Tre libri sopra il cielo

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ARTE E MUSICA… “MACADAMIA NUT BRITTLE”

Nel 2009 il Teatro Belli di Roma ha ospitato lo spettacolo teatrale “Macadamia Nut Brittle” del duo Ricci&Forte.

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Dall’incontro tra l’immaginario di Dennis Cooper, uno degli scrittori più affascinanti e controversi del panorama letterario statunitense contemporaneo, e Ricci&Forte, al secolo Stefano Ricci e Gianni Forte, definiti i due enfant prodige della nuova scena drammaturgica italiana nasce uno spettacolo che rappresenta un unicum nel panorama della produzione teatrale italiana di ricerca, in forza di una scrittura pirotecnica e di una regia originale e innovativa, che porta allo stremo la resistenza e le possibilità fisiche dei performer. “Macadamia Nut Brittle” è una fiaba crudele sull’adolescenza.

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Lo spettacolo ha per protagonisti tre ragazzi: Giuseppe Sartori (Macadamia), Andrea Pizzalis (Nut) e Mario Toccafondi (Brittle), esploratori di sconosciute regioni esistenziali, sospesi in un limbo di cattiveria e stupore, che prendono il nome da un popolare gusto di gelato della Haagen Dasz nata nel Bronx nel ’61 (vedi foto). A fare da contrappeso ai tre ragazzi troviamo una figura femminile, Anna Gualdo (Wonder Woman), supereroina del quotidiano, consumatrice seriale di telefilm, in cerca di punti di riferimento in un deserto d’amore.

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Il ritmo incalzante di un talent show, lacerato da monologhi di feroce intensità, porta il pubblico di spettatori-voyeur a riflettere, senza sconti e senza eufemismi, sul plastico mondo dei forever young, sulla rimozione della soglia dell’età adulta, sugli incantamenti di una popolarità da Grande Fratello, sulla logica dei meccanismi televisivi che si fanno ordine e misura del mondo. E sull’ineluttabilità di quella data di scadenza improrogabile che è la morte. A fare da fondale a una parata di magnifiche ossessioni, forse strenui tentativi di salvezza, è uno scarno quanto desolato paesaggio di macerie colorate e pop, agitato da una bulimia di consumi. Una tensione vigorosa e sanguinante, fra esplosioni di violenza, esercizi di ginnastica sessuale estrema ed esplorazioni del corpo e dei suoi limiti, senza tabù.

Tonia4“Macadamia Nut Brittle” non è intrattenimento, ma elettroshock. Porta in scena le nude emozioni dello spettatore, riattivando i meccanismi di un pensiero critico, vincendo il torpore televisivo. Si ride, si soffre, ci si eleva e ci si schianta senza un attimo di respiro. Senza catarsi.

La scena che si presenta allo spettatore è colorata, ma di colori stantii, colori abusanti. Sulle pareti c’è scritta la parola “amore”, ma è una scritta che sbiadisce presto, mentre a terra, più durevoli vengono lasciati i resti, poi dispersi, della voracità. Briciole di muffin. Sangue che è solo vernice. Lacrime che sembrano finte. E quattro ragazzi che divorano tutto senza essere sazi. E divorano se stessi mentre spietati si masturbano per dimenticare. E’ una successione di atti sconnessi, mentre tutto si fa gioco, ripicca, dispetto: lei ama e lui picchia, lui ama mentre abusano selvaggiamente di lui senza sosta, lei rimane schiacciata da troppi corpi sopra di lei, lui resta in ginocchio a tonia5lungo. Ognuno diventa il buco nero dell’altro, dove mettere troppo sesso agonizzante. Sesso e autolesionismo. Sesso e quotidiana insoddisfazione. Sesso e crudeltà. Fino a non riconoscersi. Perché forse è questo il senso: non voler dire chi sono e come amo, come sento e perché sono diverso. Diverso come tutti siamo diversi, nell’omologazione del corpo che ci sottrae all’altro, all’amore.

E non sono certo le scene di sesso, eterosessuale, bisessuale e omosessuale mimate esplicitamente iTonia6n un groviglio di corpi a turbare, non certo i momenti di violenza, e nemmeno il lungo, appassionato e maledettamente vero bacio tra i due protagonisti che si cercano e si ritrovano l’uno con l’altro in quel contatto così intimo. Quello che lascia senza fiato lo spettatore è il vuoto. Quello stesso vuoto che si percepisce ogni giorno dalla cronache dei media, che altro non sono che riflessi di un vuoto che abbiamo accanto, magari propri dentro le nostre case e non ce ne accorgiamo. O ancora peggio quello stesso vuoto che abbiamo dentro di noi e non lo sappiamo. O fingiamo di non sapere.

Ricci&Forte dicono dello spettacolo: “Non sappiamo quale sia la verità… l’importante è che l’ambiguità sia chiara. Per questo, nell’epoca delle passioni precotte, dei sentimenti in doppiopetto di grisaglia, ci siamo saziati famelicamente alla tavola di Dennis Cooper, alla scabra poesia di cui è imbandito il suo universo letterario. Abbiamo tentato di raccontare, con mozartiana impudenza, una fiaba crudele sull’adolescenza. Scardinare le porte della cosiddetta normalità sessuale, suonare la grancassa del mondo dei foreveryoung, spargendo sale sulle ferite di una realtà brutalmente viva, è stato quasi automatico mentre sfilavano sotto gli occhi i temi ossessivi di Cooper. Le mutilazioni, le punizioni corporali, il sesso reiterato fino all’estinzione nascondono una pericolosa in quanto “pura” tendenza al gioco: un gioco infantile, uno svago che abbiamo dimenticato uscendo dalle mura domestiche. Il tempo che passa, il richiamo forzato ad una maturità catalogante lasciano intravedere la sagoma sfocata di un bambino che chiede aiuto. Ed è quello che abbiamo fatto. Siamo scattati alla richiesta di soccorso gettando un salvagente in un oceano: putrido come un reality show, duro e ghiaccio come i giorni da ex illusi cresciuti. Lo sguardo lisergico di Cooper si è intrecciato così con il nostro, nutrito dello stesso disagio, delle stesse mancanze, di identiche perdite. L’attesa notturna di quattro divoratori di gelato Haagen Dasz (il Macadamia Nut Brittle del titolo), in un reparto ospedaliero, su un aereo o in una casa dei giochi sull’albero, si materializza in un tamagotchi onirico, in cui si fanno i conti con un processo identitario che, se da una parte lascia liberi, dall’altra sviluppa un senso di estraniamento da un pianeta che ci scivola via sotto i piedi. Nella fluttuazione emotiva, privi di cintura di sicurezza, scendiamo in picchiata verso un libertinaggio imprevedibile che possa riappropriarci di un gusto, di un peso. La rumba degli strappi è iniziata; le lacerazioni segnano le figure trasformando in un incubo ad occhi aperti il sogno romantico della famiglia felice da Mulino Bianco. Vittime, carnefici, protagonisti di questo snuff movie che la vita offre siamo noi, alla disperata ricerca di amore in un mondo impossibile: perché alla fine anche la Natura, come gli uomini, è troia e infedele. Sempre.”

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Tonyella

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Questa voce è stata pubblicata il 8 ottobre 2015 da in Arte e Musisca con tag .

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