Tre libri sopra il cielo

Blog dedicato alla letteratura M/M e Lgbt in tutte le sue sfaccettature

PAROLE NEL WEB: “UNIVERSITAS IN LOVE” di Melian_Belt

Cari amici e amiche, eccoci di nuovo alla rubrica “Parole nel web” ed ecco anche la nostra sorpresa per Voi. Dopo tutti gli accidenti che ci avete mandato (okok, ce li siamo anche cercati!), sappiate che da questa settimana le pubblicazioni di Universitas in Love diverranno due, il mercoledì e il sabato. Contentiiiiiii???? Allora, cosa stiamo aspettando… non volete proprio sapere cos’è successo al povero Francesco, investito da un’auto? E Andrea come reagirà? Buona lettura.
COVER PER UNIVERSITAS

TRAMA: Andrea è il nuovo arrivato tra i docenti di un’università di legge, e anche il più giovane. Considerato un genio, è arrivato fin lì solo ammazzandosi di studio, ma certo il suo carattere non è proprio quello di un rispettabile professore! Impacciato e confusionario, la presenza di un collega gelido come un iceberg e di un’acidità unica non è proprio la cosa migliore per metterlo a proprio agio! Come farà?

CAPITOLO UNDICI – COME BACK TO ME

Landori e io rimaniamo immobili, muti come statue. Ogni rumore pare scomparire dal mondo, persino le luci si fanno più fosche, allungo una mano sulla sedia per percepire qualcosa di reale sotto le dita. È Landori il primo a riscuotersi: “Investito?”. Masnada annuisce, titubante, come se anche lui non riuscisse ad afferrare. Landori gli si avvicina: “Antonio”. Lui alza gli occhi blu. “Come sta?”. Lui sembra svegliarsi di colpo: “Ah… non lo so, è in sala operatoria adesso. Pare che abbia sbattuto la testa”.

La testa. Una sfilza di parole mi vengono in mente: concussione, emorragia, problemi neuromotori, coma. Ma ce n’è una che non voglio proprio far entrare nella lista. Il ricordo di lui che si allontana nella pioggia quasi mi uccide sul colpo, un spillo mi affonda gelido nel petto. Landori prende il cappotto e se lo infila: “Quale ospedale?”. “Il San Paolo”. Le chiavi della macchina tintinnano nelle mani di Landori e l’alto professore imbocca la porta, lasciandomi indietro. Mi scuoto e allungo un braccio per afferrargli una manica: “A-aspetti! Voglio venire anch’io”. Lui corruga la fronte e io chino lo sguardo conscio che, per quanto lui sa, io e Calandra siamo due sconosciuti. In realtà siamo poco più. “Mi ha dato un passaggio, l’altro giorno” mormoro. Lui annuisce e senza commentare si rivolge a Masnada. “Antonio, al resto ci pensi tu?”. “Sì. Se ci sono novità, chiamatemi”.

Nella marcia per il parcheggio io faccio un po’ di fatica a tenere il passo con le lunghe gambe da giraffa di Landori, ma il mio istinto sarebbe di correre come un pazzo. Per fortuna ha parcheggiato nei posti riservati ai docenti, perché sono sull’orlo di un collasso isterico. Accende il motore e parte di colpo in retromarcia, muovendosi con la disinvoltura che sinceramente gli ammiro, se non si fosse già capito. Con una rapida manovra si immette nella strada, atipicamente silenzioso. Io guardo fuori, senza davvero vedere niente. Mi passo una mano tra i capelli, cercando di trattenermi dal piangere, le gambe balzellano nevroticamente sul tappetino e… cielo, quanto vorrei poter tornare indietro nel tempo. Se ieri lo avessi fatto salire, forse oggi sarebbe uscito di casa anche solo trenta secondi più tardi, se avessi accettato le sue scuse, forse avrebbe fatto più attenzione alla strada. Possibile che la mia incapacità di sopravvivenza passi per contagio? Ho incontrato Calandra da nemmeno un mese ed è successo tutto questo, è assurdo, la mia mente continua a girare intorno al pensiero e non riesce ad atterrarci. Da non credersi… bel momento per cominciare a fare lo stronzo, bel momento davvero. A pensarci lui cos’ha fatto di così grave da non meritarsi nemmeno una mezza parola di cordialità? È così raro trovare qualcuno che si scusi, soprattutto un uomo adulto. Le persone ammettono così di rado di aver sbagliato, quanto immensamente idiota sono stato. Mi ha respinto senza troppa premura, questo è vero, ma sono stato io a sfondare i confini senza permesso. Potevo davvero pretendere qualcosa di diverso? Pretendere no, la realtà è che lo volevo tanto.

Arriviamo all’ospedale e tutto diventa molto più reale. Landori si ferma al primo posto libero e scendiamo rapidamente. Io corro fino a una mappa impiantata nelle aiuole. “In che reparto sarà?”. Landori mi raggiunge, deve chinarsi per leggere. “Potrebbe essere in neurochirurgia”. La mappa non è abbastanza e mi ritrovo a vagare senza meta. L’agitazione ovviamente non aiuta e se non ci fosse stato Landori sarei finito in maternità, poi nella rimessa ambulanze. Lui mi poggia una solida mano sulla spalla: “Stia calmo, forza. Dev’essere quella porta là”. Appena entriamo ci dirigiamo al banco, dietro al quale ci sono tre infermiere. “Mi scusi” dice Landori, svettando sulla donnina seduta dall’alto del suo metro e novanta, più gli avanzi. “Ci risulta che stiano operando una nostra conoscenza, un investimento”. Lei non deve nemmeno controllare su qualche documento o al computer per rispondere: “Francesco Calandra? Sì, è ancora in sala operatoria. Venite”.

Ci accompagna ad una rampa di scale e saliamo di due piani. Arriviamo a un corridoio, situato in mezzo a due porte, mentre ai lati ci sono due ascensori. Due panchine vuote sono appoggiate contro il muro. “Potete aspettare qui. Il chirurgo scenderà appena possibile per informarvi”. Per la prima volta parlo io, veloce come un razzo: “Lei non può dirci niente?”. Lei abbozza un sorriso, dev’essere una domanda che le viene rivolta spesso. “No, mi spiace. Posso solo dirvi che quando è arrivato era incosciente. Gli hanno dato precedenza assoluta, quindi… è grave. Scusatemi”. Landori mi sta guardando, ma io faccio finta di non accorgermene. Mi siedo sulla panchina, fissando il pavimento. Landori si toglie il cappotto e si siede vicino a me con un lieve sospiro. Rimane in silenzio e di questo gli sono grato, rende più facile la dissociazione.

Il chirurgo dal camice verde scende solo dopo mezz’ora, tempo durante il quale sono scattato a ogni minimo rumore degli ascensori. Capisco da come ci guarda che è lui e lo fisso con quelli che so debbano sembrare occhi supplichevoli. Va bene, lo sono. Si toglie i guanti: “Siete qui per il signor Calandra?” Landori mi lancia un’occhiata, apparentemente normale. Ma ormai sto cominciando a capire come funziona quest’uomo. Al momento sono sotto il suo radar: che stia iniziando a sospettare? “Sì” risponde. Il chirurgo annuisce: “Quando è arrivato non abbiamo nemmeno avuto il tempo di fargli una tac, l’abbiamo messo subito sotto i ferri. Le iridi mostravano già segni dell’emorragia in corso, specialmente la sinistra, sul lato dove ha subito il colpo. Quindi non abbiamo potuto fare analisi troppo accurate. Inoltre le conseguenze di questo tipo di trauma sono difficili da prevedere. Non si può sapere quali parti del cervello siano state danneggiate e in caso sopravvivesse all’operazione…”. Ecco, quella era la frase che non avrei voluto sentire. “Mi scusi” interrompo con voce flebile. “Quali possibilità ci sono che non… non”. In risposta scuote appena le spalle: “Il sangue aveva già raggiunto varie parti sensibili del cervello, ora stiamo provvedendo a rimuoverlo. Ma i danni che sono stati fatti, sono quelli che sono. Per ora non posso dirvi altro, mi spiace. Si può solo aspettare. Due ore per il termine dell’operazione, poi in caso bisognerà aspettare i risultati della tac. Scusatemi”. Una percentuale, mi dia una maledetta percentuale per farmi capire! Ma rientra nell’ascensore di metallo, che se lo mangia via.

“Devo andare in bagno”. Le parole mi escono come se non fossero le mie, mi allontano come in un sogno. Il bagno odora di sterilizzante e non c’è nessuno. Sospiro, appoggiandomi sul lungo lavabo di marmo bianco. Mi guardo allo specchio. È tutta colpa mia, mia e di quell’idiota che è salito in macchina ubriaco. Quanto vorrei averlo tra le mani. Ma ci sono solo io e non posso fare altro che incastrarmi le dita tra i capelli e tirare. Potrebbe morire, la fine di Francesco Calandra. L’uomo che sono a malapena riuscito a conoscere, che è a malapena riuscito a conoscere me. Così giovane… pensare che fino a poche ore fa stava bene, che questa mattina si è alzato come ogni volta e ora rischia di non tornare più a casa. Quando esco Landori sta parlando al telefono: “No, non prima di due ore. Poi devono anche fare la tac, sai com’è con queste cose, non si è mai sicuri di come vadano. C’è gente che cammina per un giorno intero senza problemi, poi crolla”. Mi vede arrivare: “Ti faccio sapere, sì. Va bene, glielo dico. Ciao”. Chiude e torna a sedersi sulla panca: “Era Antonio, dice che nella lezione di oggi ti ha sostituito Ernerio”. Io annuisco, rimanendo in silenzio. Landori si appoggia con la schiena al muro, intrecciando le dita delle mani. “Sai…” dice con voce monocorde “…mio fratello è gay”.

Io spalanco gli occhi, rimanendo a bocca aperta. Lui si limita a sorridere: “Sì, sta con un uomo da tre anni. Credo che gli abbia anche messo un po’ di corna, ricambiate”. “Come mai… come mai me lo viene a dire?”. Lui scrolla le spalle, con il sorriso di chi la sa lunga: “Così. Comunque se ti fosse sfuggito ho usato il tu. Possiamo anche abbandonare questo lei”. Io abbozzo un sorriso: “Va bene, grazie”. Eh sì, a quest’uomo è davvero difficile nascondere qualcosa.

Mi siedo vicino a lui e inizia una delle attese più lunghe della mia vita. Nel frattempo avrò calcato le scale una decina di volte, ho persino contato gli scalini. Ci vogliono due ore e un quarto prima che il chirurgo scenda di nuovo, stavolta insieme a un medico dal camice celeste. “Ha superato l’operazione. Il fisico lo ha aiutato, è molto forte”. È una bella notizia, ma la tensione non diminuisce e mi porto una mano sul cuore per fargli smettere di prendere a testate lo sterno. “Ha avuto anche fortuna, il sangue non è entrato troppo all’interno del lobo sinistro e questo ci ha permesso di pulire tutto. Il rischio ora è che l’emorragia ricominci, o che prenda un’infezione”. L’altro dottore interviene: “Dalla tac risulta che la situazione è stabile. Ora lo porteremo in terapia intensiva”. Landori si toglie gli occhiali, strofinandosi stancamente il naso: “Il lato sinistro è quello della memoria, giusto?”. “Sì. Ma non possiamo prevedere quali saranno i danni. Potrebbe riprendersi del tutto, come non svegliarsi più. Il rischio del coma c’è”.

“Possiamo vederlo?”.

Mi giro a guardare Landori con occhi spianati. Questa domanda non me la sarei aspettata da parte sua. “Ora lo porteremo giù. Tra una ventina di minuti le infermiere vi daranno i vestiti idonei e potrete entrare, uno alla volta”. I due medici se ne vanno ancora e Landori digita un paio di tasti del cellulare. Mi sorride: “Entra prima tu”. L’idea in parte mi terrorizza, ho una paura tremenda dell’effetto che potrebbe farmi vederlo in quelle condizioni. La mia spina dorsale è fatta di plasmon e spero davvero di reggere, l’ultima volta che sono stato in terapia intensiva ho visto il nonno per l’ultima volta, non una bella esperienza.

Aspetto di venire chiamato davanti alla porta di vetro e mi viene da fischiettare, mi capita di farlo nelle attese stressanti. Una volta mi è venuto aspettando l’inizio di un funerale… avrei voluto un sacchetto per nascondermi la testa. Sento i meccanismi dell’ascensore e chiudo gli occhi. Posso restare così fino a che la barella non sarà passata o passerei per un completo deficiente? Le porte di metallo si aprono con un tonfo, poi arriva il rumore di rotelle e di passi. Prendo una ampio respiro e mi giro. Due infermiere stanno portando la barella, davvero non riesco a riconoscere l’uomo sdraiato. Per fortuna il viso non porta segni troppo evidenti dell’incidente, a parte un livido sullo zigomo sinistro e il labbro spaccato. Ma non sembra più lui, il Calandra che sono abituato a vedere è quello che si domanda come io abbia fatto a sopravvivere, che capisce quando ho un calo di zuccheri, quando dico caffè e intendo cornetto alla marmellata. Il Calandra che conosco non ha bisogno di un respiratore per vivere e come immaginavo fa male da vedere. Sono veramente fatto di crema. Mi superano e una delle infermiere mi fa cenno di seguirle. La barella procede dritta nel corridoio, mentre io vengo vestito con un camice bianco e mi lavo le mani. Quando sono pronto, mi accorgo che il corridoio risuona dei bip delle macchine che mantengono in vita le persone qui dentro. I miei passi echeggiano in quello che altrimenti sarebbe un silenzio quasi assoluto, interrotto solo raramente da sussurri. Infermieri e dottori non sono come nei telefilm, agitati come polli da combattimento, ma si muovono piano, come se il tempo qui avesse tutto un altro valore.

Entro in una stanza, dove ci sono altri tre pazienti oltre a Calandra. Ci sono delle persone sedute ai capezzali di due di loro, uno giace solo. Abbozzo un sorriso nervoso ai presenti, camminando in obliquo e dando una ginocchiata al fondo metallico di un letto. Mi mordo le labbra e raggiungo il seggiolino della salvezza. È scomodo da morire, sono sicuro che a starci seduti per più di due ore limi l’osso sacro. Piano, sposto lo sguardo verso Calandra. Seguo i vari tubi che escono dalle sue braccia, dalla bocca. Ha una fasciatura intorno alla testa, vicino all’attaccatura dei capelli. Li hanno dovuti un po’ tagliare sul davanti. “Non hai più il tuo ciuffetto, eh?” mormoro, facendo attenzione a non farmi sentire dagli altri. Non vorrei beccarmi un’interdizione dopo nemmeno cinque minuti per palesi disagi mentali. Mi avvicino un po’, provocando un cigolio molesto che fa girare tutti. Alzo un braccio: “Scusate”.

Una mano di Calandra sporge dalle lenzuola, bianca e segnata di tanti taglietti rossi. La prendo per coprirla, ma mi fermo. Oh, al diavolo! La stringo piano, perché è quello che mi sento di fare. E tutto il resto può anche andare dove tutti sanno.

 

Dopo venti minuti, è il caso di andare. Landori è ancora fuori ad aspettare. Mi alzo, nascondendo sotto le lenzuola la mano di cui mi ero impadronito. Mi allontano di un paio di passi, ma torno indietro. Chinandomi su di lui, sussurro: “Non provare ad andartene mentre sono via, okay?”.

Ovviamente non mi risponde, per quanto lo avrei voluto. Mi allontano di nuovo e ancora torno indietro, spostandogli un ciuffo di capelli. La terza volta la distanza percorsa è di due passi superiore rispetto alle precedenti, ma questo non mi impedisce di fare retro-front. Potrebbe essere l’ultima volta che lo vedo, anche se non voglio pensarlo, quindi non mi pento di fare quello che faccio. Sfiorandogli appena il viso con le dita lo bacio sulla fronte. Sotto l’odore di medicinali c’è una traccia del suo.

“Ritorna, va bene?”.

Rosso come un semaforo, mi fiondo fuori dalla stanza, cercando di ignorare gli sguardi sorpresi dei presenti. Tolgo in fretta il camice, tirando prima fuori la testa per vedere se Landori, l’uomo che capiva i Marinetti, è ancora qui. Lui si sporge dalla panchina: “Cosa fai? Giochi a nascondino?”. Mi fa un po’ effetto che mi dia del tu, evito di usarlo nei suoi confronti. “No, stavo solo controllando”. Aggiungo il resto del corpo alla testolina e gli vado incontro. “Io ho fatto”. Landori si alza, stirandosi un poco la schiena. Su quel seggiolino immagino sembrerà un fenicottero sul trespolo, non che io ne abbia mai visto uno.

“Hai la patente?”. Io annuisco: “Sì”. Ovviamente non specifico quante volte io abbia ripetuto l’esame di pratica. Mi lancia le chiavi, che con una prontezza di riflessi inusuale riesco a prendere al volo. “Il fratellone ti aspetta nell’aula docenti. Ti ricordi dov’è parcheggiata la macchina?”. Quest’uomo sa del rischio che sta correndo con quest’azione? Forse dovrei renderlo consapevole…

“Sì, mi ricordo”.

“Ah-ah…E sai anche come arrivarci?”.

Io abbozzo una smorfia poco convinta: “Prima o poi la troverò, immagino”.

CAPITOLO DODICI – ANGELS CRY

Quando arrivo nell’aula docenti sono distrutto. Ho fatto il giro di tutto il parcheggio per trovare la macchina di Landori, puntando le chiavi verso tutte le macchine come un rabdomante alla ricerca d’acqua nel deserto. Non appena una macchina ha risposto al richiamo, aprendosi, mi ci sono fiondato dentro, determinato a fare un’esibizione alla Fast and Furious. Ma ben presto ho dovuto riconoscere le mie possibilità e, per evitare di terrorizzare mezza Milano con un bel Disaster and Broken, ho optato per una guida da nonnina con occhiali a fondo di bottiglia. Scherzi a parte, mia nonna è una pazza alla guida. A ottant’anni si è fatta Roma- Cantone francese della Svizzera in cinque ore nette.

Masnada mi sta aspettando seduto al tavolo, della chiavi in una mano e l’altra che tamburella sul legno scuro. Si alza quando mi vede: “Ci sono novità?”. Io scuoto mesto il capo. “Capisco” commenta, chinando un po’ la testa. Si avvicina ai cassetti dei docenti, infilando la chiave in quello che mi sembra essere di Calandra. Mi fa cenno di avvicinarmi: “Un paio d’anni fa, con il professor Calandra ci accordammo che io avessi una copia delle chiavi del suo cassetto. Disse che in caso di emergenza avrei dovuto aprirlo”. Abbozza un sorriso: “Al tempo non avrei mai creduto di doverlo fare”.

Io corrugo la fronte: “E… perché mi ha fatto venire?”.

Lui scuote le spalle: “Non è stata una mia idea, avrei volentieri pensato io a tutto. Ma Claudio al telefono mi ha detto di lasciar fare a lei”. Claudio? Ah, il professor Landori. Quell’uomo si è decisamente guadagnato un pandoro per Natale. “Capisco. Mi spiace di averci messo tanto ad arrivare, comunque”. “Nessun problema. Senta, io devo occuparmi di un paio di faccende, ci sono degli ospiti per delle conferenze e…”. Io agito le mani nell’aria: “Sì sì, non si preoccupi”. Uscito Masnada, tiro fuori il contenuto del cassetto, poggiandolo sul tavolo. Sfoglio libri, quaderni con appunti. Ha una bella scrittura, spostata verso destra e tirata verso l’alto come se spinta dal vento. Mi pizzicano gli occhi e ci strofino una mano per ricacciare in dentro le piccole lacrime, da uomo composto quale sono. Sotto tutto il resto c’è una grande busta da lettere con i bordi sgualciti. Non c’è scritto niente sopra e dopo un attimo di titubanza decido di aprirla, trovandovi dentro delle chiavi e un biglietto di cartoncino.

“Date da mangiare agli animali. Francesco Calandra”.

Con un pacco enorme di cibo per cani e per gatti, mi ritrovo per la seconda volta in pochi giorni sotto il palazzo di Calandra. Prima sono passato all’ospedale, dove Landori era appena uscito. Gli ho riconsegnato le chiavi della macchina e lui mi ha accompagnato al supermercato, poi fino a qui. Stranamente conosceva l’indirizzo, ma non gli ho chiesto il motivo. È stato molto gentile e disponibile, mi ha persino proposto di rimanere ad aspettarmi per darmi un passaggio verso casa. Rabbrividisco per il fresco, mentre questa triste giornata volge al termine in un tramonto dai colori nitidi.

Mi trascino fino al terzo piano perdendo ogni tanto qualche scatoletta, dietro la quale correre come un pazzo. Giunto infine alla porta sospiro, sentendo subito il cane grattare con le zampe. Ricordandomi dell’esperienza precedente mi sposto a distanza di sicurezza, infilando la chiave a malapena. La porta si apre di botto, liberando una massa bianca che si lancia contro di me, zampe all’aria.

“Ahio!”.

Dico io, ma chi è stato a insegnarle a colpire proprio in quel punto? Senza dubbio un addestratore di incredibile talento e sadismo. Con la mano a protezione del dolorante punto sensibile, raccolgo le varie cibarie cadute per terra. Sperando di non aver attirato l’attenzione dei vicini mi lancio velocemente in casa. Per poi riaprire la porta perché ho lasciato le chiavi attaccate. Prendo un ampio respiro, sentendo quell’odore che sta diventando una droga ormai. Brioche continua a saltellare, incastrandosi tra le mie gambe quasi con l’intento di farmi cadere.

“Sì ho capito, stai buona”.

Ci sono delle ciotole in cucina e ci svuoto mezza scatoletta, che la belva divora in un secondo nemmeno avesse usato un aspiratore. Stranamente delle ciotole più piccole, evidentemente per il gatto, sono impilate in quella che doveva essere la cassetta per i bisognini, ora vuota. Ho una brutta sensazione e faccio il giro della casa, esibendomi nei miei migliori vezzeggiamenti felini.

“Qui micio micio. Bello micio, dove sei?”.

Niente, Giggio non c’è da nessuna parte. Non sapendo cosa fare, mi affaccio sul pianerottolo: “Gattoo!”.

In quel momento si apre la porta di fronte e il mio primo istinto sarebbe di sbattere la porta per non farmi vedere, ma non mi pare una cosa molto furba. Si affaccia una vecchietta con un golf dai grandi fiori colorati. Toh, ha degli occhiali a fondo di bottiglia, probabilmente abbiamo lo stesso stile di guida.

“Oh, salve”. Mi saluta, dopo aver messo a fuoco.

“Salve” ribatto io velocemente.

“Lei chi è?”.

Io mi passo la mano tra i capelli in un moto nervoso. E ora come mi spiego?

“Ecco io… sono un collega del professor Calandra, sì. Ha avuto dei problemi e sono venuto a dar da mangiare agli animali”. La signora esce del tutto sul pianerottolo: “Spero niente di serio. Così giovane è già professore, che bravo”.

“Già” ribatto imbarazzato. Mi chiedo se sia il caso di spiegarle la situazione, ma lei riprende a parlare: “Comunque caro, lei è in errore. L’animale è uno solo”.

Indica Brioche, la cui testa sbuca dalla porta. Io corrugo la fronte: “Come uno solo?”. Lei annuisce, solenne: “Sì. Il gatto è morto due sere fa, sbranato da un cane. Povero professore, l’ha trovato lui nel giardino qui sotto. Pensare che quel gatto non usciva mai, chissà com’è successo…”. Si porta una mano al viso, scuotendo il capo.

Un masso di cemento mi si blocca in gola, per un lungo istante rimaniamo entrambi fermi e in silenzio, sotto la luce bianca delle scale.

“G-grazie di avermi avvisato. Scusi”.

Chiudo la porta, lasciandomi scivolare con la schiena contro di essa. Mi prendo la testa fra le mani, scuotendola piano con un sospiro. Giggio è morto due sere fa, quindi quando mi ha detto quelle cose era già successo. Il gatto dei suoi genitori, che ha avuto per tanti anni, trovarlo morto in quella maniera… che cosa dolorosa, povera creatura e povero Calandra, davvero una buia settimana. Non riesco a fermare le lacrime che mi salgono agli occhi e ne lascio scivolare una per la guancia, osservato in silenzio da Brioche, che indossa l’aria di chi sa. Chissà, forse nelle notti passate anche Calandra ha pianto. No, non credo lo abbia fatto. Mi sembra di vederla la sua espressione, mentre in silenzio guarda il corpo dilaniato e abbandonato sul prato.

 

2 commenti su “PAROLE NEL WEB: “UNIVERSITAS IN LOVE” di Melian_Belt

  1. Annanelly
    22 ottobre 2015

    Selvaggia,
    e no così non si fa!
    Sono arrivata in ritardo in ufficio per colpa vostra!
    Solita colazione gratificante davanti al computer e che mi trovo a leggere? Che gli appuntamenti saranno due alla settimana e subito sotto già il nuovo capitolo! Mica potevo aspettare stasera
    per leggerlo no? Così mi sono messa prima a rileggere l’ultimo capitolo e poi questo. Risultato? folle ritardo sulla tabella mattutina, ma ne è valsa la pena! Mi piace un sacco questo romanzo e grazie per aver accorciato i tempi di attesa.
    Allora ciao e a sabato!
    Buona giornata

    Mi piace

    • selvaggia
      22 ottobre 2015

      Ehehehehehehhehe, trallallero trallallaaaaaa… queste sì che sono soddisfazioni. Scherzi a parte, mi spiace se sei arrivata in ritardo, ma sono contenta che ci segui con tanto affetto. COntinua a farlo, ok? Un bacione

      Mi piace

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 21 ottobre 2015 da in Parole nel web, Racconti originali e talenti nascosti con tag , , .

Seguiteci su Twitter

Seguiteci su twitter

Follow Tre libri sopra il cielo on WordPress.com

Categorie

Archivi

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: