Tre libri sopra il cielo

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PAROLE NEL WEB: “UNIVERSITAS IN LOVE” di Melian_Belt

Cari amici e amiche, eccoci al secondo appuntamento settimanale della nostra rubrica “Parole nel web“. Francesco si risveglierà? Ci sarà il temuto confronto tra Claudio e il nostro burbero Professore? Andrea stavolta cercherà di starne fuori il più possibile… ce la farà?

Buona lettura.
COVER PER UNIVERSITAS

TRAMA: Andrea è il nuovo arrivato tra i docenti di un’università di legge, e anche il più giovane. Considerato un genio, è arrivato fin lì solo ammazzandosi di studio, ma certo il suo carattere non è proprio quello di un rispettabile professore! Impacciato e confusionario, la presenza di un collega gelido come un iceberg e di un’acidità unica non è proprio la cosa migliore per metterlo a proprio agio! Come farà?

CAPITOLO TREDICI – BEHIND THOSE EYES

Il giorno dopo non ho lezione all’università, ho messo apposta tutte le mie ore di lunedì e martedì per poter partire ogni tanto e restare a casa fino alla domenica ma questa volta ho chiamato i miei, dicendo loro che ho degli impegni di lavoro. Dal tono mamma non mi è sembrata troppo convinta, ma non ha insistito. È vero non ho lezione, tuttavia arrivo comunque in anticipo. In anticipo sugli orari di apertura per i visitatori a terapia intensiva. Ci sono solo io davanti alla porta bianca ed è normale, sono le sette e mezza. Finalmente aprono e io entro, infilandomi il camice dalla parte sbagliata. Credo di essermi mezzo slogato una spalla cercando di metterlo dal lato giusto senza toglierlo del tutto.

Il silenzio è totale e tutto questo bianco fa uno sgradevole effetto alla 1984. Calandra è ancora lì, come l’ho lasciato ieri e tutti i pazienti sono immobili. L’atmosfera mi mette un velo di angoscia sulla pelle, non sono mai stato particolarmente cuor di leone. Dopo aver visto The Ring ho dormito per una settimana con la televisione rivolta verso il muro, prima di accorgermi che il mio schermo era talmente piccolo che forse ci sarebbe potuto passare solo un criceto assetato di sangue. Ma farsi turbare dai dei pazienti che combattono per la vita è assurdo anche per me, devo essere in uno stato d’animo particolare, dovuto anche alla stanchezza. Ho portato Brioche a casa mia e siamo arrivati a notte fonda, dopo un lungo e incidentato percorso. Poi quell’animale ha preteso di dormire con me sul letto, sdraiandosi in mezzo al materasso e facendo ostruzione a peso morto. Non che avrei dormito molto comunque, ma almeno per un paio d’ore forse sarei crollato.

Mi siedo sullo sgabellino e mi limito a osservarlo. È bianco come il cuscino, tranne per le labbra tagliate e per lo zigomo che ha cominciato a prendere una sfumatura giallo-violacea. Il respiratore è attivo, un tubo infilato nella sua gola per aiutare i polmoni a funzionare. Come ieri gli prendo la mano fredda e oggi un po’ gonfia, strofinandola piano tra le mie. Quando entrano un dottore e un’infermiera mi tiro in piedi, sperando che siano venuti a parlare con me. Infatti l’uomo con la barba leggera e il camice bianco mi si avvicina, cartellina in mano.

“Piacere, dottor Tomba. Lei è…” guarda un elenco dei nomi. “Il signor Marinetti?”.

Io rimango immobile: come ha detto di chiamarsi?

“Sì…” rispondo con un sussurro.

“Abbiamo fatto una seconda Tac, per ora non ci sono segni di nuove emorragie. Al momento il paziente è in coma…”.

“Che?!”.

Il dottore ha sbarrato gli occhi, preso alla sprovvista dalla mia esclamazione. Solleva la mano in un gesto calmante: “Farmacologico. È un coma indotto da farmaci, lo teniamo noi così. Per i prossimi tre giorni continueremo a mantenerlo in questo stato, per poi diminuire e interrompere l’apporto di macchine e farmaci per ristabilire le funzioni una per volta, monitorandole con la dovuta attenzione. È una prassi normale”.

Mi porto una mano al cuore, sospirando. “Ah… sì sì, mi scusi”.

Il dottore sorride: “Si figuri. È una parola che spaventa sempre. Per i prossimi tre giorni i rischi sono di emorragia e infezione, come credo le abbiano già detto. È molto vulnerabile al momento e il periodo subito seguente l’operazione è sempre molto delicato. Per il resto, lei può venire qui ma il paziente non avvertirà la sua presenza”.

Anche se il dottore ha detto che non può sentirmi, io passo i giorni successivi qui. Ogni tanto Landori mi dà il cambio, permettendomi di andare a mangiare o riposare un po’ in una stanza adibita allo scopo, vicino all’entrata del reparto. Il docente di Common Law è particolarmente silenzioso in questi giorni, anche se sempre pronto a qualche battuta leggera o a un sorriso. Apprezzo la sua presenza e mi chiedo come possano lui e Calandra scontrarsi in modo così ripetuto e forte, convinto nella mia mente forse immatura che due persone per bene possano trovare sempre dei punti di incontro, o al massimo di sopportazione.

Cinque giorni dopo l’incidente, di domenica mattina, ci troviamo a bere insieme davanti ad una delle macchinette dell’ospedale. Lui prende sempre il thè al limone, io la cioccolata calda. Non sarà spettacolare, però ci metto molto zucchero . Mescolando il fondo del bicchiere con un’aria che vorrebbe essere noncurante, ma non ci riesce per niente, chiedo: “Senti Claudio… ma perché tu e Calandra vi odiate così tanto? La verità, però”. Aggiungo con un sussurro. Lui sorride, come se si fosse aspettato la domanda: “Non ho mentito quando ti dissi che il motivo era il suo caratteraccio, ma… ecco, agli inizi lo ignoravo e basta. Sono un po’ attaccabrighe di natura, anche se alla mia età non sarebbe più il caso”.

Fa un risolino, togliendosi gli occhiali per pulirli sulla manica: “Poi, un giorno di quattro anni fa, mio fratello minore venne a trovarmi in facoltà. Beccò Calandra nel corridoio e… si prese una cotta”. Con nonchalance butta il bicchiere vuoto nel cestino, evitando a malapena di scoppiare a ridere quando vede la mia espressione da lemure stupefatto, con due occhi spalancati grandi come palloncini. Tossisce per nascondere il risolino: “Già, che cosa ridicola eh? Cominciò a tallonarlo, seguendo le sue lezioni nonostante non frequentasse l’università. Calandra lo ignorava e di questo non posso dargli troppo torto”. Io mi scuoto: “Ah…”.

“Scoprì dove abitava e si appostò sotto casa sua, citofonando come un pazzo. Tornò lì per tre giorni di fila, Calandra non rispose mai. Mi chiamò piangendo, chiedendomi di venire a prenderlo. Per questo sapevo l’indirizzo”. Scuote le spalle, sbuffando con imbarazzo: “La macchina di Calandra era parcheggiata lì, quindi era in casa. Ma lasciò lì mio fratello… al tempo Marco aveva appena avuto il coraggio di accettare la propria sessualità e ne uscì fortemente depresso. Ora sta benissimo”. Si mette le mani in tasca con una smorfia. “Anche troppo. Ma che posso farci, il mio istinto di protezione fraterno era già entrato in azione. Da allora cominciò la faida, accentuata dal caratteraccio che Calandra ha di suo e dal mio complesso di Peter Pan che non mi ha fatto maturare troppo”. Dovrei dire qualcosa di maturo e intelligente.

“Wow”.

Ecco, magari qualcosa di meglio. Ma Landori non sembra innervosito e mi da una pacca sulla spalla, prima di sedersi sulla panca con un lieve sorrisino. Rientrato nella stanza noto un’infermiera intenta a controllare i monitor vicino al letto di Calandra. Non è la prima volta e mi siedo sullo sgabello, nascondendo uno sbadiglio. La vedo corrugare la fronte e trattengo di colpo il respiro: “C’-c’è qualcosa che non va?”. Lei preme un paio di pulsanti: “Gli prenda la mano”. Senza farmelo ripetere obbedisco. La donna mi guarda negli occhi: “Lei lo conosce bene, giusto? Sta sempre qui”. Dovrei dirle che in fondo lo conosco a malapena, ma preferisco tenermi questa informazione per me.

“Ecco, gli tenga la mano. E gli chieda di stringere, specificando se la destra o la sinistra”.

Mando giù il groppo che mi si è formato nello sterno, la voce tremolante per la speranza agitata.

“Professor Calandra? S-se mi sente, stringa la mano destra”. Niente.

Sospiro: “Francesco?”.

Solo allora, lieve tanto da farmi dubitare sia successo davvero, le dita fredde si stringono intorno alle mie. Dopo aver realizzato, salto in piedi come un tifoso la cui squadra ha segnato il goal decisivo: “Sì! Evvai!”. Sono conscio di star saltellando, ma gli sguardi intorno a me non sono severi. Un uomo sorride persino, guardando con un po’ di speranza la moglie sdraiata sul lettino, immobile. Corro fuori, non badando a togliermi il camice. Landori è al telefono e mi intercetta poco prima che io lo afferri per le braccia, scuotendolo come una maracas: “Mi ha stretto la mano, mi ha stretto la mano!”. Lui mi guarda confuso ma non gli lascio il tempo di reagire, perché torno dentro con la rapidità di una gazzella. Una volta dentro vedo che gli hanno tolto il respiratore e il mio cuore dà un battito forte, preso dall’ansia. Il petto di Calandra si alza e si abbassa con ritmo regolare, ma il cambiamento troppo brusco mi urta lo stesso.

La stessa infermiera di prima ora sta controllando la donna sul letto accanto. Agito le braccia come un polpo, cercando di attirare l’attenzione senza fare troppo rumore.

“Mi scusi ma… è una cosa sicura che gli abbiate tolto quei tubini?”.

“Sono sondini, scemo”.

Rimango immobile, le braccia aperte come uno dei vigili disegnati sui libri della patente. Chino lo sguardo, incontrando due occhi grigi, stanchi e liquidi, ma aperti.

CAPITOLO QUATTORDICI – SATELLITE

È successo tutto così in fretta che la mia mente non riesce a elaborare. Calandra serra gli occhi e sposta il viso, infastidito dalla luce del sole. Scuoto la testa per darmi una svegliata e mi sbrigo a chiudere le tende. Uno degli anelli che unisce la tela alla barra si stacca, ma lo scopo è raggiunto e non sembra essersene accorto nessuno, nemmeno Calandra. Si sta guardando intorno, stringendo gli occhi a due fessure per focalizzare meglio. Mi avvicino piano al letto, trovandomi in dubbio su cosa fare. L’infermiera si allontana, spero per chiamare il dottore, e io rimango qui con Calandra che si guarda intorno con aria confusa. In realtà non deve esserlo più di tanto, di certo il suo caratterino pare rimasto intatto. Ma con i capelli arruffati, gli occhi lucidi e l’espressione persa, è distante dall’uomo di sempre.

Simulo un colpo di tosse e mi avvicino. Lentamente e con sforzo si gira verso di me, sbattendo le palpebre. “Professore, come si sente?”. Rimane un attimo in silenzio, forse intento a prendere coscienza della situazione. “Come se fossi stato investito” borbotta infine, visibilmente irritato per la flebo infilata nel braccio. Io apro la bocca per rispondere, invece mi mordo le labbra. Mi strofino la base del collo: non ricorda nulla dell’incidente?

”Ehm… professore, guardi che… tecnicamente, lei è stato investito”.  Corruga la fronte: “Eh?”.

“Non…non ricorda?”.

Torna di nuovo in silenzio, stavolta rilassando il corpo e affondando la testa nel cuscino.

“Ricordo delle scale… non una macchina” mormora dopo qualche secondo.

Come delle scale? Prima che possa dire qualsiasi cosa arriva il dottore, che sorridendo si ferma accanto al letto: “Si è ripreso in fretta signor Calandra. Come si sente?”.

Mi sarei aspettato una risposta del genere: “Come crede che stia? Lei è davvero un dottore o ha vinto la laurea al bingo?”.

Invece Calandra non lo fulmina sul posto, rispondendo pur con tono cupo: “Potrei stare peggio, immagino”.

Il dottore annuisce, sorridendo di nuovo: “Sì, è stato fortunato. L’emorragia non ha raggiunto punti delicati e si è mantenuta esterna. Quando è arrivato l’abbiamo data per morto, ma in questo genere di traumi non si può mai sapere, lei lo dimostra”. Gli tende una mano: “Piacere, dottor Tomba”. L’espressione di Calandra è da oscar, tira un po’ indietro il capo e sbarra gli occhi. Piega un po’ le labbra in un sorrisetto incerto, alzando la mano il minimo indispensabile per accettare la stretta. Io ridacchio e mi giro, soffocando il risolino con il solito colpo di tosse. Il dottore mi degna appena di un’occhiata di traverso e prende la cartella medica: “La terremo in terapia ancora per qualche giorno, non possiamo ancora dichiararla del tutto fuori pericolo, anche se il peggio sembra scongiurato. Poi la trasferiremo in un altro reparto, lì non avrà più limitazioni alle visite come qui. Potrà venire chiunque e anche più di uno alla volta”.

Calandra rimane impassibile: “Non credo verrà qualcuno, ma va bene”.

Mi prudono le mani, ma non nel senso in cui si intende di solito. Sono euforico all’estrema potenza in questo momento e dopo questa frase mi verrebbe da abbracciarlo. Scuoto il capo come un folle che parla da solo. Fermo Andrea, arrestati! Professore, dottore e infermiera rimangono in silenzio a guardarmi interdetti, Calandra con l’espressione di chi non è stupito più di tanto. È il dottor Tomba a interrompere il silenzio: “Sì beh… qui risulta che i suoi orari di visita siano stati tutti occupati”.

Calandra corruga la fronte, seriamente colto di sorpresa: “Come?”.

Ecco, questo è il momento di fuggire.

“Scusate, ho lasciato la macchina in seconda fila”.

Faccio per allontanarmi ma la voce di Calandra mi ferma: “Lei non ha la macchina”.

Io mi giro, incapace di rispondere con la dovuta nonchalance: “Ah, sì io… la macchina di Claud… Landori. Sono venuto con la macchina di Landori”.

“Di Landori?”.

Ah già, dimenticavo che è come nominare Superman a Lex Luthor. Ovviamente il dottore non se ne sta zitto, anche se in un certo senso mi evita di parlare e mostrare ancora la mia acutezza.

“Sì, risulta che il qui presente Marinetti e un certo… Claudio Landori si siano alternati da lei”.

Io faccio un sorriso rigido e deficiente: “Già. È qui fuori”.

Calandra è stupito, devo dire che nemmeno io riesco bene a comprendere perché Landori sia stato così assiduo e presente. Solo perché è una brava persona credo. Calandra si ricompone un poco e mi guarda: “Se Landori è qui fuori, perché dovrebbe andare lei a spostare la sua macchina?”. Touché. Il dottore sto-zitto-nei-momenti-migliori interviene di nuovo. Non appena vedo la sua mascella muoversi vorrei tirare fuori un telecomando e stopparlo. Ma temo che una simile tecnologia non esista. In effetti mi farebbe comodo anche il tasto rewind…

“Visto il risveglio, possiamo fare uno strappo alla regola e concederle due visitatori per cinque minuti”. Capisco che voglia essere gentile, ma davanti al suo sorriso disponibile vorrei dirgli: “Dottore, lei non sa che sta dicendo”. Ma mi limito a un sospiro: “Va bene, vado a chiamarlo”. Avete presente quei film western, in cui il buono entra al rallentatore? Poi il cappotto di pelle si sposta, scoprendo il cinturone armato come tacita minaccia al cattivo seduto al bancone del saloon? Ecco, più o meno mi sembra di essere finito in uno di quelli. Mi tengo a distanza di un paio di passi dal letto, dal lato opposto a quello dove Landori si ferma.

“Ma guarda” commenta con un sorrisetto. “Allora è vero che sono i migliori quelli che se ne vanno”. Calandra gli punta addosso i suoi occhi da cumulonembo: “Lei dovrebbe essere immortale dunque”. Il dottore li guarda e preferisce, saggiamente, salutare per battere in ritirata. Potrei rubare una mascherina e fingermi infermiere per seguirlo. “Sa” dice Calandra scrutando dal basso Jack Landori Skeletron. “Mettendo da parte i contrasti caratteriali, ho sempre avuto l’impressione che lei ce l’avesse con me per un motivo particolare”. Landori incrocia le braccia al petto, fulminandolo da dietro gli occhialini. Bene, ora gli lancia contro un guanto per dare inizio al duello.

“Marco Landori, ha presente?” sibila. Calandra rimane impassibile: “Chi?”

Landori e io rimaniamo pietrificati. “Mio fratello” risponde, calcando su ambedue le parole. Calandra scuote appena le spalle: “Non sapevo nemmeno che lei avesse dei fratelli, né mi interessa. Che diavolo c’entra?”. Io sposto lo sguardo da uno all’altro. Sarò strano, ma questa discussione mi piace. Se avessi dei popcorn sarebbe meglio del cinema, almeno fin quando non troveranno un modo per mettermi in mezzo. Landori spalanca la bocca, incredulo: “Venne ad assistere a tutte le sue lezioni per più di un mese!”. “Come pretende che noti uno studente in un numero compreso tra duecento e quattrocento?” ribatte acido Calandra. Se sta fingendo, è veramente un attore eccezionale. Ma non mi pare il tipo, ormai ho sperimentato la sua… ehm, sincerità.

Landori si avvicina, troneggiando sul lettino. Calandra non muta affatto espressione, continuando a guardarlo male. “Quattro anni fa, mio fratello passò tre giorni citofonando a casa sua. Lo so che lei era in casa, c’era la macchina posteggiata in quel dannato parcheggio condominiale”. Non possono parlare a voce troppo alta, forse è per questo che non sono esageratamente terrificanti in questo momento. Questo e il fatto che comunque Calandra è su un lettino d’ospedale con gli occhi che faticano a inquadrare i dintorni. Calandra si fa pensieroso, sotto lo sguardo assassino di Landori. “In che giorni?”. Landori storce le labbra in una smorfia: “Me lo ricordo, era una settimana dopo il compleanno di nostra sorella. La seconda settimana di dicembre”.

“Mia madre è morta a dicembre di quattro anni fa”. Io spalanco la bocca, imitato da Landori. Ah, in questo momento non è poi così tanto più composto di me. “Prego?” chiede con un filo di voce. “L’otto dicembre tornai a casa, per occuparmi dei funerali e… del resto” risponde Calandra, la voce più atona possibile. “Rimasi lì fino agli esami di febbraio”. “Ma…” mormora Landori. “La macchina era lì…”. Calandra solleva le sopracciglia: “Ha idea di quanto costi il parcheggio dell’aeroporto? Sono andato in taxi”. Landori si porta le mani alla testa, le labbra strette a buccia di limone. “Miseria”. E se ne va, tirando fuori il cellulare dalle tasche.

“Marinetti” mi chiama Calandra, mentre Claudio se ne va parlottando tra sé. “Perché il suddetto fratello avrebbe dovuto citofonarmi?”. Io arrossisco di colpo, senza la più pallida idea di come rispondere: “Eh… ecco”. Ah no, non mi ci mettono in mezzo: “Non saprei. Forse voleva venderle un’enciclopedia”. Calandra mi lancia un’occhiata scettica.

Mi studio le mani, ricordando com’è andata le ultime volte che abbiamo avuto un contatto. Faccio di corsa un breve inchino: “Sono contento che si sia svegliato. A-arrivederci”.

“Aspetti”.

Mi fermo, spostando nervosamente il peso da un piede all’altro. Calandra distoglie lo sguardo, la mascella dura.

“Senta… mi scusi per l’altra volta”.

Io porto in avanti le mani, preso alla sprovvista dalle sue scuse: “Ah no, sono io a dovermi scusare. Sono stato un idiota, più del solito insomma. Ho… ho saputo del suo gatto, mi spiace”. Una luce di tristezza gli attraversa gli occhi e ne nasconde la traiettoria nel lenzuolo. Si riattiva di botto: “Brioche…”.  “L’ho portata a casa mia, non si preoccupi” lo interrompo. Lui abbozza un sorriso: “Grazie. E… anche per essere stato qui, nonostante tutto. Ecco…” sbuffa appena. “Non sarebbe stato… bello, svegliarsi da solo”.

Qualcuno mi raccolga, credo di essermi sciolto sul pavimento. Chiudo gli occhi: calmati, non gettartici addosso. “Non c’è di che” balbetto. “T-tornerò a trovarla… se non la disturbo, ovviamente” mi affretto ad aggiungere. “Come le ho già detto, nessun disturbo”. Si porta una mano davanti al viso con un sorrisetto: “Ma questo non l’autorizza a baciarmi”. Io avvampo e dopo un mezzo saluto sbiascicato me ne vado.

Appena fuori mi poggio con la schiena sul muro, riprendendo fiato. A parte l’incipit, è scientificamente provato che le botta in testa rendono più abbracciabili o è tutta una roba mia? Mi sento un po’ come un satellite… dovrei andarmene, ma non riesco ad allontanarmi dall’orbita del pianeta Calandra F.

 

 

 

 

8 commenti su “PAROLE NEL WEB: “UNIVERSITAS IN LOVE” di Melian_Belt

  1. Silva
    24 ottobre 2015

    Sempre più coinvolgente, ironico e tenero. È dura aspettare mercoledì. Ah grazie per aver aggiunto un uscita settimanale di questo bel romanzo

    Mi piace

    • selvaggia
      25 ottobre 2015

      Vero che è molto carino? siamo contente che la nostra decisione di aumentare le uscite vi abbia fatto così piacere. Continua a seguirci e alla prossima

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  2. Annanelly
    25 ottobre 2015

    Mi piace mi piace mi piace! 5 stelle +++!

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  3. Feducchia
    28 ottobre 2015

    Cavoli ma questa storia è fantastica!! Tenera, divertente da tenersi la pancia in mano, a tratti commovente… ma davvero non c’è possibilità che venga pubblicata in ebook? Comunque grazie mille a voi che lo pubblicate ogni settimana e alla talentuosa scrittrice che ci permette di leggere le sue parole! Grazie.. grazie!!

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    • selvaggia
      28 ottobre 2015

      Grazie Federica, sei gentilissima. Fa sempre piacere se chi ci segue ci dimostra il suo affetto. Per tornare al romanzo, purtroppo devo confermarti che in effetti l’ebook non c’è e non ci sarà. Questo è quello che ci ha detto l’autrice, ma chissà… Hai visto che abbiamo aumentato la frequenza di pubblicazione? Appuntamento quindi a oggi pomeriggio, non mancare!!! Continua a seguirci

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      • Feducchia
        28 ottobre 2015

        oh.. non mancherò all’appuntamento.. in effetti sto facendo il conto alla rovescia e sto guardando il sito più o meno.. ogni 5 minuti!

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      • selvaggia
        28 ottobre 2015

        ehehehehhehe…ci siamo quasi!!!

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Questa voce è stata pubblicata il 24 ottobre 2015 da in Parole nel web, Racconti originali e talenti nascosti con tag , , .

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