Tre libri sopra il cielo

Blog dedicato alla letteratura M/M e Lgbt in tutte le sue sfaccettature

PAROLE NEL WEB: “UNIVERSITAS IN LOVE” di Melian_Belt

Cari amici e amiche, eccoci al secondo appuntamento settimanale della nostra rubrica “Parole nel web“. Crampo, crampo, crampo… abbiamo lasciato il nostro goffo Andrea in preda al delirio più assoluto, talmente sconvolto dal bacio di Francesco da farsi venire pure i crampi. Che succederà ora? Ah dimenticavo, siccome questi capitoli sono un po’ più corti del solito, abbiamo pensato che sarebbe stato meglio postarne tre, onde evitare malocchi e imprecazioni… ehehehehhehe!!

Buona lettura.
COVER PER UNIVERSITAS

TRAMA: Andrea è il nuovo arrivato tra i docenti di un’università di legge, e anche il più giovane. Considerato un genio, è arrivato fin lì solo ammazzandosi di studio, ma certo il suo carattere non è proprio quello di un rispettabile professore! Impacciato e confusionario, la presenza di un collega gelido come un iceberg e di un’acidità unica non è proprio la cosa migliore per metterlo a proprio agio! Come farà?

CAPITOLO DICIASSETTE – JE NE SAIS QUOI

Lui sbarra appena gli occhi: “Che?”. Mi mordo un labbro, lasciandomi scivolare sul tappeto: “Crampo…dolore!”.

Rimane interdetto: “Sul serio?”.

“Certo che è sul serio! Che domande fa!”.

Calandra si passa una mano tra i capelli, inginocchiandosi su di me: “Solo tu queste cose, eh?”.

Non ci vedo dal dolore, ma sento benissimo che mi ha dato del tu. Beh, immagino sia una cosa normale tra due che si sono appena baciati. Baciati… non ci posso credere! Per una volta che le cose stavano andando nel verso giusto, mi viene un crampo! Ma quanta sfiga può esserci concentrata in me? Mi prende la punta del piede e la spinge verso la gamba.

“Ehi! Ehi! Piano, fa male!”.

“Oh, ma smettila di lamentarti!”.

Ecco, ora è arrabbiato. Le lacrime agli occhi per la frustrazione, incrocio le braccia al petto e cerco di rilassare la gamba. Sembra che abbia del filo spinato con tanto di elettricità che mi attraversa il polpaccio. “Se una certa persona non fosse rimasta lassù nell’alto del suo metro e ottantacinque tutto questo non sarebbe mai successo” me ne esco con la frase più matura del mondo, ovviamente. Calandra mi guarda di sbieco da sotto il ciuffetto: “E ottantasei. E non dare la colpa a me se sei un impiastro”. Vorrei rispondere qualcosa, anche perché sono nervosissimo in questo momento e ho bisogno di sfogo, ma una fitta alla gamba mi fa produrre solo un gemito sconclusionato. Lui sospira e si toglie la giacca che indossa. Tengo gli occhi chiusi e mi accorgo che mi sta sollevando solo quando percepisco il vuoto sotto di me.

“Ehi! Voglio tornare giù!”.

Scalcio: “Il medico ha detto che…”.

“Sai dove può andare il medico?” sbotta innervosito.

Io mi acquieto. La gamba va meglio, ma adesso sono sicuro che non vorrà più avere a che fare con me. Un cretino strillante che si agita come un tarantolato per un misero crampo. Mi darei uno schiaffo da solo, se questo non contribuirebbe a farmi sembrare un completo idiota. Entra nella camera da letto e si china per poggiarmi sul materasso. Dopo, sarà tutto finito. Sarò fortunato se potrò stringergli la mano ogni tanto per il buongiorno in facoltà. Ormai lo so che in certi momenti agisco d’istinto, ma davvero non riesco a capire perché le mie braccia finiscano intorno al suo collo. Va bene, lo so perché, ma non dovrei farlo, insomma… se fossi una persona normale, no?

Calandra si blocca: “Che stai facendo?”.

Sei ancora in tempo per salvarti la faccia. Staccati e dì che ti è venuto un istinto da koala e lui sembrava un eucalipto.

“Non mi odi!”.

Perfetto, quel poco di onore virile che mi è rimasto si è scaraventato fuori dalla finestra vestito da ballerina di Can Can. Calandra scuote il capo e mi stacca, nemmeno fossi un gatto le cui unghie si erano incastrate per caso nel golf. Cado sul letto e prima che possa farmi qualche altro trip mentale si china su di me e mi bacia a razzo. Non faccio in tempo a contrattaccare che si stacca, gli occhi grigi tra lo scocciato e il divertito. Non credevo fosse un mix possibile.

“Mi hai preso per un indeciso che si pente delle cose che fa? O…”. Fa un sorrisetto: “…che fa le cose sull’impulso del momento?”. Credo di essere un Marinetti imbalsamato ora.

“No?” è tutto quello che il mio cervello riesce ad elaborare.

Lui scuote il capo: “No”.

Testo la salute della mia gamba. Non ho altri muscoli in procinto di creare problemi. Chinato su di me c’è l’uomo che, ammettiamolo, mi piace da morire. Mi ha baciato, per la seconda volta, nonostante i miei comportamenti da bambino frignone di cinque anni. Bene, non ci sono più ostacoli. Sorrido entusiasta:

“Fantastico!”.

Calandra se la ride: “Ma quanto sei scemo”.

Scemo o no, caro Francesco Calandra, ormai mi hai dato il via libera. Lo acchiappo di nuovo per il collo e lo butto giù, riuscendo incredibilmente e sedermi sopra di lui. Mi piacciono i suoi capelli e gli sposto il ciuffo dagli occhi, ma quello ritorna anarchico al suo posto.

“Mai pensato di usare il gel?”.

Calandra fa una smorfia vagamente schifata: “Quella bava di rospo? Ma neanche per sogno”.

Io rido e gli porto di nuovo i capelli via dalla fronte, tenendoli indietro con la mano. Il cuore che batte al ritmo di un trapano, scendo e lo bacio, poggiando l’altra mano sulla sua guancia. Preso da una foga inusuale per me, mi strofino su di lui stendendomi come un geco spiaccicato su una parete. Calandra è invece tranquillo, le mani poggiate appena sulla mia schiena. Certo, non è grande come la sua.

Me lo sono sempre chiesto e nell’impeto investigativo infilo una mano sotto la sua camicia, sentendo sotto il palmo i muscoli tesi che ha sul dorso. Rompo il bacio un po’ a malincuore. Ma mi piace parlare con lui e sono curioso: “Ha fatto qualche sport?”.

Lui solleva le sopracciglia, perplesso: “…sì. Pallanuoto”.

Sorrido, alzando i pugni in un gesto di vittoria: “Ne ero sicuro! O quello o nuoto! Ha la schiena larga! Quindi sa nuotare bene”.

Abituato ai miei sproloqui, si abbandona tranquillo sul cuscino: “Abbastanza. È passato qualche anno, sai”.

“A livello agonistico?”.

Lui se la ride: “Sì sì. Hai intenzione anche di chiedermi il mio stile preferito?”.

Con un dito prende il colletto della mia maglietta e mi tira giù, a un centimetro da sé: “Soprattutto, vuoi piantarla di darmi del lei?”.

Io arrossisco, guardandomi le mani: “S-sì… solo che… Insomma è tutto così strano. Le-tu nemmeno saprai il mio nome”.

Sorridendo beffardo, mi tende la mano: “Ciao Andrea, mi chiamo Francesco. Per quando avevo degli amici, Franco”.

Rimango a bocca spalancata: “Sapevi il mio nome?”.

Alza gli occhi al soffitto, come a chiedere pazienza a uno spiritello celeste: “Sì che lo so. Ora o mi baci o ti togli, sei pesante”.

Ridendo lo bacio di nuovo, sentendo le sue labbra distendersi in un sorriso sotto le mie. Mi stacco all’improvviso: “È più bello Francesco”.

“Ma non riesci a stare zitto un attimo, tu?”.

CAPITOLO DICIOTTO – GRIP

Scrollo le spalle: “E dai… ci conosciamo poco in fondo”.

Lui sospira e si passa una mano sul viso. “Già… ma ricordati che sei stato tu” mi punta un dito sulla fronte “…a cominciare tutto”.

Io sorrido fiero: “Vero. Non l’avevo mai fatto prima, in genere sono gli altri a farsi avanti”.

“Il maschio alfa insomma”.

“Eh?”

“Niente, niente”.

Da fuori si sente il rombo di un tuono, ma il brutto tempo non è abbastanza per rovinarmi l’umore. Sempre sorridendo mi butto a pesce su di lui.

“E fa piano!” protesta, mentre mi appolipo a dovere.

“Brontolone che sei”.

Francesco sbuffa e rimane in silenzio. Gli cingo il petto con le braccia e poggio la testa nell’incavo del collo, strofinandomi beatamente.

“Magari ti metti pure a fare le fusa”.

Io annuisco: “Certo. Purr!”.

Lui ride, scompigliandomi i capelli come se da soli non sembrino sempre appena usciti da un campo di battaglia: “Sei proprio scemo tu”.

Lo sento che sta scherzando e non mi offendo, anzi rido anch’io. In fondo mi sta lasciando fare un po’ quello che voglio, credevo che fosse un tipo restio alle… coccole. Con il suo carattere autoritario pensavo che nelle situazioni di coppia lo fosse altrettanto e l’idea un po’ mi turbava nei miei piani onirici. Invece è tranquillo, non mi azzardo a dire gentile ma fin’ora non ha messo le mani in posti troppo osé né avuto il minimo sprizzo di forza o altro. Forse perché è da poco uscito da terapia intensiva, chissà. Ho come la sensazione di essermi scordato qualcosa, anzi più d’una. Corrugo la fronte, cercando di ricordare. Ma più ci penso più gli oggetti della dimenticanza sembrano allontanarsi.

“Sembri un procione”.

Come matura forma di vendetta gli infilo un dito nel fianco: “Ho la sensazione di aver dimenticato qualcosa…”.

“Brioche. E la macchina di Landori”.

Mi esprimo con un gemito di disperazione. Non mi va di staccarmi, sto bene qui. Mi stringo ancora di più a lui, una mortale tenaglia. Mette le mani sulle mie spalle cercando di staccarmi: “Ehi constrictor, molla la presa”.

Negli ultimi cinque minuti sono stato paragonato a un gatto, a un procione e a un boa… divertente! Questo mi autorizza a trovargli un soprannome e nomignoli strani. Emetto un risolino malefico, accolto con espressione poco convinta da Francesco, che tenta di alzarsi nonostante il mio peso addosso. Dopo un paio di tentativi si arrende: “Andrea dai, sono stanco”.

Mi lascio scivolare a lato con un sospirone: “Va bene, ho capito”. Scendo dal letto, trovando le chiavi della macchina che erano cadute sul materasso.

“Vado a prendere Brioche e la porto qui. Poi vado da Land…”

“Sì, come no”. Interviene, tirandosi faticosamente a sedere.

“Tu vai a prendere Brioche con la mia macchina, le chiavi sono nella giacca. Dammi l’indirizzo del soggetto che ci penso io”.

“Il dottore ha…” mi fermo prima della solita rispostaccia e alzo le mani in segno di resa. “Sì, lo so dove deve andare. Grazie a te quel posto avrà problemi di affollamento”.

Francesco ridacchia e si tende per allacciarsi una scarpa. Nel frattempo recupero la giacca rimasta nel corridoio, prendo le chiavi e gli lascio il bigliettino con scritto l’indirizzo di Landori, da me custodito come sacra reliquia. Prima di andare mi affaccio sulla porta della stanza, dove sta prendendo una sciarpa dall’armadio. Prendo un fiato di coraggio prima di dire alla velocità della luce.

“Ma stanotte dormiamo insieme, okay?”.

Nei primi due secondi rimane preso in contropiede, poi sorride: “Non vedo perché no”.

Esulto e torno nel corridoio, facendo immediatamente retromarcia: “Siamo una coppia ora?”.

“Andrea…”.

“Va bene, va bene!”.

Arrivo a metà corridoio, prima di retrocedere in stile gambero obliquo: “Mettiti la sciarpa azzurro perla, ti sta meglio”.

“Muoviti!”.

“Va bene, va bene!”.

CAPITOLO DICIANNOVE – BECAUSE THE NIGHT

Sto aprendo la porta quando mi richiama indietro. Mi volto in tempo per intercettare un mazzo di chiavi. “Sono quelle di riserva. Stai attento a non perderle”.

Dovrebbero farmi una foto e metterla nella voce stupore del vocabolario.

“Mi hai appena…dato le chiavi di casa?”.

Si sistema il colletto del cappotto: “Quindi?”.

Sorrido: “Allora siamo una coppia sul serio”.

Sbuffa, prendendo la sciarpa azzurra: “Sì, sì. Ora pussa via”.

Ridacchiando come un beota me ne vado, canticchiando Elephant Love di Moulin Rouge per le scale. Beh, che c’è? Piace a mia madre. “I was made for loving you na na…”.

Quando ritorno sono le dieci e mezzo di sera. Non riuscivo a far funzionare quel maledetto GPS e Francesco vive in un quartiere lontano dal mio, quindi le possibilità di perdersi sarebbero aumentate a dismisura senza quell’aggeggio malefico. Qualche demone celeste deve avermi in antipatia, quante possibilità ci sono che il GPS funzioni dopo solo dieci minuti di battaglia, che diluvino cascate e che ci sia un black-out in tutto il mio condominio? E soprattutto… proprio a me doveva toccare di prendere un cane terrorizzato dai tuoni? L’ho trovata con la testa infilata nel bracciolo del divano, intenta a esibirsi in ululati attutiti da quello che prima era un tessuto semi-pulito e di colore rosso. Per mettergli quella maledetta pettorina ho scatenato una guerra, non gli voleva proprio entrare. Va bene che ho sempre avuto una tendenza a sovra-nutrire gli animali, ma in così pochi giorni mi pare impossibile non riuscire nemmeno a infilare la pettorina che prima le stava bellamente larga. Infatti sono riuscito a mettergliela, anche se una zampa le stava un po’ storta.

Apro la porta e sospiro, lasciando che la belva entri e corra verso la cucina senza altre tappe intermedie. La casa è silenziosa, forse non è ancora tornato. No, la luce del corridoio e quella della sua stanza sono accese, non è tipo da lasciarle così mentre esce. Chiudo la porta con il paletto e mi tolgo la giaccia, poggiandola ordinatamente sulla sedia. Ho l’impressione che portare troppo disordine in casa Calandra sia un’azione contro-indicativa per la mia salute.

A passi felpati, mandati in rovina quando inciampo nel tappeto, mi affaccio sulla stanza. Sul letto, i vestiti addosso tranne che per le scarpe, c’è Francesco addormentato. Trattenendo un risolino esaltato mi tolgo anch’io le scarpe, cercando di far muovere meno possibile il materasso mentre salgo sul letto, una pantera che si approssima alla preda. Rimango in ginocchio, osservandolo in silenzio. È un po’ palliduccio, ma credo sia normale. Il solito ciuffo di capelli gli scende appena sugli occhi e vederlo senza la solita espressione imbronciata mi da una sensazione di trionfo. Non credo sia concesso a molti tra i mortali, un po’ come l’immortalità a Titone. Un momento, lui non finì tanto bene. È davvero strano che non abbia un compagno di qualche sesso, sono sicuro che il suo fascino con quel tocco di bastardaggine gli assicuri abbastanza vittime nella popolazione della facoltà. Forse è il caratteraccio a spaventare, ma in fondo non è poi così terribile, ci sono esseri allucinanti che sono sposati, insomma.

Con la punta delle dita gli sposto un po’ il ciuffo, lui è addormentato troppo profondamente per accorgersene. Non ho nemmeno pensato a portare un pigiama e in fondo che mi importa? Mi allungo per chiudere la luce e sposto le coperte per coprirlo. Piano mi infilo anche io, alzando gli occhi al cielo quando sento una baraonda provenire dal corridoio. Brioche arriva con la grazia di una mandria di bisonti e si catapulta sul letto, creando un turbine con la coda che si agita peggio di una palma in un tifone.

“Brioche! Giù” sussurro, ma lei si allunga a sfinge sul materasso, occupando il posto dove in teoria volevo mettere le mie gambe.

“Vabbè” sospiro, non tutto il male vien per nuocere. Il letto è un’abbondante piazza e mezza, ma siamo due uomini adulti più un cane grasso e non c’è troppo spazio. Quindi devo per forza accoccolarmi contro di lui, stringendo tra le dita il suo golf. Poggio la testa sotto il suo mento e rimango così, restio ad addormentarmi in un momento simile. Ma il buio non è che me lo faccia proprio godere, quindi lentamente entro dalla realtà nel mondo dei sogni, cullato dal russare del cane.

 

In genere ho il sonno pesante, una volta continuai bellamente a dormire durante un terremoto. Ma credo che chiunque si sveglierebbe se uno insieme a te nel letto balzasse d’improvviso a sedere, facendoti cadere giù in un appuntamento al buio con il pavimento.

“Ouch!”.

Qualcuno accende la luce. È ovvio che sia stato Francesco, dubito che Brioche abbia sviluppato queste capacità nel giro di sei ore. Tuttavia lo stacco tra l’apertura degli occhi e l’accensione dei neuroni è sempre stato prolungato nel tempo per quanto mi riguarda. Francesco si sporge dal materasso, i capelli scompigliati e il fiato pesante.

“Che… come ci sei finito lì?”.

Mi strofino una mano sul fianco dolorante: “Oh niente, una forza di gravità obliqua mi ha sbalzato via… come credi che ci sia finito?”.

Lo ammetto, se vengo svegliato divento uno di quegli iguana a cui si gonfia la gola e a cui viene quel ventaglio viola in testa se s’incazza. Si passa una mano tra i capelli, tirando su col naso: “Ah…scusa”.

Ha gli occhi aperti a mezz’asta e sembra piuttosto innocuo in queste condizioni, tanto che il mio cattivo umore sparisce. Mi riapproprio della metà del letto: “Perché ti sei svegliato così di botto?”.

Scrolla le spalle: “Un sogno, niente di che”.

Che abbia avuto un incubo? Si strofina il dorso della mano sugli occhi, sospirando.

“Hai fatto un sogno brutto?”.

Si gira a guardarmi, lo sguardo che va riprendendo il potere fulminante: “Prego?”.

Stranamente non mi fa molta paura, anzi con la nonchalance di una coppia di lunga stagionatura mi siedo sulle sue gambe. Allargo le braccia: “Coccole?”.

Corruga la fronte: “Vuoi sentire se il pavimento sul lato destro è più morbido?”.

Sbuffo: “Tanto non ci riusciresti a farmi cadere”.

No, decisamente non è più morbido.

“Ehi! Mi hai fatto male”.

Sempre guardandomi storto, si sposta nell’altra parte del letto: “Taci e dormi”.

Con entrambi i fianchi indolenziti mi isso sul materasso, chiudendo la luce con un sospiro. Cosa mi aspettavo? Francesco, detto in modo poco elegante, ha le palle per tutti e due. Ma un po’ di ricerca di consolazione mi avrebbe fatto piacere, per quanto egoistico possa essere questo pensiero. Mi avrebbe fatto sentire utile e richiesto, non so come spiegare. Rimango steso sulla schiena, gli occhi aperti a fissare il buio dove dovrebbe esserci il soffitto. E sospiro di nuovo. Quasi come eco al mio, viene un sospiro dalla mia sinistra. Sento un fruscio e un peso sulla spalla: “Contento adesso?”.

Con un movimento rigido da automa porto la mano su per il braccio, capendo che quella sulla mia spalla è la sua testa. Sorrido: “Sì”.

Mi giro, avvolgendolo nella mia stretta e rivoltandomelo un po’ sopra: “Ehi, non sono un peluche”.

Strofino la guancia sui suoi capelli, che odorano ancora un po’ di ospedale. “Sì, sì, tu sei il maschio alfa”. Ridacchia e un braccio si stringe intorno alla mia vita. Dopo poco il suo respiro è regolare e io sorrido nel buio da bravo ebete.

4 commenti su “PAROLE NEL WEB: “UNIVERSITAS IN LOVE” di Melian_Belt

  1. Anna
    1 novembre 2015

    Strano!!!! Non che mi dispiaccia, ma la svolta è veramente abissale…. fino ad ora si andava al passo ma qui si corre…

    Mi piace

    • selvaggia
      1 novembre 2015

      Prima o poi doveva succedere. Speriamo che il seguito ti piaccia. Un bacione

      Mi piace

  2. Annanelly
    1 novembre 2015

    finalmente siamo giunti a due sane coccole!

    Mi piace

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 31 ottobre 2015 da in Parole nel web, Racconti originali e talenti nascosti con tag , , .

Seguiteci su Twitter

Seguiteci su twitter

Follow Tre libri sopra il cielo on WordPress.com

Categorie

Archivi

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: