Tre libri sopra il cielo

Blog dedicato alla letteratura M/M e Lgbt in tutte le sue sfaccettature

“UNIVERSITAS IN LOVE” di Melian_Belt

Cari amici e amiche, eccoci a un nuovo aggiornamento della storia tra Andrea e Francesco. Il nostro giovane professore sembra essere una calamita per la pioggia e per tutto ciò che ne consegue, ma stavolta sarà proprio la pioggia a dare una mano al nostro Andrea a penetrare nella fredda corazza di Francesco. Buon lettura.
COVER PER UNIVERSITAS

TRAMA: Andrea è il nuovo arrivato tra i docenti di un’università di legge, e anche il più giovane. Considerato un genio, è arrivato fin lì solo ammazzandosi di studio, ma certo il suo carattere non è proprio quello di un rispettabile professore! Impacciato e confusionario, la presenza di un collega gelido come un iceberg e di un’acidità unica non è proprio la cosa migliore per metterlo a proprio agio! Come farà?

CAPITOLO OTTO – CHANGES

Calandra si appoggia con la schiena contro la sedia, accarezzando con le dita la montatura degli occhiali. Gli occhi grigi sono ancora puntati sulle vittime del momento, zittite a velocità record. “E non fatevi riprendere” riprende inforcando gli occhiali. “Altrimenti confermerete la fama che ho, a ragione, di avere un pessimo carattere”. Aspettate un attimo… cosa ha detto? Come se niente fosse riprende a spiegare, ora l’aula è silenziosa, pur non essendoci un’atmosfera pesante. Gli studenti prendono appunti, segnando parola per parola, altri lo fissano come gufi impagliati, cercando di non perdere nessuno dei vari passaggi che fa. Alla fine della lezione parte un applauso, che Calandra bellamente ignora. Due studentesse si alzano, la Costituzione in mano. Si avvicinano circospette alla cattedra, due esploratori verso un leone, non notate dal professore che si sta sistemando l’orologio al polso. Lui solleva la testa verso di loro, gli occhi coperti dall’onnipresente ciuffo. E sorride. Un maledetto ragazzo che evidentemente aveva ormoni nel biberon mi si ferma davanti, coprendomi la visuale. Mi getto a lato come Buffon, spalmandomi sulle sedie accanto a me ormai vuote. Non che si veda benissimo, ma qualcosa riesco a intravedere. Una delle studentesse sta parlando, ascoltata da un Calandra educatamente in silenzio. Quando lei finisce lui annuisce, dice un paio di frasi che ovviamente non riesco a comprendere. Loro ringraziano e lui… ma sì sorride, non era stata un’allucinazione. Gli leggo il labiale: “Di niente”. Poi prende la sua valigetta e se ne va, seguito dai cinque assistenti in chiacchiericcio. Solo in quel momento mi ritiro a sedere, notando gli sguardi perplessi degli studenti attorno a me.

“Ah…beh, sì, io…”.

Opto per il fugone, precipitandomi all’uscita come un forsennato. Ritorno subito indietro: non mi pare il caso di lasciare lì la valigetta nuova. In corridoio incrocio Landori, anche lui scortato da cinque assistenti, tutti uomini. Cosa fanno lui e Calandra? Li fanno scontrare come i Pokemon per vincere il Fiocco Rosa di Giurisprudenzilandia? Ok, questo pensiero era pessimo, ma non posso fare i meno di immaginarmeli su un cartellone pubblicitario, schierati gli uni contro gli altri con facce minacciose. E sotto c’è scritto: Scontro tra Titani. Lui mi vede e fa un cenno con il capo. Una volta vicino mi poggia una mano sulla spalla: “Allora, come stanno andando questi primi giorni?”. Non ha un tocco invadente, anche perché molla quasi subito la presa.

“Bene, credo….dovrebbe chiedere ai miei studenti però”.

Lui ridacchia: “Sì, questo succederà. Tra un mese dovranno compilare un modulo con le impressioni sui docenti, sui corsi e roba varia”. Saluta un collaboratore scolastico, detto più comunemente bidello: “Salve Guido, vedo che è dimagrito”. L’omone, largo che si crederebbe abbia varie copie di sé all’interno come una matrioska, ride di gusto: “Invece lei è ingrassato, professore”. Landori, magro come un chiodo, si poggia una mano sullo stomaco: “Con la cucina di mia moglie? Quello sì che sarebbe un miracolo”.

Proseguiamo per il corridoio e lui riprende il discorso: “L’anno scorso ci sono stati studenti che hanno detto: il professor Landori va troppo veloce, altri troppo piano. Chi ha espresso le sue remore sullo scarso approfondimento, chi per il troppo entrare nei dettagli. Quindi ci dia un peso relativo, quando sarà il momento”. Gli suona il telefono e lo sfila dalla tasca della giacca. Ecco, dovrebbe essere un movimento facile e fluido, altro che la tarantella scomposta che faccio sempre io.

“Pronto? Ah, ciao cara”.

La moglie, questa sì che è una conversazione interessante da ascoltare. Faccio finta di non origliare, guardando i muri. Che, tra parentesi, sono bianchi. “Sì, l’ho presa la tachipirina per la bambina. Sì, anche lo sciroppo per la tosse. No, non è quello al sapore di fragola, non ce l’avevano. Sì, lo so che quello è l’unico che vuole. No, non ci combatto io per farglielo bere cara, lo farai tu”. Ogni volta che dice di sì annuisce con il capo, ai no ciondola. Fatico a trattenere una risatina. “Hai controllato che non abbia alzato il termometro con la lampada? Guarda che funziona anche sfregandoselo contro il braccio. No, non sono un malfidato, è che da piccolo io lo facevo”. Mi immagino un piccolo Landori che con la circospezione di un agente segreto controlla che il campo sia libero, prima di sfregarsi addosso il termometro a tutto gas. “Sai altrimenti non si spiegherebbe il fatto che ieri sera avesse trentasette, oggi trentotto con l’antibiotico. E domani ha il compito di matematica, ho controllato sul suo diario”. Tossisco per celare lo sghignazzamento e ne esce fuori una specie di verso da rospo con il singhiozzo. Lui mi guarda e ridacchia. “No, tesoro non minacciarmi di violazione della privacy”. Passano una decina di secondi in cui non riesce a dire una parola, interrotto dal chiacchiericcio indistinto che anche io percepisco un poco. “Va bene amore, va bene”. Chiude il telefono, sospirando. “Bene”.

Superiamo un angolo e ci troviamo faccia a faccia con Calandra, senza la scorta di assistenti. Ha un giornale sotto il braccio e la cartellina in una mano, l’altra in tasca come al solito. Rimangono per qualche secondo a fissarsi in cagnesco. Se c’è un lato positivo in questi momenti è che io ne sono fuori. “Professor Landori, vedo che ha una certa dimestichezza con i bambini”. Ma come, ho appena detto che ne rimango fuori…

Landori si infila anche lui le mani in tasca, guardandolo spavaldo dalla sua altezza superiore. “Marinetti, non ci faccia caso. Il fatto è che costui non ha rapporti con persone di età inferiore ai quarant’anni e anche con loro sono di astio allo stato puro. Vede, quelli senza capelli bianchi lo mettono in panico”. Io mi osservo la punta delle scarpe. Non ci sono, non ci sono, io faccio parte della mobilia. Per fortuna Calandra si limita a piegare le labbra in una smorfia e ad andarsene. Mi allento la cravatta. Possibile che dopo un po’ di tempo cerchi sempre di strangolarmi? “Senta…” mi azzardo a chiedere guardando Calandra che si allontana. “Ma… come mai avete un brutto rapporto?”. Landori strabuzza gli occhi: “Dico, ma l’ha visto?”.

Scrolla le spalle: “Ha litigato come minimo cinque volte con ogni membro del corpo docenti. È burbero, presuntuoso ed egocentrico. L’ultimo scontro siamo persino riusciti ad averlo sugli animali, non mi chieda come ci siamo arrivati. Ah sì, è entrato un piccione in facoltà”. In effetti Calandra non sembra un tipo che ama gli animali. Al contrario di me, che ci parlo proprio con un tono completamente idiota, usando vezzeggiativi inesistenti prima delle mie performance. Certo, rispetto all’uomo che ho visto a lezione, Calandra è sembrato un’altra persona. Ci sono troppi cambiamenti che avvengono intorno a Francesco Calandra, davvero troppi.

Il giorno seguente, fa un freddo cane. Mi imbacucco dalla punta dei piedi a quella dei capelli e, nonostante il cappello di lana non sia il massimo dell’esteticità, è bello calduccio e io non ho il massimo della resistenza al gelo. L’avevo messo in conto quando ho accettato di venire a lavorare qui, ma non per questo accetterò la sua esistenza. Rischio anche di dimenticare l’ombrello, per fortuna quando arrivo al portone me ne rammento e torno su per prenderlo. Beh… è difficile che passi di mente quando fuori stanno piovendo anche i gatti. A lezione vorrei non togliermi di dosso guanti e cappotto, ma lo faccio quando con grande prontezza di spirito capisco che non è il caso. Per il resto della giornata non mi schiodo dalla facoltà, tanto ho una scorta di biscotti al cioccolato. Sono intento a sgranocchiarli quando una baraonda invade il corridoio. “Lei è insopportabile!”.

È la voce di un uomo, nemmeno troppo giovane. In quel momento Calandra sbuca dall’angolo, squadrando qualcuno fuori dalla mia visuale come se volesse ucciderlo. “Io non sono un ipocrita almeno” sbotta. “Per me può avere quante lauree ad honorem gli pare. Quel tipo è e rimarrà un idiota e non ho intenzione di fargli fare un intervento nella mia lezione, fine della discussione”. Procede nella mia direzione, mentre un secondo professore che non conosco emerge con un pugno alzato: “Lei è un maleducato!”. Calandra nemmeno si gira, proseguendo nel suo cammino: “E lei un cretino!”. Si sta avvicinando, o mamma! Mi giro dalla parte opposta, sperando che il biscotto sia tanto coraggioso da farmi da scudo. Lui non da segno di avermi visto e sbatte la porta che dà sulle scale, sparendo dalla vista degli allibiti presenti.

Sono le otto quando finisco il turno, degli studenti mi hanno persino fermato per farmi delle domande. Non appena apro l’ombrello sotto la pioggia torrenziale, sento un terribile crack. “No, ti prego no”. E invece, ovviamente sì. Non dico una, ma ben due delle stanghette di ferro si sono rotte a metà. Bene, ho inaugurato la stagione degli ombrelli rotti proprio al momento giusto. Sospiro e mi lancio nel diluvio, raggiungendo la fermata zuppo dalla testa ai piedi. Guardo il display con gli orari, dove brilla con luce infernale: “Servizio informazioni temporaneamente sospeso”. “Ovviamente” sussurro, sedendomi sconsolato sulla panchina. Non mi importa se è fradicia, il bagnato non si può bagnare e sembro appena uscito da una piscina. Con una manica mi tolgo i capelli dalla fronte e mi avvolgo nel cappotto, sperando di mantenere un po’ di calore corporeo ed evitare l’ipotermia. Passano cinque minuti, poi dieci e dell’autobus non c’è traccia. Ecco, se qualcuno prova a dirmi che un po’ di pioggia non ha mai fatto male a nessuno, lo mastico e butto i resti nell’umido della riciclata. Stringo la cartellina al petto e mi ci avvolgo intorno come una seppia, poggiandoci il mento. Le macchine passano, si fermano al semaforo e poi ripartono, mentre io sono sempre qui. Ad un certo punto, una macchina scura si ferma alla linea di arresto, suonando. Io corrugo la fronte, cercando di capire perché mai stia usando il clacson. Scrollo le spalle e torno ad accoccolarmi intorno alla valigetta.

La macchina si accosta all’altro lato del marciapiede e nella pioggia fitta scende una figura vestita di nero, che con un ombrello in mano attraversa la strada. Mi guardo intorno: sta venendo da me? Solo quandomi è di fronte riconosco Calandra e balzo in piedi. Lui mi sta guardando male, tanto per il gusto della varietà: “Le ho suonato per due ore!”. Io spalanco gli occhi, togliendo le gocce che mi appannano la vista: “Ah… e perché scusi?”. Lui sposta l’ombrello, coprendomi la testa. “Lei non è come le piante, per quanto ogni tanto somigli ad un vegetale. Prendere un’innaffiata non le serve. Venga, le do un passaggio”. Io rimango immobile al mio posto. “Un passaggio” ripeto poco convinto. Lui ciondola il capo con un’espressione profondamente scocciata: “Sì, un passaggio. Dal latino passus, passus. Ha presente?” Io sorrido come uno scemo: “Anche lei ha fatto il classico?”. “Oh ma si muova!”.

CAPITOLO NOVE – BUON COMPLEANNO

Guardo un po’ indeciso il sedile asciutto della macchina. È tutto così lindo e io sono così bagnato. Calandra chiude l’ombrello e si siede dietro al volante, portandosi indietro i capelli. Poggia un gomito sul sedile accanto e si sporge a guardarmi: “Allora?”. Io mi scuoto e mi siedo, cercando di toccare meno macchina possibile. Devo essere in una posizione strana perché solleva il sopracciglio, mentre con calma gira le chiavi: “Non è un problema se sporca. Devo portarla a lavare”. Rientra in carreggiata e indica il retro: “Il cane mi ha sporcato i sedili”. Ha detto cane?

“Ma a lei non piacciono gli animali”. Mi pesterei un piede da solo, ma quanto posso essere scemo ad uscirmene con una frase così? Lui corruga la fronte, procedendo tranquillo nel traffico: “E questa informazione da dove è giunta?”. Io mi agito, indicando dietro di me in un gesto senza senso. “I-il professor Landori. Dice che avete litigato per gli animali, tra le altre cose… non ricordo bene, c’entrava un piccione. Mi pare fosse un piccione, ecco…”. Calandra si ferma al semaforo seguente, avviando i tergicristalli: “Non mi risulta che sui sedili di dietro ci sia Landori, né tantomeno un piccione. Perché diavolo ha indicato?”. Io taccio e lui con un sospiro riprende: “Non le è mai venuto in mente che sia il caro Landori a non sopportare gli animali?”. Apro la bocca per rispondere “no, assolutamente no”. Ma per una volta, grazie a non so quale ente celeste, mi mordo la lingua prima di esprimermi.

“Dove abita?”.

“Eh?”.

Calandra alza gli occhi al cielo: “E io che pensavo fosse una domanda semplice”.

“Ah, Via del Borgomastro 60. Ha presente?”.

“No”.

Apre uno scomparto e tira fuori un navigatore satellitare. Una volta, quando vivevo a Roma, ne ho usato uno per arrivare sulla Nomentana. Solo quando ho visto le palme e la scritta Ostia mi sono insospettito. Con pochi tocchi imposta la direzione, attaccando il navigatore sul parabrezza. “Lei è di Milano?” chiedo tutto d’un fiato. L’idea che possa scendere il silenzio mi terrorizza. “No” risponde atono, non molto collaborativo. “Ah… e di dov’è?”. “Di Genova”. È Genovese? Non l’avrei mai indovinato… avrei detto una delle grandi metropoli del centro nord, oppure Roma.

“Di Genova? Quindi da ragazzo girava tra i vicoli”.

No, non può essermi uscita un’imitazione dell’accento genovese. Era pure terribile! Chiudo la bocca a buccia di limone e attendo che la giustizia divina mi colpisca. Lui mi congela con lo sguardo: “Non lo faccia mai più”. Io mi guardo le mani, raccolte sulle gambe: “Va bene, scusi”. Sono bagnato fin dentro le ossa e rabbrividisco, strofinandomi le gambe. Calandra non mi guarda nemmeno e si allunga sull’aria condizionata. Dopo qualche istante di brezza fredda arriva un bel calduccio e sospiro, accostandoci un poco le mani gelide. Lui deve averlo notato, perché al semaforo dopo si toglie il cappotto. “Prenda”. Io rimango ad occhi sbarrati: “Prego?”. Si gira a guardarmi e io d’istinto arretro, sbattendo con un gomito contro la portiera. Trattengo a stento un gemito di dolore.

“Senta” mi dice tra lo scazzato e l’annoiato. “Ho un pessimo carattere e tutto il resto, su questo non ci sono santi. Ma non sono un irresponsabile che lascia una persona a morire di freddo, specialmente un soggetto incapace di sopravvivenza come lei. Se mostrerà ancora stupore mi riterrò offeso. Quando mi offendo mi arrabbio e lei mi ha visto arrabbiato”. Ah, quindi in corridoio mi aveva visto. È il discorso più lungo che mi abbia mai fatto e mi è piaciuto. Sarà che ammiro chiunque mostri sicurezza quando parla o agisce. Quindi sorrido quando accetto il cappotto: “Grazie”.

Lo poggio sulle gambe e ci stringo dentro le mani, che pian piano riprendono la sensibilità. Lo studio con la coda degli occhi. Ora sembra tranquillo, l’attenzione tutta sulla strada. Ogni tanto i lampioni o i fari delle macchine dal verso opposto gli illuminano gli occhi, facendoli apparire più chiari di quanto non siano. È un bell’uomo, non è che ce ne siano tanti in giro. Nonostante il carattere non proprio zuccheroso, è strano che non sia sposato. Magari lo è, ma non porta la fede, oppure ha una compagna. Potrebbe anche essere divorziato. D’improvviso mi sembra una questione di estrema importanza, ma non posso certo uscirmene con: “Beh, visto che ci conosciamo a malapena, perché ora non parliamo un po’ della sua vita di coppia?”.

“Senta…” me ne esco invece. “Perché va così poco d’accordo con i colleghi?”. Lui ridacchia: “Ha qualche parente psicologo?”. Io sobbalzo, preso alla sprovvista: “No, perché?”. Lui rimane in silenzio e io mi arrendo: “Mio padre e mio nonno”. Lui scuote il capo, un sorrisetto stampato sulle labbra: “Ha visto bene me e loro? Io ho una tendenza a essere stronzo, loro ad avere il complesso del Dio. Direi che è tutto qui”. Comincio a riconoscere i palazzi intorno a noi, Calandra svolta ad una curva.

“Ha detto sessanta, vero?”.

Io annuisco, triste di colpo. Mi aspetta una settimana chiuso in casa, senza fare niente, probabilmente circondato dalla pioggia. Lui si ferma davanti al mio portone: “Si tenga il cappotto. Me lo riporterà lunedì”. “Glielo lavo”. Calandra mi occhieggia perplesso: “No, grazie. Ci tengo ad averlo nero e non pervinca”. Io scoppio a ridere: “L’avrei portato in lavanderia”. “Lasci perdere”. Scendo dalla macchina, chinandomi per ringraziare. Lui borbotta un non c’è di che. Ecco, in genere questo è il momento in cui si chiude la portiera, ma non posso fare le cose normali. Con fatica la chiudo e lascio la maniglia, cercando le chiavi del portone. Lui mi osserva dalla macchina, allontanandosi solo quando la mia figura si staglia contro le luci dell’entrata. Sfrego le mani ancora intirizzite ed entro nel palazzo con un sorriso, mentre fuori la pioggia perde un po’ la sua violenza e scivola nei tombini in fiumi di cemento.

 

Questa settimana ho deciso di restare a Milano. Se il tempo dovesse migliorare, potrei anche comprare qualcosa per la casa, così vuota non mi piace. Mi strofino i capelli con l’asciugamano, vagando in accappatoio. È una brutta abitudine, quando esco dalla doccia non mi va di asciugarmi e orbito, tanto qui non ho mia madre all’inseguimento. Tiro fuori un biscotto e accendo il portatile. Mentre aspetto le procedure di avviamento guardo fuori dalla finestra: oggi il tempo non è stato male, a parte una leggera pioggia al mattino. Altro che il diluvio di ieri. Pensandoci ancora, Calandra è stato davvero gentile, in fondo non lo ha obbligato nessuno a scendere per darmi un passaggio. Clicco sul link di Internet e apro la pagina della facoltà. Scorro l’elenco dei docenti e lo trovo: Francesco Calandra, Diritto Costituzionale. Non ha messo la foto, ma qualcuno deve aver pensato di andarci a fondo con il suo curriculum. È lungo una pagina e leggo la prima riga.

“Francesco Calandra, nato a Genova il 19 ottobre del 1969”.

Del 69… quindi ha quarantadue anni. Continuo a leggere, fermandomi di botto: aspetta un attimo… Torno a leggere la data di nascita e la confronto più e più volte con quella scritta a lato del desktop: “Cavolo!”.

Soltanto una volta suonato il campanello mi rendo pienamente conto che ora non c’è più via di uscita. Anzi sì, potrei lanciarmi giù per la rampa delle scale. Mi spezzerei l’osso del collo ma eviterei la figuraccia a domicilio che sto per fare. Riflettendoci, anche il mio collo sembra abbastanza importante. La porta si apre e io sobbalzo: “Ah!”.

Calandra sbarra gli occhi, seriamente sorpreso della mia presenza. Beh, immagino abbia le sue ragioni. Indica lo spioncino: “Pensavo di avere le allucinazioni. Che cosa ci fa qui?”. In braccio ha un gatto grigio dal muso imbianchito, dev’essere vecchio. È magrissimo e ha due grandi occhi verdi che mi fulminano sul posto. Si vede che è il suo gatto.

“Ergh…ecco io”.

Tiro fuori il pacchetto che tenevo dietro la schiena come un idiota, tanto si vedeva comunque: “So che è mezzanotte e cinque, quindi in teoria non lo è più. So anche che in genere non ci si presenta a casa della gente a quest’ora. Ma ho saputo che oggi… ieri era il suo compleanno, ho chiamato il capo-dipartimento per sapere il suo indirizzo. Non ho fatto in tempo a comprare qualcosa, quindi ho fatto una torta. Al cioccolato fondente, mi sa che a lei non piacciono le cose troppo dolci…”. Mentre blateravo tutto d’un fiato la voce si è andata man mano abbassando, terminando con un sussurro sbiascicato. Tengo gli occhi mezzi chiusi, la testa china verso il pavimento.

“Ah” risponde Calandra, prendendo incerto il pacchetto che gli spingo addosso. Una massa bianca e nera si lancia a razzo fuori dalla porta, salendo le scale. Calandra mi supera e guarda quello che capisco ora essere il cane, un beagle cicciottello dai grandi occhioni e la lingua penzolante. “Brioche! Vieni subito giù”. Al contrario, il cane sale di un’alta rampa, affacciandosi dal piano superiore con la coda che scodinzola imperterrita. Calandra solleva gli occhi al soffitto e poi si volta verso di me, la fronte corrugata mentre scruta incerto il pacchetto. Io nascondo le mani nella tasca della felpa. Già, gli unici vestiti che avevo puliti, stirati e soprattutto asciutti, erano un paio di jeans e una vecchia felpa rossa, giusto per sembrare meno un ragazzino.

Calandra si passa una mano tra i capelli: “Senta… vuole entrare?”.

Io arrossisco di botto. Probabilmente sono dello stesso colore di quello che ho addosso, in questo momento. Vorrei entrare da morire! Sono curioso persino di sapere di che colore ha la lampada vicino al comodino ma non posso, oltre a presentarmi così a casa di uno, per specificare un collega più anziano, con una torta fatta a mano in un vassoio orrendo, a mezzanotte, e disturbare anche oltre. “N-no grazie, è tardi e non vorrei disturbarla ancora”. Lui si sistema meglio il gatto in braccio: “Lei è stato gentile, pur nella sua mancanza di self-control. E si vede che vuole entrare, quindi forza”. E indica la porta con la testa.

Io abbozzo un sorriso: “Grazie”. Entro, seguito a ruota dal gatto e da Calandra. Il professore poggia una mano sulla maniglia: “Brioche, o torni dentro o ti lascio fuori! Uno, due…”. Al tre quel salsiccione con le zampe si fionda in casa, saltandomi contro. Non so secondo quali sequenze di movimento mi prende con la testa dritto al centro delle gambe, togliendomi il fiato. Calandra fa qualcosa che non so se definire un sorrisetto o un ghigno: “Lo fa con tutti, vuol dire che le è simpatico”. “Ah, che bello” rispondo con voce soffocata, accarezzando il cane gioioso sulla testa. Calandra imbocca il corridoio, invitandomi a seguirlo con un cenno. Quando rialzo lo sguardo dalla bestia festante, i miei sensi sono in fase di aggiustamento e solo ora noto com’è vestito. Ha una camicia bianca con sopra un golf nero, ma soprattutto porta i jeans. Senza la giacca un po’ lunga sul didietro, non ha più una certa parte del corpo coperta e io rimango ad occhi sbarrati. Spero seriamente di non aver sbavato sul tappeto, avrei fatto una strana omologazione con il cane. Va bene, gli sto spizzando il culo, quindi cosa?

Scuoto la testa e lo seguo, osservando la casa. Le pareti sono giallo scuro e tutta la mobilia di legno ha un’aria piuttosto antica. Annuso, riconoscendo l’odore che ho sentito quel giorno nel bar quando gli sono andato a sbattere contro. Noto che non ci sono foto, solo quadri. Come pensavo, non è un uomo di famiglia. “Lei non beve caffè, vero?”. Io mi scuoto: “Eh?”. Lui si poggia una mano sul fianco: “Fino ad ora lei non ha mai risposto normalmente ad una delle mie domande, sa? Vuole il caffè, del vino…”. Agita la mano nell’aria: “Una coca-cola?”. Deve aver letto il luccichio nei miei occhi, perché prende due lattine e un bicchiere.

“Venga di là”.

Il salone mi piace, di quello che ho visto finora è la stanza più bella. Ha due finestre incorniciate da tende color crema, un tavolino basso tra due piccoli divani dello stesso colore e una grande libreria piena di volumi. Mi siedo su uno dei due divani, lui sull’altro. Versa il contenuto di una lattina nel bicchiere e accavalla le gambe, aprendo la levetta dell’altra. Sorrido dentro al bicchiere: chi avrebbe mai detto che fosse il tipo da attaccarsi alle lattina, già mi fa strano vederlo bere Coca-Cola. Il cane si fionda nella stanza, buttandosi a pesce sul divano e zompandogli sulle gambe: “Brioche, giù!”. Brioche non fa altro se non rigirarsi sulla schiena, mostrando a tutti il pancione a macchie.

“Mucca vestita da cane” borbotta Calandra con le labbra vicine alla lattina. Arriva anche il gatto a passo da pantera e salta agilmente sulle mie gambe. Mi guarda con occhio da severo scrutatore e si siede come una piccola sfinge. Segue ogni mio movimento con gli occhi, chiudendoli in approvazione quando gli gratto la testa: “Come si chiama?”.

Calandra sorride, per la prima volta a me e non a qualcun altro: “Gigio”.

Io ridacchio: “Che strano nome”.

Il gatto comincia a fare le fusa, a quanto pare ho superato l’esame.

“Sì, abbastanza, l’ha scelto mia madre. Era suo prima”.

Ovviamente cosa fa una persona con scarso collegamento lingua-cervello come me? Chiede: “Come mai ora lo ha lei?”.

Lui scrolla le spalle. “È morta quattro anni fa”.

“Oh… m-mi spiace! Non ci ho pensato, è che lei non è così vecchio, quindi…”.

Mi interrompo quando vedo che sta ridendo piano: “Va bene, non c’è problema”.

Ma guarda, nel suo territorio e circondato dai suoi alleati è più malleabile. Cade il silenzio ed io non posso permetterlo, anche se sarebbe la cosa più saggia e normale.

“E… suo padre?”. I suoi occhi grigi mi squadrano: “Perché me lo chiede?”. Io scrollo le spalle, osservandomi le mani come sempre quando comincio ad andare in panico.

“N-non saprei, così”.

Brioche gli infila il muso sotto la mano, alla ricerca disperata di carezze. “È morto quand’ero giovane”. Qualcuno mi dia una pala, a quanto pare non mi accontento mai abbastanza di scavarmi una fossa, voglio proprio sbucare a Shangai.

“Ah. Mi spiace… anche per questo. Quanti anni aveva?”.

Calandra si arrende alle moine del cane con una grattatina distratta sulle orecchie: “Sedici. I suoi sono ancora vivi, vero?”. Io ci metto un po’ a reagire, ma nemmeno troppo per i miei standard: “Sì. Come faceva a saperlo?”. Prende un sorso dalla lattina: “Una mia impressione”. Guardo la casa, il fatto che non abbia foto mi intristisce. Lo osservo, illuminato dalla luce soffusa della lampada. Eh sì, non è niente male. Non un uomo che ti gireresti per strada a guardare, anzi io lo farei ora che ho ammirato il suo… ergh, meglio che mi dia una regolata. Il gatto si mette a fare la pasta, per fortuna ho i jeans spessi a sufficienza. Questo è un argomento che non dovrebbe procurarmi figuracce: “Avete questo gatto in famiglia da molto?”. Lui risponde senza esitazioni, deve pensare spesso agli anni che sono passati: “Vent’anni. Mia madre lo prese dalla strada”.

Guardo l’orologio appeso al muro: è mezzanotte e quaranta, forse è l’ora di togliere il disturbo. Mi alzo, guadagnandomi un’occhiata cattivissima dal felino. “Io andrei, l’ho già disturbata abbastanza”. Lui si alza, accompagnandomi alla porta. Allunga una gamba prima che Brioche tenti di nuovo la fuga. “Nessun disturbo, per una volta”.

Sorride ed ecco che questo non doveva proprio farmelo. Sarà la stanchezza, sarà che ho una certa età e sono senza una relazione da anni ormai, sarà che mi piace quando sorride. La mia mente entra in un black-out più potente del solito e quando torno cosciente comprendo in pieno quello che sto facendo: lo sto baciando.

“Oddio!”.

Salto indietro, le mani nei capelli. Guardo prima le scale, poi la sua espressione attonita. Poi di nuovo le scale e mi ci fiondo prima che io possa dire una delle mie cretinate e lui darmi un pugno in faccia.

6 commenti su ““UNIVERSITAS IN LOVE” di Melian_Belt

  1. Milly
    10 ottobre 2015

    Amo smodatamente questa scrittrice, è ironica, piacevole, profonda, le sue descrizioni di cose e luoghi sia fisici che della mente, sono di una naturalezza disarmante, sono precise e sconcertanti, le introspezioni dei personaggi sembrano fatte da loro stessi, come se lei potesse infrangersi in mille mila frazioni di sé e diventare ognuno di loro, assumere la loro personalità e vivere la loro vita … e poi descrivere i loro pensieri e le loro emozioni per il nostro piacere.
    Questa è solo una delle parecchie storie che ha scritto e posso testimoniare che, ogni volta, io resto in attesa di un nuovo capitolo dei suoi, come mi capita di restare in attesa di notizie di persone che mi sono particolarmente care.
    Quindi grazie, Tre Libri Sopra il Cielo, per aver messo un faro su una delle opere di Melian-Belt.
    Unica mia speranza: che non sia l’unica che pubblicherete.

    Mi piace

    • selvaggia
      10 ottobre 2015

      Carissima Milly, grazie per la tua precisissima analisi, ma per quanto mi riguarda non sei assolutamente da meno. Siete due scrittrici assolutamente fantastiche che meriterebbero ben altra ribalta. Siamo comunque felici e orgogliose di avervi portato nel blog e da lì sui social. Per quanto riguarda la tua speranza, in realtà è anche la mia. Vedremo in futuro. Un bacione e grazie ancora

      Mi piace

  2. Anna
    11 ottobre 2015

    Quello che mi stupisce è che un racconto così buono, scritto così bene e così divertente è che non sia pubblicato in un romanzo… voglio dire… ho letto romanzi a pagamento e anche di autori blasonati e conosciuti, valide neppure la metà di questo.

    Mi piace

    • selvaggia
      11 ottobre 2015

      Hai ragione Anna. Penso che molti scrittori talentuosi dilettanti (passami il termine) si facciano fermare dalla timidezza o dalla comprensibilissima paura di fallire e quindi scelgano la rete. Im questo modo però le CE rifiutano i loro lavori perchè non più inediti… è un circolo vizioso. Spero assolutamente che Melian decida di pubblicare con una CE una nuova storia. Continua a seguirci e alla prossima

      Mi piace

  3. Alice
    11 ottobre 2015

    Mi piace moltissimo questo racconto, Andrea mi fa tanta tenerezza e Francesco con il suo gatto in braccio ora mi sembra più simpatico….io adoro i mici…
    Sono curiosa di leggere la prossima puntata visto che la situazione si è fatta un po’ …imbarazzante per il nostro Andrea!
    Complimenti all’autrice!

    Mi piace

    • selvaggia
      11 ottobre 2015

      Trasmetteremo i tuoi complimenti Alice, intanto grazie da parte nostra. A sabato prossimo

      Mi piace

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 10 ottobre 2015 da in Parole nel web, Racconti originali e talenti nascosti con tag , , .

Seguiteci su Twitter

Seguiteci su twitter

Follow Tre libri sopra il cielo on WordPress.com

Categorie

Archivi

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: