980-1990 avverrà la consacrazione con esposizioni in tutto il mondo diventando, grazie alle sue opere geniali, pop e urbane, una vera icona artistica del mondo omosessuale del secolo scorso, essendo stato anche un grande sostenitore delle battaglie per i diritti gay e per la lotta all’Aids, di cui aveva scoperto di essere affetto nell’88.
Il 16 febbraio 1990, Haring muore all’età di 31 anni.

LE ORIGINI E IL SUCCESSO

Quando nasce nel 1958 in un piccolo paesino della Pennsylvania, il mondo si sta preparando a un cambiamento sociale epocale. Alla guerra in Korea seguirà la guerra del Vietnam e le coscienze addormentate degli americani si risveglieranno all’improvviso portando a una rivoluzione prima di tutto culturale che si chiamerà Movimento Beat Generation.
haring4Dall’eredità della Beat Generation nasce ed esplode la cultura pop il cui re assoluto, Andy Warhol, è il padre spirituale e artistico di Keith Haring. Con lui Haring parteciperà alla rassegna artistica Terrae Motus in favore dei bambini terremotati dell’Irpinia.haring5

L’arte abbandona ogni pretesa intellettualistica ed elitaria e si avvicina alla massa, trae linfa dalle strade, dai supermercati, dalla televisione. L’artista diventa un personaggio pubblico ed è il primo mezzo di comunicazione della propria arte. Egli sovente dichiarava:
« Mi è sempre più chiaro che l’arte non è un’attività elitaria riservata all’apprezzamento di pochi. L’arte è per tutti, e questo è il fine a cui voglio lavorare. »
Quando Haring dal 1980 al 1985 comincia a disegnare strani graffiti bianchi che raccontano di bambini radioattivi rapiti da alieni non sa che questa semplice azione lo porterà in poco tempo ad avere una visibilità e un riconoscimento insperato. È infatti questo il periodo in cui esplode la sua popolarità. La sua prima vera mostra personale si tenne alla Shafrazi Art Gallery nel 1982, mentre gli anni successivi furono densi di successi con mostre in tutto il mondo, tra cui Milano dove dipinse una murata nel negozio Fiorucci, poi staccata e rivenduta all’asta.
Da lì la sua ascesa nel mondo dell’arte fu velocissima. I suoi murales giganteschi arrivavano ovunque.

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Il suo segno grafico così semplice e comprensibile parlava di temi universali come la nascita, la morte, l’amore, la guerra e invadeva ogni supporto, dalle anfore romane alle felpe. Keith Haring sosteneva che l’arte non ha senso se non comunicata a un pubblico vasto e per questo coinvolgeva centinaia di studenti o bambini nell’esecuzione di alcune delle sue opere.
Le novità proposte dall’artista americano, a ogni modo, erano esplosive e non mancarono di attirare l’attenzione degli intenditori più smaliziati. Keith Haring, sulla falsariga del suo modello inconscio e ormai “alto” Andy Warhol, trasmetteva e inventava un nuovo linguaggio urbano, costituito da sagome quasi infantili o primitive, caratterizzate da un continuo segno nero che si rifà palesemente al fumetto.
Nell’aprile del 1986 Keith Haring apre il Pop Shop, a New York. Ormai era un artista affermato, acclamato in tutto il mondo e ricoperto di allori, che tradotti nel linguaggio contemporaneo significano soldi. Bizzoso e trasgressivo, per l’artista ciò significava libertà di gestione personale che nel suo caso si traduceva in una vita sempre più sregolata, soprattutto dal punto di vista sessuale.
D’altronde lo stesso Haring non nascondeva la sua omosessualità, anzi ne andava fiero. Nel 1976haring7 a San Francisco frequentava abitualmente Castro Street (celeberrima strada facente parte del quartiere Castro della città, rinomato per essere il cuore della comunità gay californiana) tanto da prendere parte a diverse manifestazioni pro diritti gay e anti-omofobia.
Fa ancora riflettere la massima che sotto riportiamo in cui affermava di non rimpiangere affatto la sua promiscua attività sessuale:
“Nella mia vita ho fatto un sacco di cose, ho guadagnato un sacco di soldi e mi sono divertito molto. Ma ho anche vissuto a New York negli anni del culmine della promiscuità sessuale. Se non prenderò l’AIDS io, non lo prenderà nessuno”.
Nel 1988 gli venne infatti diagnosticato. Con un colpo a sorpresa annunciò lui stesso la sua triste condizione in un’intervista a “Rolling Stone”, incrementando così la sua già grande popolarità. Stando a quanto l’artista stesso dichiarò in alcune successive interviste, la rivelazione di essere affetto dall’Aids non fu affatto una sorpresa, nella consapevolezza di aver varcato molti limiti e di aver sfruttato appieno quel clima di libertà e di promiscuità che poteva offrire la New York dell’epoca.
haring8Nel 1989, pochi mesi prima di morire, fondò la Keith Haring Foundation, che si propone tutto’oggi di continuare la sua opera di supporto alle organizzazioni a favore dei malati e dei bambini con problemi, oltre che a quelle impegnate nella lotta all’AIDS.

 

 

 

LA SUA ARTE

Tornando alla sua arte, tutti conoscono le sue figure antropomorfe. In effetti la fortuna del writer è stata proprio la creazione di esse e del mondo che le circonda: gli omini di Keiharing9th Haring, colorati e gioiosi, si abbracciano, si amano e fanno l’amore fondendosi tra loro in un unico essere.
In fondo non è difficile notare in queste figure la sua visione dell’amore, che non vede differenze di sesso, razza e altro: Heart, uno dei più celeberrimi disegni di Haring non a caso raffigura due omini, di cui è impossibile prescinderne il sesso, che danzando sulle note dell’amore, quell’amore raffigurato alle loro spalle da un grande cuore rosso pulsante. Nel 1986 il Mauermuseum decise di rivolgersi a lui per realizzare un graffito su una porzione del famoso “muro” lunga circa 300 metri. L’artista accettò di buon grado la proposta e si recò a Berlino. Haring, all’epoca, era già un artista famoso e il suo arrivo a Berlino fu anche un po’ un evento mediatico, i lavori furono quindi ampiamente documentati nonostante durarono appena un giorno. Gli assistenti dell’artista ricoprirono la porzione di muro da dipingere con una tinta gialla e il giorno dopo Keith Haring completò l’opera, impiegandoci appena sei ore. L’artista era consapevole di ciò che rappresentava quel muro: un ostacolo alla libertà.
L’intento di Keith Haring, quindi, non poteva che essere uno: distruggere il muro dipigendolo, come ebbe a dichiarare.
La sua opera rappresentò anche una sfida di carattere pratico, perché per lavorare nel migliore dei modi, Keith Haring dovette anche oltrepassare il confine. Le guardie della Berlino Ovest, mentre lavorava, tramite megafoni lo avvisavano dei rischi che correva se avesse provato a scavalcare il confine, avrebbe potuto infatti essere arrestato. Le guardie dell’est, dal canto loro, vollero verificare che il dipinto di Keith Haring non oltraggiasse la DDR. Solo quando capirono il messaggio dell’opera, l’artista fu libero di continuare senza impedimenti il suo lavoro.

haring10Il grande murale di Keith Haring infatti aveva l’obiettivo di veicolare un messaggio di unione e concordia tra i popoli della Germania Est e della Germania Ovest. Sulla grande base gialla, Keith Haring dipinse una lunga catena di figure umane congiunte attraverso l’unione delle mani e dei piedi. Queste figure furono realizzate con il rosso e il nero, così che il murale, una volta finito, non aveva che tre colori, quelli della bandiera tedesca: giallo, rosso e nero. Le figure sono quelle tondeggianti e sinuose, costituite solo da una linea chiusa, tipiche dello stile di Keith Haring. Così come tipiche sono le piccole linee che evidenziano i movimenti, i gesti, le espressioni dei personaggi.
Un messaggio, dunque, privo di qualsiasi tipo di provocazione, solo l’auspicio di poter vedere un giorno i due popoli riuniti, tanto che il messaggio non era rivolto a nessuna delle due zone di Berlino in particolare. Secondo gli intenti di Keith Haring il messaggio doveva essere universale. E per vedere i due popoli riuniti, l’artista e il mondo intero dovettero aspettare solamente tre anni, il 1989.
La maggior parte di coloro che ebbero la fortuna di vedere il dipinto, lo apprezzarono e lo elogiarono. Ebbero la fortuna di vederlo, è proprio il caso di dirlo, perché il giorno successivo alla sua realizzazione, ci fu qualcuno che coprì ampi brani dell’opera con strati di vernice grigia, probabile segno di protesta e di disprezzo verso un artista che, lo ricordiamo, era statunitense e anche se la Guerra Fredda si avviava ormai verso la sua conclusione e le distensioni tra i due blocchi erano già iniziate da alcuni anni, la diffidenza era ancora un sentimento diffuso.
Alla caduta del muro, comunque, il dipinto di Keith Haring era diventato pressoché illeggibile. L’artista, tuttavia, era consapevole della fine che avrebbe fatto il suo dipinto. Era lui stesso a dire che la sua arte era pensata per essere temporanea e non permanente. Anche lui, del resto, si era trovato più volte a coprire opere di altri artisti. È il destino del graffitismo. Rimangono però le immagini a documentare l’importanza di un messaggio che, al contrario dell’opera, durerà in eterno.
Nonostante la giovane età, Haring poteva vantare anche di aver collaboraharing11to con le amministrazioni comunali delle città più importanti del mondo, di essere riuscito nella difficile impresa di rendere nobile l’arte del graffito e di esser riuscito a diffondere l’arte anche nei bassifondi e nei quartieri più degradanti, non senza lasciare insegnamenti importanti, come ad Harlem, dove dipinse su un muro la scritta Crack is Wack, il crack è una schifezza.

Sul piano del valore artistico, l’opera di Haring non ha mai conosciuto flessioni, alimentando anzi un vasto giro di affari in piena adesione con lo spirito moderno, che significa per molti versi spirito disincantato e per questo “commerciale”. Gli introiti derivati dal filone aurifero Haring sono basati non solo sulla mera produzione “artistica” del genio americano ma si poggiano anche su gadget, magliette e quant’altro (in alcune foto si vede lo stesso Haring indossare in maniera divertita alcune magliette con riproduzioni di suoi graffiti).
Il successo internazionale delle sue opere ha comunque contribuito alla proliferazione delle forme d’arte negli spazi pubblici, diffondendo una più vasta sensibilità artistica. Immediate, semplici e dirette, le sue composizioni attirano facilmente l’attenzione di chi guarda e si possono leggere a più livelli, che possono andare da un piano più superficiale e divertito, alla scoperta di un umorismo graffiante e allucinato.
LE SUE OPERE IN ITALIA
Come già esposto, Haring girò il mondo e stazionò spesso in Italia, dove fu autore di diverse perle tra cui:

haring12Tuttomondo, murale eseguito su una parete esterna della chiesa di Sant’Antonio Abate a Pisa

Three Dancing Figures, presso la porta est del CentroSesto a Sesto Fiorentino

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La storia della realizzazione di Tuttomondo è molto suggestiva. Keith Haring incontrò a New York un giovane studente pisano, Piergiorgio Castellani, che lo invitò a trascorrere un periodo di soggiorno nella città toscana. Qui l’artista ebbe l’idea di realizzare un murale e l’unico spazio disponibile era una grande parete esterna, posta sul lato nord, del convento della chiesa di Sant’Antonio Abate, semidistrutto durante i bombardamenti della II Guerra Mondiale. Grazie all’accordo raggiunto tra l’artista, il comune e il parroco del convento (il quale, pur essendo a conoscenza dell’omosessualità dell’artista, gli concesse l’utilizzo del muro del convento), si procedette con la realizzazione dell’opera.
L’artista dipinse il grande murale nel giugno del 1989, in soli quattro giorni. Dopo aver imbiancato l’intera parete e aver disegnato in nero i contorni delle figure, Haring completò il murale colorandolo con l’aiuto di alcuni studenti e alcuni artigiani dell’azienda di vernici Caparol Center di Vicopisano, che aveva donato la vernice necessaria alla realizzazione dell’opera.
Il grande interesse della popolazione per l’opera e le pressanti interviste, portarono Haring a dichiarare:
« Titoli? Una domanda difficile, perché non do mai un titolo a niente… Nemmeno questo dipinto ne ha uno, ma se dovesse averlo sarebbe qualcosa come… Tuttomondo! »
Raramente Haring attribuiva un titolo alle sue opere, per lo più graffiti metropolitani destinati a scomparire col tempo. Il titolo proposto dall’autore, direttamente in italiano, esprimeva a parole il significato simbolico rappresentato, un futuro in cui gli ideali dominanti fossero unitarietà e pace.
A differenza degli altri dipinti di Haring, realizzati solitamente in un unico giorno, Tuttomondo venne realizzato nel giro di una settimana. L’artista dedicò grande impegno nella realizzazione di quest’opera, ritenendola probabilmente più un’installazione permanente che un’opera temporanea. Le vernici utilizzate e i recenti restauri hanno permesso all’opera di rimanere intatta nel suo splendore.
Nei suoi Diari, l’autore ha riportato l’entusiasmo di quei giorni per il cibo, la città e le reazioni della gente:
« Il tempo era bellissimo e il cibo ancora meglio. Ho impiegato quattro giorni per dipingere. Sto in un albergo direttamente di fronte al muro, così lo vedo prima di addormentarmi e quando mi sveglio. C’è sempre qualcuno che lo guarda (l’altra notte anche alle 4 del mattino). È davvero interessante vedere le reazioni della gente. »
(Keith Haring, 19 giugno 1989)

 

FONTI: http://www.wikipedia.it
http://www.biografieonline.it
http://www.svirgolettate.blogspot.it
http://www.gay.tv
http://www.queerblog.it
http://www.finestresullarte.info

 

Selvaggia

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Questa voce è stata pubblicata il 25 settembre 2015 da in Non tutti sanno che con tag , .

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