Tre libri sopra il cielo

Blog dedicato alla letteratura M/M e Lgbt in tutte le sue sfaccettature

PAROLE NEL WEB: “UNIVERSITAS IN LOVE” di Melian_Belt

Cari amici e amiche, eccoci al consueto appuntamento settimanale della nostra rubrica “Parole nel web“. Andrea sembra essere sempre più coinvolto, suo malgrado, dal cupo carattere di Francesco. Cosa succederà ora? Riuscirà a scalfire la dura corazza dell’affascinante Professor Calandra? E Francesco è davvero così indifferente come si ostina a volersi mostrare?

Buona lettura.
COVER PER UNIVERSITAS

TRAMA: Andrea è il nuovo arrivato tra i docenti di un’università di legge, e anche il più giovane. Considerato un genio, è arrivato fin lì solo ammazzandosi di studio, ma certo il suo carattere non è proprio quello di un rispettabile professore! Impacciato e confusionario, la presenza di un collega gelido come un iceberg e di un’acidità unica non è proprio la cosa migliore per metterlo a proprio agio! Come farà?

CAPITOLO QUINDICI – BAD BAY

Il giorno seguente è un lunedì quindi passo la mattinata e la prima parte del pomeriggio in facoltà. Poi rimango seduto su una panchina davanti all’ospedale per una decina di minuti buoni, chiedendomi se sia il caso di presentarmi così presto. Mi ha detto che non disturbo, ma non voglio dare l’impressione di essere ossessivo, sempre lì ogni volta che ho un secondo libero. Se fossi un amico o un parente non ci sarebbe niente di strano, ma in fondo con quale “qualifica” potrei fare l’onnipresente? Sospiro, abbandonando il mento sul palmo della mano. Fisso il vuoto mentre penso per la ventesima volta alle parole che ci siamo scambiati ieri, mi viene in mente una sua frase in particolare.

Non credo verrà qualcuno, ma va bene

Stiamo scherzando? Io vado.

Schizzo di filato nell’edificio, faccio le scale a balzelli e scivolo per il corridoio fino alla sua stanza, ora una normale camera d’ospedale. Superato il ciglio della porta, vedo un’arancia rotolarmi incontro. Qualche anno fa ho accompagnato una mia amica a vedere Twilight. L’ho visto solo quella volta, ma mi ricordo una scena in particolare, forse perché l’ho collegata alla copertina del libro che appariva un po’ ovunque come uno spiritello persecutore. Mi pare che a lei cadesse una mela e lui la sollevasse con un piede. Sono così immerso nelle mie riflessioni, che per qualche strano meccanismo il mio cervello opera un’immedesimazione tale da spingere il mio piede a colpire l’arancia. L’innocente agrume schizza verso un tavolino, colpendolo ad una gamba e facendo cadere il bicchiere d’acqua che c’era poggiato. Per fortuna era di plastica, ma percepisco qualcuno che mi fissa e devo ammettere che questa azione è stata particolarmente inconsulta da parte mia. Con gli occhi semichiusi per la fifa mi giro verso la sedia a rotelle su cui sta seduto Calandra. Ha la bocca semiaperta e sposta lo sguardo dall’arancia a me.

“Mi spieghi quale circuito mentale ha seguito, la prego”.

Porta gli occhiali, chissà com’è riuscito ad averli. Anzi, non sono i suoi, questi sono neri e spessi, lui li porta sottili con la montatura grigia. È grave che me ne sia accorto? Mi passo una mano tra i capelli, stentando un sorrisetto: “È sicuro di volerlo sapere?”. Lui piega le labbra e mi indica l’arancia con un cenno del capo: “Me la raccoglierebbe?”. Velocemente mi dirigo verso l’angolo dove il frutto tentatore si è andato a cacciare. “Stia attento a non scivolarci sopra”. Io ridacchio, in fondo è un’immagine divertente e nemmeno troppo improbabile.

“La trovo bene, sa?”.

Il livido sullo zigomo è meno evidente e il taglio sulle labbra è quasi chiuso, una semplice lineetta rossa. “Grazie” borbotta allungando una mano. Ci poggio l’arancia e Calandra la squadra come fosse un cubo di Rubik.

“S-se vuole gliela sbuccio io”. Bene, ora mi uccide.

Mi ha preso per un handicappato? Venga qui che la menomo io.

Invece guarda tranquillamente l’arancia, rigirandola tra le dita. “No, no” mormora distrattamente. “Lo scopo non è mangiarla”. Scuote le spalle: “Dicono che devo esercitare i muscoli delle mani”. Prova a chiudere le dita ma si ferma con una smorfia di dolore. “Comunque…” aggiunge dopo qualche secondo. “Com’è andata oggi all’università?”. “Bene” rispondo, stupito della domanda. “Procede tutto bene. È stato sostituito dai colleghi degli altri corsi questi giorni”. Alza lo sguardo grigio verso di me: “Questo lo immaginavo. Stavo chiedendo com’è andata a lei”.

Accade una cosa stranissima. Mi metto a parlare a vanvera di questo e di quello, persino dei miei genitori. È vero che ho una tendenza al delirio, ma non mi capita mai di parlare a lungo di me. Forse non mi ero accorto di quanto mi sia sentito solo in queste settimane di trasloco, in un mondo nuovo e senza gli amici, la famiglia che ho lasciato a casa. Cosa ancora più nuova, lui ascolta. Certo un paio di frecciatine e di sguardi esasperati gli sfuggono, ma sono smorzati agli angoli. È vero che mi guarda, ma ho anche l’impressione che i suoi occhi non mi vedano del tutto, c’è qualcosa di vago nel modo in cui si posano su di me. Strano per un uomo che in genere ti fissa negli occhi fino a bruciarti le orbite.

Lo scruto con il viso corrucciato e d’improvviso alzo una mano: “Queste quante dita sono?”. Lui corruga la fronte: “Cosa c’entra questo con la sagra degli asparagi?”. Sì, sono finito pure a parlare di questo trattando delle volte che ho cercato di scalare il palo della cuccagna, livellandomi il fondoschiena. “Nulla”. Calandra storce le labbra nella solita smorfia, ma assottiglia le palpebre. “Cinque?”. Io non gli dico che ha ragione e tolgo un dito, spostando la mano davanti al suo occhio destro. “Ora?”. Lui sbuffa, ma intravedo un leggero arrossamento sulle sue guance. “Quattro”. Facendo passare la mano dietro la sua testa ne tengo su due: “E adesso?”. Lui rimane interdetto per qualche secondo: “Tre?”. Torno a sedermi sul mio trespolo di fiducia con un leggero broncio, le braccia incrociate nemmeno fossi un bambino a cui hanno detto qualcosa che non capisce.

“Non ci vede dal sinistro”.

“Hanno detto che è normale” risponde dopo qualche secondo, con una placidità che vicino al nome Calandra credevo cambiasse strada. “Potrebbe migliorare o rimanere così. Sarebbe potuto andare peggio”.

In quel momento arriva il caro dottor Tomba, la barba un po’ più lunga del solito. Faccio una breve lista mentale: no, non dovrebbe poter dire qualcosa che significhi imbarazzo per me.

Ma non si sa mai. “Buon pomeriggio, signor Marinetti. È sempre qui vedo”.

Come volevasi dimostrare.

“Nella mattinata non era venuto nessuno, immagino che il signor Calandra si stesse sentendo solo”.

Oh, eccolo il caro sguardo omicida. “Meglio soli che in cattiva compagnia”.

Il dottore non solo non coglie l’allusione, ci sorride bellamente sopra: “Sì, certamente. Allora, com’è la vista?”.

“Brutta” risponde lapidario.

“Il mal di testa?”.

“In aumento”.

“Riesce a muovere le dita?”.

“Non bene come vorrei”.

Non mi sfuggono i sottointesi, per fortuna non temo che vengano compresi dal suo bersaglio e posso godermeli in tutto il loro acidume. Ma guarda, non credevo di essere il tipo che subisce il fascino del cattivo ragazzo…

CAPITOLO SEDICI – COME WHAT WAY

È passata una settimana e in effetti la vista è migliorata abbastanza, anche se l’occhio sinistro ha ancora qualche difficoltà a definire i contorni. Anche la mano crea problemi, ma almeno adesso riesce ad afferrare gli oggetti e tenerli su per un po’. I capelli sono tornati a crescere sulla fronte, coprendo il taglio provocato dal bisturi del chirurgo. Dovrà restare ancora fino a domani, poi potrà tornare a casa. Dovrei essere contento, ma l’idea che tutto torni come prima un po’ mi intristisce. Uscire dall’università e andare a trovarlo era diventata un’abitudine e Calandra mi sembrava persino… insomma non dico felice come una Pasqua, ma abbastanza lieto della mia presenza. Certo, meglio un po’ di compagnia che restare solo tra persone in condizioni gravi come molte nel suo reparto.

La signora della terapia intensiva, il cui marito incontro spesso nei corridoi, è sembrata riprendersi due giorni fa, poi di colpo ha avuto un’emorragia interna ed è sopravvissuta a stento all’operazione. Un via vai molto triste e credo che qualcosa nel professor Calandra sia cambiato. Sta spesso zitto, l’espressione un po’ persa. Anche mentre mi esibisco nei miei sproloqui ogni tanto si guarda intorno, gli occhi grigi pesanti di pensieri che non sono riuscito a cogliere. Questo è l’ultimo giorno che percorrerò questo corridoio per andare a trovarlo e cammino piano, lasciando entrare lo sguardo nelle sale che vi si diramano. Sospiro, le labbra piegate in una malinconica piega, quando sento qualcosa di nuovo, un brusio.

Con il viso corrucciato entro nella stanza di Calandra, trovandola piena di gente.

“Salve, professore!”.

Oh, la biondina dell’autobus. Ci saranno almeno una decina di ragazzi, più Masnada vestito “in borghese” e Landori, che se la ridacchia con aria colpevole.

“Saaalve” replico con un cenno della mano, che rimane in aria per lo stupore.

“C-che succede?”.

Una ragazza con i capelli a caschetto ha un pacchetto in mano, occhieggiato con sospetto e direi quasi con terrore da un Calandra spaesato come un cactus nella Terra della Regina Maud. Lei sorride e glielo porge: “Per lei”.

Calandra sbarra appena gli occhi, prendendo in mano il pacchetto giallo. Devono avercela con questo colore in facoltà. Per fortuna è di carta leggera e riesce a scartarlo, rivelando una serie di fogli rilegati. La ragazza sorride.

“Sono gli auguri per una pronta guarigione, professore. L’hanno firmata tutti gli studenti… e qualche professore” aggiunge guardando Landori, cha alza le mani a scagionarsi.

Come mai io non mi sono accorto di nulla? Sorrido, guardando di soppiatto quella biscia di Claudio. Calandra scorre lo sguardo sulle firme, alcune circondate da dediche. Solleva il primo foglio per guardare quelli sotto, vi poggia il pollice per controllare quanti siano.

“Grazie” mormora, la voce appena costretta. “Non… me lo sarei aspettato”.

Alza il capo e si guarda intorno, piano, un piccolo, rigido sorriso gli tende le labbra. La ragazza arrossisce: “Veramente è stata un’idea di tutti… ma sono stati i professori a portarci qui”.

Masnada appioppa una gomitata al fianco di Landori, che si schiarisce la voce: “Sì, beh… diciamo banalmente che mi annoierei a essere l’unico bastardo”.

Masnada solleva gli occhi al cielo e sorride a Calandra: “L’università la sta aspettando. Siamo contenti che sia andato tutto bene”. Calandra abbozza di nuovo un mezzo sorriso, le dita ancora poggiate sui fogli. Landori solleva un braccio e indica la porta, sovrastando le teste dei presenti: “E dopo queste scene da telenovela, tutti fuori di qui! Forza!”.

Gli studenti escono ridacchiando, solo Antonio Masnada si ferma un attimo a poggiare una mano sulla spalla di Calandra: “Torni presto”.

Poi mi saluta e se ne va, raggiungendo Landori intento a prendere per i fondelli un ragazzo con i pantaloni alla hip-hop calati fin sotto al sedere. Calandra rimane in silenzio a sfogliare le firme. Dopo qualche secondo dirige lo sguardo alla finestra, gli occhi un po’… lucidi? No, aspetta un attimo, non è prevista nessuna pioggia di bruchi per il fine settimana!

Si passa una mano sugli occhi. “Mannaggia” borbotta. “Tutta questa storia mi ha reso ipersensibile”. Sorrido, nascondendo le mani nelle tasche del cappotto. Ma sì, va bene così.

“Domani la porto io a casa, le va bene?”. Lui annuisce.

 

Il mattino dopo lo vengo a prendere, mi sono fatto prestare la macchina da Landori. Mi ha fatto giurare su tutti i tipi di torta Cameo che ci sarei stato attento, sono arrivato persino al fondo per torte alla frutta. Quando arrivo nel corridoio – quello giusto, mi sto evolvendo!- Calandra è seduto su una delle sedia attaccate alla parete. Vicino a lui c’è un vecchietto in carrozzella, che con sguardo perso nel vuoto blatera: “Asso! Datemi l’asso!”.

Si porta una mano allo stomaco: “Sto male! Datemi l’asso!”.

Sarebbe una scena che mi turberebbe, ma l’aria tranquilla di Calandra mi rassicura. Ha il gomito poggiato sul bracciolo e tiene il mento sul palmo della mano, mentre guarda il vecchietto strillante. Questo si rilassa di colpo, un sorriso beato sul volto.

“Hai vinto?” chiede atono Calandra. Il vecchio annuisce con aria trionfante: “Sì”.

“Chi era? Di nuovo Cleopatra?”.

Lui scuote il capo: “No, la regina Elisabetta”.

Calandra sorride, tirandosi in piedi. Prende le manigliette della carrozzella e la spinge verso una stanza: “Ti temeranno un sacco, eh?”.

Il vecchio sorride a pieno viso: “Certo, certo. Vinco sempre, io”.

“Ho notato” ribatte Calandra con tono… gentile? Io rimango semi-nascosto a guardare la scena. Ecco un Calandra fuori dal suo habitat naturale, osserviamone il comportamento allo stato brado. Un’infermiera arriva e prende in custodia il vecchietto, che riprende a parlare: “Due di picche, tre, tre…”.

Calandra continua a darmi la schiena e mi sorge un sorriso.

“Professore, è pronto?”.

Lui si gira: “Non l’avevo notata”.

Ha l’aria un po’ turbata e con il mio sorrisetto gli rendo chiaro che ho visto tutto: “Oh, sono qui da un po’”. Mi guarda con sospetto. Ahah! La tua fama di bastardo patentato è alfine giunta al termine!

Prende la valigetta con i suoi pochi effetti personali e mi segue giù per le scale, evitando il mio sguardo beffardo con la fronte corrugata. Il viaggio verso casa è abbastanza silenzioso. Lui sembra stanco e pensieroso e io mi limito a qualche frase sporadica solo per il mio odio irrazionale verso il silenzio.

“La accompagno a casa, poi vado a prendere Brioche e gliela porto, va bene?”.

Si scuote per un attimo dai suoi pensieri: “Ah… sì, grazie”.

Saliamo per le scale, questo testardo si rifiuta di prendere l’ascensore.

“Il dottore ha detto che non deve affaticarsi!” protesto piantando i piedi alla seconda rampa.

“Manca un piano” ribadisce dalla sua postazione in alto. “Non ho intenzione di aspettare questo trabiccolo. Poi si blocca sempre”.

Io odio gli ascensori che si bloccano. Una volta ci sono rimasto dentro per sei ore perché era agosto e non c’era nessuno nei paraggi. “Mozione approvata” mi affretto a rispondere, partendo in una breve corsetta come se un mostro potesse uscire dall’ascensore e trascinarmi dentro. Quando entra in casa lo seguo, versione mamma in controllo intensivo. Potrebbe scivolare sul tappeto e cadere, che ne so! Ci sono più possibilità che succeda a me, ma ho la testa più dura dell’acciaio Inox. Mia zia aveva una cucina di questo materiale, il mio ginocchio può testimoniarvi quanto sia duro.

Si ferma davanti alla porta della sua camera e poggia la valigia. Io sorrido come un ebete, portando la mano alla fronte in un saluto militare: “Bene. Vado, prendo il cane e torno”.

Lui fa un cenno con il capo e sorride un poco, stancamente: “Grazie. Di tutto”.

Io scrollo le spalle: bene, o me ne vado ora o rifaccio la stupidaggine di saltargli addosso per un abbraccio. Non-seguirmi-alla-porta.

Giro i tacchi: “Di nulla”.

Faccio mezzo passo che qualcosa mi prende l’avambraccio. Non riesco a seguire bene la dinamica della cosa, ma sono sicuro che quelle sulle mie siano labbra… labbra? Spalanco gli occhi. Aspetta un attimo, questa dietro al mio collo non può essere la sua mano… vero? VERO?

Non sono allucinazioni, non ho ingerito per caso funghi allucinogeni. Me li hanno messi nel panino in una gita ad Amsterdam al liceo, dovrei vedere i colori sfalsati in questo momento! Mi sta baciando! Mi accorgo che sono rimasto immobile come un lattarino fritto. Ma non scherziamo, non mi faccio mica fregare questo momento! Perché le opzioni sono due, o permetto che rompa il bacio e poi rimango incantato come le ragazzine dei telefilm per adolescenti, o mi ci butto addosso come le donne di passione repressa delle commedie americane. La seconda opzione mi pare la più opinabile.

Affondo le mani nei suoi capelli, spostandogli la testa per poter rispondere al bacio come dico io. Ha le labbra un po’ fredde e sento contro le mie il taglietto dell’incidente, ma non avrei mai creduto che fosse un baciatore lento e tranquillo, proprio come piace a me. Beh, non credevo nemmeno che io lo avrei mai sperimentato.

Sento una delle sue mani dietro la schiena spingermi piano verso di sé. Ho la sensazione che, accada ciò che deve accadere, che non ci sia posto più giusto di questo. Peccato che sia così alto. Mi allungo un po’ sulle punte e sento qualcosa di lancinante trapassarmi la gamba. Mi stacco da lui, afferrandolo per le spalle per non cadere: “Un crampo, un crampo, un crampo!”.

6 commenti su “PAROLE NEL WEB: “UNIVERSITAS IN LOVE” di Melian_Belt

  1. Anna
    28 ottobre 2015

    E’decisamente senza speranza questo povero Andrea! Finalmente le cose girano per il verso giusto e lui cosa ti combina.. mi ricorda un po un paio di personaggi filmici (la capra e operazione sottoveste)

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    • selvaggia
      29 ottobre 2015

      ahahahahah…operazione sottoveste l’ho visto un sacco di volte, e hai proprio ragione. Certo che è proprio sfigato!!

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  2. Silva
    28 ottobre 2015

    Ma dai Marinetti il campo no! Bellissima

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  3. Annanelly
    29 ottobre 2015

    Ma noooo! Il crampo nooo!! Ma porca paletta Andrea ma se tu andassi a Lourdes si svuoterebbe la vasca ! comunque mi piacciono un sacco tutte e due, sia Calandra che andrea. A domenica!
    Buona giornata

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    • selvaggia
      29 ottobre 2015

      Ahahahahhaha, ottimo suggerimento Anna. Sono proprio perfetti insieme, vero? A presto

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Questa voce è stata pubblicata il 28 ottobre 2015 da in Parole nel web, Racconti originali e talenti nascosti con tag , , .

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