Tre libri sopra il cielo

Blog dedicato alla letteratura M/M e Lgbt in tutte le sue sfaccettature

“UNIVERSITAS IN LOVE” di Melian_Belt

Cari amici e amiche, siete in fibrillazione? La settimana scorsa abbiamo lasciato Andrea come sempre in preda alle conseguenze delle sue impulsive azioni. Un bacio e… cosa succederà? Francesco come reagirà alle avances inaspettate del nostro tenero professore? Oggi pubblichiamo un solo capitolo, ma è molto lungo quindi mi raccomando… non arrabbiatevi troppo quando arrivate alla fine! Buona lettura.
COVER PER UNIVERSITAS

TRAMA: Andrea è il nuovo arrivato tra i docenti di un’università di legge, e anche il più giovane. Considerato un genio, è arrivato fin lì solo ammazzandosi di studio, ma certo il suo carattere non è proprio quello di un rispettabile professore! Impacciato e confusionario, la presenza di un collega gelido come un iceberg e di un’acidità unica non è proprio la cosa migliore per metterlo a proprio agio! Come farà?

CAPITOLO DIECI – PLEASE, PLEASE, PLEASE, LET ME GET WHAT I WANT

Cosa dire… sono stati i cinque giorni più lunghi della mia vita. Ho alternato momenti in cui il mio apparato digerente si stringeva in un nodo gordiano per il panico e la recriminazione contro me stesso per aver compiuto un’azione assolutamente imbecille, ad altri in cui per l’angoscia ho messo insieme cibi che non finiscono nello stesso contenitore nemmeno nella spazzatura. Stravaccato sul divano in modo tale da non riuscire a percepire dove finiscono i miei arti e iniziano i cuscini, ripasso mentalmente le opzioni che ho valutato per assicurarmi almeno la sopravvivenza. Posso farmi monaco, chiedere allo chef Tony di assumermi per vendere quei coltelli magici in America, cambiare identità e darmi alle truffe internazionali… no, per questa non sono abbastanza furbo. Magari nelle fogne si vive bene. Mi sorge un sospirone e nascondo il viso nel braccio, sperando che un buco nero mi inghiottisca per portarmi in una dimensione alternativa. Possibile che nessuna delle mie idee abbia una parvenza di realizzabilità? So di non poter fare altro se non puntare le mie fiches sul buon animo di Calandra, nella speranza che faccia finta che tutto ciò non sia mai accaduto o che mi dia dell’idiota con attacchi inconsulti di maniacalità, per poi ignorarmi. Ma l’immagine del suo sguardo disgustato mentre a parole mi distrugge pezzo per pezzo mi perseguita da giorni, da sveglio e da addormentato. Nascondo il viso nel cuscino e cerco di convincermi dell’inutilità di queste mille elucubrazioni. Sarà quel che sarà, andrà come deve andare. Spero solo di uscirne vivo e con ancora un lavoro.

Perché hai dovuto fare una cosa così idiota, stupida creatura?!

Prepararsi è un’azione faticosa, ogni tanto mi tremano le mani e già non riesco a sistemarmi bene nemmeno quando sono stabili. Indugio davanti allo specchio, nella camera da letto, davanti al frigorifero, con la cartellina aperta sul tavolo da pranzo. Convincersi a uscire non è facile, se non si fosse intuito il coraggio non è tra le mie migliori qualità. Ma la mia incapacità di prendere sonno e il nervosismo mi hanno comunque tirato giù dal letto in anticipo e arrivo presto in facoltà, mentre intorno a me la città si muove come sempre. Rimango fuori, seduto sul muretto che si erge in cima alle scale, strofinando le mani infreddolite dai residui di notte che ancora scorrono nell’aria. Mi stringo nel cappotto e il tempo passa, cadenzando l’arrivo di professori, collaboratori e studenti, ognuno preso dalla vita di un giorno nuovo e forse simile ad altri. Mi mordo il labbro inferiore in un moto irrequieto, scrutando le persone in cerca di lui con la filosofia “via il dente, via il dolore”.

Alle otto e venti, eccolo che arriva, gli occhi grigi come il colore che sta prendendo il cielo. Mi sposto per andargli incontro, ma qualcosa nel suo modo di essere mi ferma, una sensazione dura. Ha dei segni nuovi sul viso, congelato in un’espressione difficile da definire. È di cattivo umore, ma non l’irritazione scontrosa a cui credo ormai tutti siamo abituati, c’è qualcosa di nuovo a scuotergli le iridi, qualcosa che sorge da profondità maggiori. Il mio cervello sta urlando pericolo. Si gira improvvisamente verso di me e io non mi muovo, né lui mi rivolge cenno alcuno. Apre bruscamente la porta dell’entrata e scompare, lasciandomi come un perfetto sconosciuto. Non… non può essere colpa mia se sta così, o no? Non sono abituato a far star male le persone o a che loro abbiano verso di me forti sentimenti negativi, ho sempre cercato di avere buoni rapporti con tutti, di non fare niente di negativo a nessuno, spesso per questo mio modo di essere sono stato ritenuto ininfluente ma… l’odio non so come gestirlo, o almeno quello che mi viene palesato davanti. Scuoto il capo e con il corpo irrigidito entro, con gli occhi che ancora lo cercano. La giornata è una vera sofferenza, dover fare lezione abbozzando falsi sorrisi mi affatica più di quanto avrei mai pensato possibile. L’esser così messo alla prova durante il lavoro da una cosa privata mi mortifica, significa che a professionalità sto peggio di quanto pensassi. Landori con qualche frase trascina un po’ l’atmosfera, mi chiede due volte se va tutto bene e poi non insiste più. Cosa penserebbe se sapesse cosa ho fatto? Sarebbe ancora così amichevole con me? Ora sento di non poter prevedere nulla nelle reazioni delle altre persone, sono stranito. La fine delle ore lavorative arriva come una benedizione. Sto camminando nel corridoio verso l’uscita quando lo vedo, la schiena ampia che se ne va oltre la porta vetrata. Aumento il passo e faccio anche un pezzo in corsa: devo parlargli, un’altra notte così e domani non mi sveglio più.

Mi schianto contro la porta, saltellando per il dolore al ginocchio: “Prof-professore!”.

Lui si gira e mi trovo a desiderare un tombino aperto a portata di mano per togliermi alla sua vista. Mi sta disintegrando a livello molecolare solo con lo sguardo: “Cosa diavolo vuole?”. Io rimango spiazzato. Non so cosa mi aspettassi, un po’ meno astio credo. La voce mi trema quando mi sforzo di parlare: “E-ecco i-io…le vorrei dire…”.

Lui si volta del tutto verso di me: “Cosa mi vuole dire?”.

Io taccio, nascondendo lo sguardo nel pavimento.

“Mi lasci in pace” sbotta. “Non mi interessano quelli come lei, sono stato chiaro?”.

Mentre parlava una delle porte si è aperta, rivelando due professori ammutoliti. O merda…

Uno lo conosco, è l’insegnante di romano del mio corso, l’altro l’ho intravisto nei corridoi. Arretro di un passo, incapace di respirare. Come se dotati di autonomia propria i miei occhi si inumidiscono, bruciano. Loro sanno, hanno capito, hanno capito per forza, anche se tacciono e a malapena mi guardano. Tutta la fatica che ho fatto per arrivare fin qui, i sacrifici dei miei per pagarmi gli studi… tutto buttato al vento. Apro la bocca per dire qualcosa… scusarmi, inventare qualcosa. Ma non ci riesco, mi volto e scappo via, sentendomi un miserabile nello scomparire alla vista.

 

Sono rientrato a casa da un cinque minuti, quando fuori comincia a piovere. Mi stringo intorno al cuscino, seduto a gambe incrociate sul divano. Tempo una settimana e tutti sapranno delle parole scambiate tra me e Calandra. Incredibile, mi è venuto da baciarlo e ancora penso a lui per cognome. So che sono stato io a sbagliare, a comportarmi come la più stupida delle civette. Anzi, ogni donna se la sarebbe cavata meglio di me, che da uomo ho baciato un collega che a malapena conosco. Cosa mi è preso? Continuo a chiedermelo, non credevo di essere così disperato. Eppure se in quel momento il mio corpo si è mosso da solo come non era mai capitato prima, qualcosa deve aver significato. Ripenso alle ragazze che ho avuto nella mia vita, fino ai primi anni del liceo. Tutto finito quando, dopo una serie di baci con una di loro, me ne sono uscito con una frase che non è esattamente l’apice del romanticismo: “Credo di essere gay”. Ricordo ancora lo schiaffone che mi ha dato. Evidentemente nel gestire i miei baci sono un caso perso, questa esperienza ne è la prova. Pensare che lui sembrava stare abbassando le barriere nei miei confronti, una cosa che non credo faccia spesso. So di avere la colpa dalla mia parte, ma avrebbe potuto essere meno… rude. Non è che un bacio possa uccidere, poi.

Ho passato gli ultimi giorni a odiarmi, ora anche di più perché una subdola parte di me ha sperato fino all’ultimo in un diverso risvolto. Forse perché tutto l’astio che mi sto rivolgendo è troppo, i miei sentimenti negativi cominciano a canalizzarsi verso di lui, incapaci di contenersi interamente contro di me. Sono talmente immerso nei miei pensieri che il citofono mi sconvolge come un fulmine sull’albero di Natale alla Vigilia. Mi tiro in piedi, dando il solito calcio al piedino del divano : “Ahio… pronto?”.

“Marinetti, sono… sono Calandra”.

Se il citofono è fatto di plastica e fili elettrici, io mi sono tramutato in una roccia di granito. Rimango in silenzio, stupito dalla sua presenza e dal fatto che per la prima volta la voce di Calandra non sia sembrata poi tanto sicura e composta. La voce ritorna nell’apparecchio: “Mi volevo… ecco, mi spiace per prima. Non avevo visto Massia ed Ernerio in arrivo”.

Le sue parole, il tono furioso e il suo sguardo rabbioso mi tornano in mente, echeggiando in un innaturale ampliamento. La mia mano si stringe intorno al citofono.

“Grazie del pensiero” rispondo, il tono duro come io non lo uso mai. Lui rimane in silenzio.

“Ci vedremo domani in facoltà” continuo io con tono immutato. “Ma immagino che per lei questa sia una tragedia. Non si preoccupi, non dovrà sopportarmi a lungo”.

Senza aspettare una risposta riaggancio, rimanendo inebetito e chiedendomi se questo non sia qualche strano sogno. Non è da me tutto questo… perché ho trattato così chi era venuto a chiedermi scusa? È raro che qualcuno si venga a scusare con me. Lui non suona più e io rialzo la cornetta per sentire se sia ancora lì. Non arriva nulla e mi fiondo alla finestra, aprendola di corsa. Lo vedo uscire dall’androne, sotto la pioggia, oggi è lui a essere bagnato dalla testa ai piedi. Quando alza la testa per guardare il palazzo vedo che ha i capelli attaccati alla fronte, ma non mi vede perché non sa dov’è il mio davanzale. China il capo e se ne va, allontanandosi nella strada semideserta. Vorrei gridargli che non sono tipo da portare rancore a lungo, perché non è dolore quello che voglio dare agli altri. Specialmente a lui, che quando sorride sta così bene. Ma, come dal primo momento in cui l’ho conosciuto, non riesco a comportarmi come desidero e taccio, rimanendo a guardare le gocce di pioggia bagnare macchine e cemento.

 

Per gran parte della notte rimango a fissare il soffitto, rivedendo più e più volte Calandra allontanarsi nella pioggia. Ogni volta assume connotati nuovi, la sua figura si fa più china e scura, mesta come un vecchia ombra distorta dal tempo. Al mattino fatico a svegliarmi, questi ultimi giorni sono stati sfiancanti. Prima di entrare in facoltà chiudo gli occhi, promettendo a me stesso di affrontare ogni cosa con la dovuta abilità, tenendo bene in mente che in ogni caso non sarà la fine del mondo, perché le cose terribili sono altre. Anche se il cuore continua a battermi ad un ritmo anormale e la suo eco rimbalza nelle orecchie. Il corridoio è già affollato e io rimango a scrutarlo per un po’, prima di farmi strada con passi incerti. Un gruppo di professori sta parlando in un angolo e tra essi riconosco quello che deve essere Ernerio. È un uomo di medio statura con gli occhi scuri e stretti, vestito con una giacca verde casual. Porta due occhialini a semiluna che gli fanno sembrare gli occhi ancora più piccoli, ma ha una camminata tranquilla e un’espressione cortese che non mi dispiace.

Pare riconoscermi e io mi fermo. Saluta con un sorriso gentile i colleghi e mi si avvicina. Mi tende la mano: “Buongiorno. Professor Marinetti, vero?”. Ha un tono pacato e controllato, ma cordiale e un po’ mi rilasso.

“Sì…professor Ernerio?”.

Lui annuisce con un piccolo sorriso: “Fabrizio. Insegno Storia del Diritto nel corso B”.

Io ricambio impacciatamente il sorriso, giocherellando con la valigia in un moto nervoso.

“Volevo dirle, riguardo a ieri sera…”.

Mi trovo a trattenere il fiato, non so bene con che faccia costipata lo stia guardando in questo momento. “Io e il professor Massia non ci permettiamo di giudicare. Qualunque fosse l’argomento collegato a quelle parole sono… affari suoi”. Ecco, questo non me l’aspettavo. Lui arrossisce, strofinando le mani tra loro in uno strano riflesso di me. “Quindi… non si preoccupi ecco”.

Io sorrido, la cassa toracica che si sgonfia come una ruota bucata e gli occhi di colpo lucidi. Lo vorrei abbracciare, ma ho già fatto troppi danni con le espansioni emotive ultimamente. Gli prendo le mani, stringendole come un forsennato: “Grazie, grazie!”.

Lui sorride incerto: “S-si figuri”.

Quanto amo le persone timide, con loro sì che ci capiamo!

Con animo un po’ sollevato mi dirigo verso l’aula docenti. Male che vada, dovrò avere a che fare con un collega che mi evita come la peste e altri due che sanno cose che potrebbero mettermi in imbarazzo, ma sarebbe potuta andare molto peggio. Quando entro Landori sta leggendo il giornale, come sua abitudine.

Sorride dietro ai suoi occhialetti: “Buongiorno”.

“Buongiorno”.

Apro il cassetto, poggiando dei libri che mi sono portato per quella che temevo fosse la mia ultima lezione. Sento dei passi e sulla porta si affaccia Masnada, il telefonino in mano e lo sguardo confuso sormontato da una fronte corrugata. C’è qualcosa nella sua espressione e nel modo in cui si è bloccato che non mi piace e rimango fermo nel mio movimento.

Anche Landori ha questa sensazione, si alza: “È successo qualcosa?”.

Masnada indica con il capo il telefonino, palesemente a corto di parole. Io mi avvicino, una brutta percezione si arrampica su per la schiena.

“È arrivata una telefonata alla segreteria…” mormora infine. “Un… un ubriaco alla guida. Calandra è stato investito un’ora fa”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

4 commenti su ““UNIVERSITAS IN LOVE” di Melian_Belt

  1. Anna
    17 ottobre 2015

    Ma ci lasciate così???? Non si fa!!!

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    • selvaggia
      17 ottobre 2015

      ahahahhahahah…io avevo avvisato di non arrabbiarviiii…ma stai tranquilla, questa settimana ci sarà una sorpresa!! Continua a seguirci!!

      Mi piace

  2. Milly
    18 ottobre 2015

    Conosco la storia, ma è bellissimo rileggerla. Melian non si smentisce mai: la sua introspezione di Andrea è impareggiabile e io mi trovo sempre a trattenere il fiato insieme a lui finché in qualche modo le cose non si sbrogliano.
    Andrea è un inetto, in tutto: sia con se stesso -chissà perché riesce sempre a farsi male, a bagnarsi, a non mangiare fino a svenire-, sia nei rapporti con gli altri -nei quali si destreggia con una fatica immensa-, ma ha un tale atteggiamento da cucciolo distratto che nessuno, nemmeno il Calandra di turno, riesce a tenergli il muso per più di un attimo.
    E poi, al di là dell’inettitudine, la vita non è facile per nessuno … e noi tutti aspettiamo che Andrea se ne accorga, così che non si senta più così strano.

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    • selvaggia
      18 ottobre 2015

      Splendida analisi Milly, come sempre. Un pò mi riconosco in Andrea, lo ammetto. Non arrivo ai suoi livelli, ma sicuramente ho una goffaggine particolare. A presto

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Questa voce è stata pubblicata il 17 ottobre 2015 da in Parole nel web, Racconti originali e talenti nascosti con tag , , .

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