Tre libri sopra il cielo

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“UNIVERSITAS IN LOVE” di Melian_Belt

Cari amici e amiche, eccoci ad un nuovo appuntamento con Andrea e Francesco. Riuscirà Andrea a non finire inghiottito dalla sua stessa valigetta? E Francesco è davvero così glaciale come appare? Buona lettura.
COVER PER UNIVERSITAS

TRAMA: Andrea è il nuovo arrivato tra i docenti di un’università di legge, e anche il più giovane. Considerato un genio, è arrivato fin lì solo ammazzandosi di studio, ma certo il suo carattere non è proprio quello di un rispettabile professore! Impacciato e confusionario, la presenza di un collega gelido come un iceberg e di un’acidità unica non è proprio la cosa migliore per metterlo a proprio agio! Come farà?

CAPITOLO TRE – SWEET PEOPLE

Mi lascio andare ad un sospiro entrando nell’aula docenti: per fortuna sono arrivato in tempo. Una delle finestre è aperta e la luce mi consente di vedere il mio riflesso. Ho i capelli sparati in aria, non che di solito tendano a starsene tranquilli, e il nodo della cravatta è praticamente sciolto ormai. Con tutto il tempo che ci ho messo a incravattarmi ben bene questa mattina, ho persino letto su internet un modo per sistemare a dovere l’arnese infernale. Guardo l’orologio da polso, mancano solo cinque minuti all’incontro con il capo-dipartimento. Mi sono informato su di lui, giusto per cercare invano di tranquillizzarmi, ma certo tra le nozioni trovate non c’erano cose del genere: uomo socievole di modi cordiali a cui non interessa che la cravatta sia messa a puntino o meno.

Poggio la valigetta a terra e sento uno strano rumore, che ricorda vagamente il mio piede quando affonda nelle pozzanghere. Mi inginocchio e la apro, per trovare tutti i miei appunti immersi in un liquidastro arancione meglio noto come Gatorade all’arancia. Tiro fuori la bottiglia e la metto a testa in giù. Non ci credo…dalla fretta non l’avevo chiusa! Non è il momento di lasciarsi prendere dal panico e nascondo la valigetta in un angolo. Mi tiro in piedi e cerco di sbrigarmi a rifare la cravatta, ma le dita non vogliono seguire i miei comandi, nemmeno tanto precisi per conto loro. Nell’aula c’è un altro docente, seduto al grande tavolo centrale. Evidentemente prima che entrassi stava leggendo tranquillamente il giornale, che ora tiene tra le mani piegato a metà. Sento una risatina, accompagnata dal rumore di una sedia che si muove. Mi giro come un animale in trappola, temendo che sia già il capo dipartimento. Invece è lo stesso professore che ho visto questa mattina alla caffetteria, il prototipo di uomo sciolto a cui aspiro da tempi arcani.

A primo impatto ha un sorriso simpatico, tipico di chi è sempre pronti a prenderti per i fondelli, ma senza troppa cattiveria. Così da vicino è ancora più alto, ma non ha una figura che incute timore. Non è bello, con quegli occhialini e un accenno di pelata, ma l’altezza e l’aria simpatica non lo rendono nemmeno sgradevole. Mi tende la mano: “Tu- lei è il nuovo di storia, giusto?”. Io annuisco: “Sì professore. Mi chiamo Andrea Marinetti”. Lui indica l’aula con un dito: “Ho una domanda da farle. Che posto è questo?”.

Cos’è? Una domanda a trabocchetto? Storco un poco la bocca, con gli occhi pallati che faccio sempre quando mi sento in tensione: “L-l’aula docenti?”. Lui annuisce come un genitore paziente con un bimbo un po’ tonto. “Sì. E lei è qui perché…”. E tende una mano verso di me per invitarmi a rispondere. Stavolta ci metto un attimo, prima indietreggio un po’ con la schiena. “Perché…sono un docente?”.

Lui annuisce: “Già. Quindi a meno che tutti gli insegnanti di questa università non si mettano a chiamarsi “professori” a vicenda, lei può chiamarmi avvocato, signore, avvenente uomo nonostante gli anni comincino a sentirsi…” dicendo questo si passa una mano sulla testa. “Ma no, lei non è tanto vecchio”. Mi mordo la lingua. Non posso aver detto una frase così civettuola. Mi sa che l’ho detta. “Avrebbe potuto dirmelo una decina d’anni fa” replica con un sorrisetto. “Quando avevo ancora i capelli”. Lo vedo tirare su leggermente il collo, un brachiosauro che ha appena avvistato delle tenere foglioline. Con tono di chi si sta rivolgendo a qualcun altro, dice con voce più alta:“E potevo anche io portarmi un bel ciuffetto appresso”.

Mi giro e dietro di me, ancora, incredibilmente, sempre lui. Calandra lo fulmina, limitandosi a recarsi al suo cassetto per lasciarci i libri. “Ah, non mi sono ancora presentato” riprende l’altro come se niente fosse. “Claudio Landori, insegno Common Law”. Lancia uno sguardo al collega. “Certo, non roba storica come Costituzionale. Eh no, quella è per tipi fighi. Io sono l’ultima ruota del carro, ma un’ultima ruota del carro felice ed affascinante”. E sfoggia un enorme sorriso. Sono tra la tentazione di mettermi a ridere e scappare per sfuggire all’imminente scontro tra il bene e il male. Opto per un’espressione imperscrutabile, rotta da un sorrisino ebete.

Calandra chiude lo sportello con un po’ troppa virulenza, ma per il resto non dà segni di reazione. “Sa, la mia materia se vai a dire a una certa persona: mi spiace professore, non può spostare la lezione degli essenzialissimi articoli 90 e 91 il mercoledì alle 3, c’è lezione di Common Law, ecco quella certa persona risponderebbe che di Common Law non gliene frega assolutamente niente”.

Okay, ora Calandra lo incenerisce sul posto. In genere gli occhi grigi non sono poi tanto terrificanti, tendono al malinconico, a ricordare un giorno di pioggia. Invece quelli puntati sul prof. Landori sono gli occhi di un avvoltoio pronto ad attaccare un animale, anche se non ancora carcassa. Rabbrividisco, cercando invano di non darne segni troppo palesi. “Quello fu un errore della segreteria” risponde. E nella stanza scende un freddo tale che i pinguini andrebbero a comprarsi una sciarpa e uno scaldino per lo stomaco. Sulle labbra sottili si erge qualcosa che è un misto tra un ghigno e uno sbuffo, che non riuscirei mai ad imitare: “Ma non c’è  sordo peggiore di chi non voglia sentire”. Si lanciano sguardi di fuoco, io osservo. Sono tutte persone così dolci e tranquille i docenti di qui. Soprattutto…per quale sequenza di eventi sono finito in questa situazione nel mio primo giorno?

 

CAPITOLO QUATTRO – WHAT FOR?

Per fortuna Landori vede il capo-dipartimento in fondo al corridoio e prende la mia cravatta tra le dita lunghe e sottili, dandogli un’aria decente in pochi tocchi esperti. Calandra si mette una mano in tasca, trovando quelle che devono essere le chiavi della macchina: “Nemmeno la cravatta sa farsi?”. Landori mi sistema la giacca sulle spalle: “Non gli dia ascolto. Tempo due giorni e imparerà a odiarlo o a ignorarlo. Non c’è altra scelta per sopportarlo”.

Calandra borbotta qualcosa e si allontana, incrociando il capo in arrivo. “Buongiorno” lo saluta brusco, la parola che gli esce faticosa tra i denti stretti. L’uomo in arrivo si gira a guardare la schiena di Calandra in allontanamento, al cui passaggio una delle assistenti salta via come se avesse visto un cobra. “Claudio, non avrete litigato di nuovo”. Landori scuote le spalle e assume un’aria innocente, poco credibile per il luccichio pestifero dello sguardo: “Ti sembro una persona che attacca briga?”.

Antonio Masnada, avvocato e membro del consiglio amministrativo, nonché responsabile della facoltà di giurisprudenza, poggia la propria cartella sul tavolo. “Non è questione di sembrare o meno, ti conosco”. Non è troppo alto, ma ha dei begli occhi blu e i capelli di un nero corvino nonostante debba avvicinarsi ai cinquanta. Si avvicina e mi tende una mano con un sorriso: “Professor Marinetti. Benvenuto”. Rispondo alla stretta, vigorosa ma non eccessiva. “Salve. La ringrazio”. Landori mi dà una pacca sulla spalla: “Bene, la affido al fratellone buono”.

Io sbarro gli occhi per l’appellativo più che sciolto, mentre Masnada non sembra stupirsi. Il docente di Common Law se ne va, svettando su tutti gli altri presenti nel corridoio. “Non si preoccupi. Fa così un po’ con tutti, non si faccia mettere troppo in mezzo alle faide qui dentro, non ne vale la pena”. Io sorrido: finalmente una persona normale, gli uomini così li so gestire.

Parliamo per una decina di minuti, durante i quali mi da qualche informazione generale. Sugli orari, sulle date degli esami, su come regolarmi in caso di assenze per malattia o problemi di qualunque tipo. È sposato, ho visto la fede. Quando mi ha dato il suo biglietto da visita ho intravisto delle foto nel portafoglio e anche se non ho potuto vedere i visi ritratti ho intuito che è anche un padre di famiglia, con due o tre figli. Ci dirigiamo insieme all’entrata, lui verso il parcheggio, io alla fermata degli autobus.

“Vuole un passaggio?” mi chiede, indicando la sua vettura blu metallizzato. “No, la ringrazio. Devo imparare bene il percorso per tornare a casa”. Lui tira fuori le chiavi e rimuove la sicura: “Come vuole. Se ne avrà mai bisogno comunque…”. Io arrossisco, mi hanno sempre fatto effetto gli uomini gentili. “L-la ringrazio. È davvero gentile da parte sua”.

Lui non dà segno di accorgersi del mio imbarazzo ed entra in macchina con un sorriso. Beh, in fondo la mia prima giornata non è stata un completo disastro. Ora devo solo sperare che l’autobus passi in tempi decenti. Mi stringo nel mio cappotto per difendermi dal fresco di una sera di ottobre e mi dirigo alla fermata. Sul tabellone elettronico c’è scritto che l’attesa è di sette minuti e mi siedo su una panchina, aspettando con la cartellina bagnata accuratamente distante dai miei pantaloni.

Poco oltre c’è un semaforo e mi incanto a guardare le macchine ferme in attesa del verde. Ne arriva una nera, che si arresta in linea retta davanti a me. Sforzo la mia vista da talpa miope, riconoscendo una sagoma familiare. Lì dentro c’è Calandra, una mano sul volante e una a sorreggere la testa. Non è troppo distante e posso scorgerne l’espressione: è annoiato e… forse è una mia impressione, ma anche malinconico. Quando il semaforo diventa arancione per i pedoni, sembra svegliarsi dai suoi pensieri e toglie la testa dalla mano per prendere il volante.

Gira un po’ il capo nella mia direzione e dopo un attimo mi riconosce. Io rimango imbambolato a fissarlo, sobbalzando quando realizzo che anche lui sta guardando me. Mi agito come un tarantolato nel salutarlo con una mano, mandando la cartellina per terra. Lui risponde con un piccolo gesto della mano. Poi, incredibilmente, sorride divertito. Quando il semaforo diventa verde e lui se ne va con le altre macchine, io rimango inebetito con la mano a mezz’aria.

 

7 commenti su ““UNIVERSITAS IN LOVE” di Melian_Belt

  1. Annanelly
    27 settembre 2015

    solo oggi con una calma colazione davanti e leggendo il vostro blog ho trovato questo racconto!
    Mi piace tanto, e la scrittrice sa veramente farti vivere gli stati d’animo di Andrea. Tenero !
    lo pubblicate ogni settimana? non si può un po più di capitoli insieme? finisce subito e vorresti leggere ancora!
    Sarà poi acquistabile il racconto?
    Trasmettete i mie complimenti alla scrittrice.
    Buona domenica

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    • selvaggia
      27 settembre 2015

      Buongiorno Anna, trasmetteremo senz’altro i tuoi complimenti all’autrice. Si, questo racconto verrà pubblicato ogni sabato, è molto lungo quindi ci terrà compagnia per diverse settimane. In base alla lunghezza dei capitoli, decidiamo quanti pubblicarne… in anteprima, ti posso già dire che la settimana prossima saranno 3. Non possiamo metterne troppi sennò diventerebbe un lenzuolone…ehehheehheh…spero comunque che continuerai a seguirci. un bacione
      p.s. relativamente alla tua domanda, glie lo chiederemo senz’altro

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    • selvaggia
      28 settembre 2015

      Ciao Anna, l’autrice ci ha risposto. Purtroppo il suo racconto non è in vendita, ma se un giorno deciderà di metterlo sul mercato o di regalarlo, allora ci informerà. Mi spiace di non essere riuscita ad accontentarti. Un bacione

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      • Annanelly
        4 ottobre 2015

        Peccato, ma ciò non toglie che lo rileggerò sul vostro blog ogni volta che mi viene voglia (solo con più smanettamento di tasti!). E’ troppo carino, molto divertente. Non mi fa solo sorridere ma anche ridere e questo è rigenerante!.Comunque brava l’autrice e voi che l’avete scovata!
        Allora appuntamento ad ogni sabato.
        Buon lavoro

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      • selvaggia
        4 ottobre 2015

        sisi, dai smanetti un poco ma sarà sempre qui. Grazie per i complimenti a noi e all’autrice, che le trasmetteremo senz’altro. Appuntamento ogni sabato quindi. Un abbraccio

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  2. Silva
    28 settembre 2015

    Che bello questo racconto. E che brava l’autrice. Avevo proprio bisogno di leggerezza e di persone normali, con vita normale. Grazie per proporcelo, lo leggo volentieri

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    • selvaggia
      28 settembre 2015

      Grazie Silvia, trasmetteremo i tuoi complimenti all’autrice. E hai proprio ragione, è davvero fantastico e divertente, nella sua normalità. Continua a seguirci

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Questa voce è stata pubblicata il 26 settembre 2015 da in Parole nel web, Racconti originali e talenti nascosti con tag , , .

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