Tre libri sopra il cielo

Blog dedicato alla letteratura M/M e Lgbt in tutte le sue sfaccettature

“UNIVERSITAS IN LOVE” di Melian_Belt

Cari amici e amiche, eccoci a un nuovo aggiornamento della storia tra Andrea e Francesco. In via del tutto eccezionale i capitoli che oggi vi proponiamo saranno 3. Il nostro goffo professore comincia a subire il fascino dell’altero Francesco. Francesco tra l’altro sembra essere sempre al posto giusto al momento giusto. Coincidenza? Chi lo sa. Buona lettura.
COVER PER UNIVERSITAS

TRAMA: Andrea è il nuovo arrivato tra i docenti di un’università di legge, e anche il più giovane. Considerato un genio, è arrivato fin lì solo ammazzandosi di studio, ma certo il suo carattere non è proprio quello di un rispettabile professore! Impacciato e confusionario, la presenza di un collega gelido come un iceberg e di un’acidità unica non è proprio la cosa migliore per metterlo a proprio agio! Come farà?

CAPITOLO CINQUE – ASSURDO PENSARE

Arrivato a casa, la prima cosa che faccio è prepararmi un panino con la marmellata. Dovrei fare la spesa perché a parte poche cose la dispensa e il frigo sono vuoti, ma non ho voglia di uscire, ci penserò domani. Mi lascio cadere sul divano, poggiandomi un braccio sulla fronte. L’appartamento è piccolo, ma almeno è in centro, cosa deducibile anche dal continuo rumore delle macchine che passano. Prendo un libro dal comodino, vorrei citarlo nella lezione di domani. Senza nemmeno rendermene conto, mi addormento. Quando dei pallidi raggi di sole mi colpiscono le palpebre, mi costringo ad aprire gli occhi. Per fortuna è una bella giornata, c’è il sole… il sole? Balzo a sedere: che ore sono? Non ho orologi in quella casa, devo sapere subito che ore sono! Poi mi ricordo di aver dormito con l’orologio da polso e tolgo la manica per scoprilo.

“Porca…”. Mi fiondo fuori di casa, senza nemmeno perdere tempo a cambiarmi. Arrivare in ritardo alla lezione dopo un anticipo di tre ore il giorno prima, ma quanto posso essere scemo? Non ho nemmeno pulito la cartellina, quindi non la prendo. Preferisco stare senza piuttosto che portarla nelle condizioni in cui si trova, credo sia persino impossibile staccarla dal pavimento. Metto il portafoglio nella tasca della giacca e corro alla fermata dell’autobus, dove arrivo già senza fiato. Al liceo non me la cavavo male negli sport, poi all’università l’unica parte del corpo che ho allenato è stata il cervello, nemmeno tanto bene a quanto pare.

Sospiro quando vedo l’autobus in fondo alla via e non appena dentro mi lascio insardinare tra la folla compressa nel veicolo arancione. Da studente o da professore, certe cose non cambiano mai. “Professore?”.

Mi giro, assestando una gomitata al tipo dietro di me.

“Oh, mi scusi” balbetto. Sento un risolino e riconosco, un paio di persone avanti, la biondina della lezione di ieri. Tiene i libri stretti al petto, riuscendo a stento a portarli tutti, mentre qualche foglio minaccia la fuga. Sarà una cosa stupida, ma sapere di non essere l’unico in ritardo un po’ mi tranquillizza, anche se la presenza di lei non è indispensabile per la lezione.

“S-salve. Come sta?”.

Lei scuote le spalle: “Io bene, lei professore?”. Mi allento con un dito la cravatta, che si è avvinghiata come un boa constrictor.

“Bene. Anche se arrivare in ritardo il secondo giorno non è granché”.

Lei corruga la fronte: “In ritardo?”.

Dopo una complicata manovra riesce a tirare fuori il telefonino: “Ma professore…sono le otto e mezza. Lei ha lezione alle dieci e mezza. Più il quarto d’ora accademico…direi che è abbastanza in anticipo”.

Io rimango immobile per qualche secondo: “Alle…dieci e mezza”.

Lei si morde un labbro per non ridere: “Sì”.

“Ma…voi non cominciate alle otto e mezza oggi?”.

Annuisce: “Sì, ma abbiamo due ore di romano prima di lei”.

Mi passano in testa tutte le cose che avrei potuto fare in quelle due ore, compresa la colazione. Chissà, forse essendo tanto in anticipo riuscirò ad affrontare con trionfo la mandria in assalto ai bar. La cartellina e i miei poveri appunti invece sono abbandonati al loro triste destino.

Quando scendiamo sono le nove e io non ho più fiato. Ieri ho pranzato con un Kinder Bueno, cenato con un panino alla marmellata e quella fame che in genere mi fa svegliare alle sette della mattina come un orso dal letargo, ha fatto cilecca per la prima volta nella sua carriera. Ergo, se non mangio qualcosa mi azzanno un braccio da solo. La studentessa mi saluta ed entra in facoltà, mentre io guardo con aria poco vogliosa la ressa accalcata su ognuno dei tre bar della piazza. Tutto ciò è surreale, sembra che me lo facciano apposta. Ma la gente non ha una casa dove mangiare, in questa città? Mi accosto spaurito alla porta d’entrata, sperando di poter fare una fila decente e di cavarmela in tempi normali. Le cose agli inizi sembrano procedere bene, avanzo persino di postazione, passo per passo come i pedoni degli scacchi. Ma ovviamente è il pezzo della scacchiera più sfigato e i cavalli e le torri mi danno una pista. Fino a che, non so come, finisco fuori dal locale. La grata del tombino davanti alla porta si è sollevata e ci inciampo, finendo con il sedere sul marmo freddo e poco delicato.

“Notevole dimostrazione”.

Tiro su la testa e lo vedo, imperante su di me come Malefica della Bella addormentrata nel bosco, solo senza quella strana acconciatura a corna di ariete.

“P-professor Calandra”.

Lui scuote il capo, indicando la massa frenetica oltre la vetrina: “Ho ammirato la sua impresa. Lo fa apposta o le viene così difficile riuscire nelle cose più elementari?”.

Non so perché, ma le sue parole gelide mi abbattono come un muro di mattoni sul petto. Eppure quando aveva sorriso la sera prima mi era così piaciuto. Chino il capo, guardandomi le mani intrecciate in grembo, dimentico di essere seduto per terra. Lui sbuffa e mi prende per un braccio, tirandomi su. Ha una presa di ferro, questo me l’ero scordato. Con un cenno del capo mi indica l’entrata del bar e io rimango ben piantato sul mio posto.

“Vuole entrare sì o no?”.

Io sobbalzo ed entro, chiedendomi cosa possa cambiare. Solo quando sento il suo petto contro la mia spalla capisco che è entrato anche lui e la gente dal lato suo non spintona. Sarà l’altezza o la sua aria terrificante, ma nessuno osa spingerlo. Al contrario il mio fianco destro è sguarnito e basta una spinta, un piede messo male del tizio davanti a me che mi ritrovo spiattellato contro Calandra, il viso mezzo nascosto nella sua giacca. Lui sembra non accorgersene, ma io sì. Ha un buon profumo, leggero, di quelli di cui te ne accorgi solo da molto vicino. Calandra fa un cenno con il capo e mi poggia una mano sulla schiena, guidandomi verso la cassa.

Certamente lui non fa molto caso alla nostra vicinanza, in fondo anche tutte le altre persone nel bar sono accalcate come noi. Ma io sto per svenire qui, la fame, di sicuro è la fame. Però la sua è una presenza forte, rassicurante e per un momento il caratteraccio non mi sembra nemmeno più tanto importante. Scuoto il capo: è assurdo solo pensare una cosa del genere! Andrea, è un collega più anziano per la miseria, un maledetto senpai!

CAPITOLO SEI – IN A MOMENT LIKE THIS

Nonostante il suo aiuto io non riesco ad avvicinarmi a sufficienza alla cassa. Calandra tiene le mani in tasca come se niente fosse, per nulla stressato dalla folla accalcata.

“Che prende, cornetto con la marmellata?” mi chiede con un leggero sorrisetto, non è la coda di paglia a farmi pensare che mi stia prendendo in giro. Io adoro i cornetti, li prendo ogni volta che posso, insomma mi danno l’impressione di una giornata cominciata bene. Sarà la sua aria ironica, ma decido di fare il “grande”. “Caffè, grazie”.

Io odio il caffè, sono un tipo che va sul dolce. Occhieggio preoccupato il bancone, sperando che abbiano abbastanza bustine da zucchero. Lui solleva un sopracciglio e senza commentare si gira verso la cassiera: “Gli dia un cornetto alla marmellata. Il caffè lo prendo io”. Spalanco la bocca, incapace di reagire. Tira fuori una banconota da dieci euro e paga, solo in questo momento mi risveglio e mi getto a pesce verso la cassa. Ovviamente, inciampo. La prima cosa che percepisco è il duro del bancone contro le mie costole, poi lo sguardo perplesso del professor Calandra.

“Marinetti…” dice con voce cupa. “Non ho ancora capito come abbia fatto a sopravvivere finora”. Cerco freneticamente il mio portafoglio: “Aspetti, non deve…”. Mi interrompe con un gesto stizzito del capo: “Lasci perdere. Non voglio vederla seminare il contenuto del portafoglio sul pavimento”.

Si sposta verso il bancone e io mi scanso come un granchio scomposto. Mi osservo le mani e dopo un attimo guardo anche le sue. Non ha una fede, né segni di averne portate di recente, non che la cosa mi stupisca devo dire. Lui beve piano il caffè, senza aggiungerci nemmeno una bustina di zucchero. Io studio il cornetto davanti a me, da cui fuoriesce già un po’ di marmellata arancione. Perfetto, è piena zeppa di confettura, mi dovrò concentrare se non voglio trovarmi il ripieno come variante di colore sulla camicia.

Lui non mi guarda nemmeno, allunga una mano verso il contenitore dei fazzoletti e me ne porge una manciata. Si sistema un po’ la giacca nell’allontanarsi dal bancone: “Io vado. La prossima volta si porti un bavaglino, mh?”. In un momento come questo, le sue parole non hanno il solito effetto graffiante. È stato gentile a sufficienza con le azioni per creare un piatto equivalente sulla bilancia dell’apprezzamento. Sorrido come un imbecille e lui corruga la fronte, andandosene dopo aver scosso appena il capo. Al solito la gente si apre per farlo passare, cerco di capire la sua tecnica, ma non fa alcun movimento particolare. Non è un vero e proprio pensiero, più una sensazione: ha una bella schiena larga, accentuata dalla giacca elegante che gli incornicia le spalle. Poggio un gomito sul bancone e lo osservo dalla vetrata, il cornetto in mano ancora intoccato. Proprio in questo momento mi viene da sospirare, tutto lo zucchero a velo parte in aria.

Nel pomeriggio sono alla stazione per tornare a casa. Le lezioni della settimana sono finite e per questa volta ho promesso a mia madre di “rimpatriare” per il compleanno di zia. Dopo aver colpito la metà dei passeggeri mi siedo al mio posto, dove non dovrei più fare danni. Prendo un grande respiro malinconico mentre guardo fuori dal vetro. Manca qualcosa, come due occhi grigi e una schiena ampia. Scuoto il capo, cercando di passare il mio pensiero all’aria con qualcosa di simile all’osmosi. Che diamine sto pensando? Devo essere proprio in astinenza da altarino amoroso per essere ridotto così, eppure l’età ormonale a mille dovrei averla passata da qualche anno ormai.

CAPITOLO SETTE – BIANCANEVE

Sembra passato un secolo dall’ultima volta che sono stato all’università, invece di soli cinque giorni. Questa mattina ho organizzato tutto bene, preparandomi una scaletta delle cose da fare con tanto di orari. Apro il frigo e il cellulare squilla. Con una fetta biscottata in bocca e la marmellata in mano vago alla ricerca del malefico apparecchio, trovandolo incastrato nel bracciolo del divano.

“Pronto?” bofonchio con la bocca piena. “Tesoro! Che bello, sei sveglio!”.

Alzo gli occhi al soffitto: “Sì mamma. Non avrai chiamato solo per assicurartene”.

Lei rimane per un attimo in silenzio. “Mamma, era una domanda retorica. Lo so che l’hai fatto per questo”.

Lei ride, un po’ imbarazzata: “Sì beh, con te non si sa mai amore. Da quello che ci hai raccontato, è normale preoccuparsi un po’”. Per l’ennesima volta da quando mi sono trasferito in questa casa, calcio in pieno una gambetta in legno che spunta dal divano.

“Ouch!”.

“Tesoro?”.

Mi lascio cadere sul cuscino e stringo il piede, poggiando la marmellata che ovviamente si versa. “Tutto sotto controllo mamma! Ora devo andare o arriverò in ritardo. E non ve le volevo raccontare quelle cose, siete voi che avete insistito per farvi le vostre risate di famiglia!”. “Andrea, sono le sette e un quarto. Non arriveresti in ritardo nemmeno provandoci”.

Posso assicurarvi che non ci ho provato. L’autobus si è fermato, perché? Perché un altro autobus si è rotto, bloccando l’accesso alla strada. Ho corso come un matto, il che con l’aria poco profumata di Milano e il mio fisico ultimamente non troppo allenato mi ha portato a un stato di semi-morte. Mi lancio a razzo sulle porte di vetro della facoltà, fiondandomi all’interno.

“E’ bagnato!”.

Faccio appena in tempo a fermarmi all’avviso, prima di un semi-lago odorante di lavanda concentrata. Mi poggio una mano sul collo, contento di averlo tutto intero. Intravedo con la coda dell’occhio una figura vestita di nero, che stava uscendo mentre io entravo come un’Erinni dietro ad un parricida.

“Oh, salve professore”. Calandra ha una mano in tasca, l’altra sulla maniglia della porta. Come al solito ha la fronte corrugata, un barlume inceneritore negli occhi.

“Perché diavolo stava correndo in quel modo?”.

“Eh…ecco io… Sono in ritardo per la lezione. Grazie di avermi avvisato, comunque…e grazie per il cornetto, per il Kinder Bueno, anche per il Gatorade”.

Lui apre la porta, intoccato dalla brezza gelida che arriva da fuori: “Parli bene di me nella letterina a Babbo Natale. Arrivederci, se non si chiuderà da solo la testa in una finestra”. Non so quale demone si sia impadronito di me, ma rispondo: “Oh non si preoccupi. È già successo una volta e sono sopravvissuto, quindi…”. Lui si ferma, sbarrando appena gli occhi. Agli inizi è solo un sorriso accennato, poi scoppia a ridere. Non ha una risata sguaiata, ma per un attimo le iridi grigie si rischiarano. Senza aggiungere altro se ne va, scuotendo un poco il capo. Rimango imbambolato, riprendendomi di colpo a ricordare il perché della mia presenza qui: “La lezione!”. Riprendo la corsa e il mio piede scivola sul bagnato. Ma guarda, il soffitto è fatto di piastrelle bianche.

Quando entro in aula cammino raso al muro per non far vedere la macchia che ho su schiena e sedere, avanzando nel passo “granchio nel balletto di seduzione”. Una volta ho visto la danza rituale dei granchi per sedurre la compagna, si agitano come dei matti e mettono in mostra la chela più grande, passando la più piccola su di essa come Karate Kid passa la cera. Mi trattengo a stento dal mettermi a ridere al ricordo, sospiro quando mi siedo senza fare altri danni. Osservo la posizione dei fili del microfono per non incastrarmici dentro e tiro fuori gli appunti dalla mia cartellina nuova. L’altra è stata dichiarata deceduta. Alla fine della lezione scatta di nuovo l’applauso, nonostante abbia pregato loro di non farlo. Devo ammettere che però un po’ fa piacere e mi scappa un sorrisetto, malcelato dietro i fogli che sto sistemando. Controllo che nessuno spiritello abbia spostato i fili e mi alzo, seguendo ogni minimo movimento della sedia. Raggiunta la porta la apro, cercando di mantenere l’aria più professionale possibile. Perché so che oltre c’è lui. Quello che tra un insulto e l’altro mi ha aiutato tre volte in pochi giorni, un salvatore particolarmente bastardo.

Infatti eccolo qui, completo nero e cravatta di un grigio perla, che gli riprende gli occhi. Chi avrebbe mai detto che fosse un tipo da accostamenti estetici. Sorrido: “Salve”. Lui fa un cenno con il capo ed entra, seguito dal corteo di assistenti. Gli manca solo il nano da compagnia per sembrare un prepotente feudatario. La porta si chiude e io rimango fermo. Ho un’oretta prima della prossima lezione, stavolta mi sono anche portato un panino da casa per non rischiare lo svenimento come l’altro giorno. Così, giusto perché non ho altro da fare, imbocco la porta che conduce alle ultime file dell’aula. Un paio di studenti mi guardano stupiti e io mi poggio un dito sulle labbra, sedendomi su una sedia all’angolo. Lui sta parlando con una delle assistenti e non dà segno di avermi visto. Rimango con gli occhi sbarrati, fatico a tenere la bocca chiusa per non sembrare un pesce palla particolarmente stupido. Con gli assistenti, Calandra sorride. Nessun altro nell’aula sembra sconvolto quanto me, gli studenti parlano a bassa voce tra di loro, creando un sussurrio simile al ronzio di un’ape. Una delle assistenti mostra persino le unghie all’altra e Calandra ascolta. Sorride un po’ ironico, ma sorride e ridacchia.

Dopo un cinque minuti si siede e dà una schicchera al microfono: “Forza, si comincia. Silenzio”. Gli studenti ancora in piedi cominciano a sedersi. Nel mezzo del corridoio c’è un gruppo di ragazze che si lascia andare a civettuole espressioni di affetto, bloccando la strada. Calandra solleva le sopracciglia, poggiando il mento su una mano: “Tutto questo è molto carino e coccoloso signorina. Ora la può smettere di abbracciare mezzo mondo?”. Dolce… ha veramente citato i pinguini di Madagascar? Beh, forse anche il fatto che io abbia colto la citazione è grave. Il gruppetto si siede e lui comincia a parlare. In genere la mia soglia di attenzione crolla dopo trenta minuti se sono in forma e interessato, ma lui è veramente bravo. Unisce i dettagli meramente costituzionali a riferimenti moderni, riportando eventi della storia, elementi ideologici e altro. Ogni tanto il ciuffo gli cade sugli occhi e lo sposta, pur sapendo che non resterà a lungo nella posizione in cui lo mette. Ad un certo punto tira fuori la Costituzione e apre per leggere. Infila due dita nel taschino e tira fuori… degli occhiali. Ah! Calandra porta gli occhiali. Li inforca sul naso e di colpo sembra perdere tutta l’aria minacciosa. Sensazione che sparisce quasi subito. C’è un gruppo di ragazzotti che da un po’ sta giocherellando con gli i-phone, ridendo in maniera piuttosto cretina e rumorosa. Calandra si toglie gli occhiali, fulminandoli con uno sguardo d’acciaio.

“Ehi voi, sesta fila al centro, dateci un taglio. Altrimenti o vi butto fuori o vi metterò talmente tanto in imbarazzo che se tra venti anni vi chiederanno il perché della vostra rabbia repressa risponderete che il Professor Calandra vi ha umiliati davanti a oltre duecento studenti. Sono stato abbastanza chiaro?”.

Che bello, certe cose è meglio che non cambino troppo all’improvviso.

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Questa voce è stata pubblicata il 3 ottobre 2015 da in Parole nel web, Racconti originali e talenti nascosti con tag , , .

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