Tre libri sopra il cielo

Blog dedicato alla letteratura M/M e Lgbt in tutte le sue sfaccettature

PAROLE NEL WEB: “UNIVERSITAS IN LOVE” di Melian_Belt

Cari amici e amiche, eccoci al primo appuntamento settimanale della nostra rubrica “Parole nel web“. I nostri due professori si prendono una piccola pausa da disastri e incidenti, giusto per rifiatare, e noi con loro. Quindi, ora taaaaante coccooooleeee…

Buona lettura.
COVER PER UNIVERSITAS

TRAMA: Andrea è il nuovo arrivato tra i docenti di un’università di legge, e anche il più giovane. Considerato un genio, è arrivato fin lì solo ammazzandosi di studio, ma certo il suo carattere non è proprio quello di un rispettabile professore! Impacciato e confusionario, la presenza di un collega gelido come un iceberg e di un’acidità unica non è proprio la cosa migliore per metterlo a proprio agio! Come farà?

CAPITOLO VENTI – RUN AWAY

I raggi del sole attraverso le palpebre mi svegliano e apro gli occhi a fatica. La stanza è immersa nella luce, che mi prende a pugni le iridi per quanto è forte. Dev’essere parecchio tardi. Dopo un breve check-up mentale mi rassicuro sul non essere in ritardo a lezione e sbadiglio. Con gli occhi serrati come un talpa mi tiro a sedere, sbattendo contro qualcosa di… cartaceo.

“Ma sei cieco?”.

Riconoscerei questa voce tra mille, come anche quest’odore. Riacquisto la vista, vedendo Francesco che mi agita un sacchetto bianco davanti alla faccia. “Ma…” sbadiglio di nuovo. “…che ora è?”.

Scuote il capo, conscio di essere davanti a un caso disperato: “Mezzogiorno. Hai veramente il sonno leggero tu, non ti sei svegliato nemmeno quando Brioche ti ha camminato sopra”.

Allungo le mani, un bambino verso il lecca-lecca: “Cibo”.

Francesco mi lascia il sacchetto, le labbra piegate in una smorfia poco convinta: “Va beh”.

Si toglie la giacca, poggiandola su una sedia vicino all’armadio. Mangiucchio beatamente il cornetto alla crema, lasciando per secondo quello alla marmellata. Nel frattempo lo osservo ed esprimo il mio elevato parere artistico con la bocca piena: “Hai la cravatta mezza sciolta”.

Se la toglie con un gesto irritato: “Già. Non sono riuscito a metterla stamattina”.

Stringe a pugno la mano sinistra, ma le dita rimangono rigide e non si chiudono del tutto. Cambio argomento: “A che ora ti sei svegliato?”.

“Alle otto. Dovevo andare in commissariato”.

Finisco a razzo il cornetto e gli porgo il secondo: “Vuoi?”.

Scuote il capo con un mezzo sorriso: “Toglierti il cornetto alla marmellata? Non sono pazzo”.

Ridacchio e riprendo la mia opera di disintegrazione: “Sei andato per l’investimento?”.

Si siede e comincia a slacciarsi le scarpe, usando con qualche fatica anche la mano sinistra: “Sì. Anche se non sono stato investito”.

Un maledetto pezzo di pastella decide in quel momento di improvvisarsi Spiderman su per la mia gola. Tossisco: “P-prego?”.

“Non mi ha preso. L’ho visto arrivare e mi sono spostato in tempo, ma…”.

Abbassa gli occhi sul pavimento, rosso per l’imbarazzo: “Ecco… dietro di me c’era una rampa di scale e… ci sono caduto”.

Rimango immobile, l’unico suono un singolo colpo di tosse. Prima piano, poi sempre più forte, rido. Corruga la fronte e mi tira una scarpa: “Piantala di ridere!”.

Lascio da parte il cornetto e mi aggrappo al suo collo, stendendomi sulla sua schiena: “Siamo proprio fatti l’uno per l’altro, allora”.

Mi fulmina, niente di nuovo: “Non paragonarmi a te. Se non mi fossi spostato mi avrebbe preso mentre andava a 200 all’ora”. Sbuffa: “Mi domando come quei deficienti dei dottori non se ne siano accorti”.

Facendo perno sul mio peso lo tiro giù, strofinando il naso tra i suoi capelli. L’ho già detto che mi piacciono, vero? “E bravo il mio Tomb Raider”.

“Tomb Raider non era una donna?”.

“Sì, e allora?”.

Mi infila un dito nel fianco, facendomi zompare in aria. È sempre stato un punto particolarmente sensibile. Si allunga e mi bacia prima che possa protestare. Velocemente si stacca, lui e questa brutta abitudine dei baci lampo. Raccolgo le braccia al petto, il viso imbronciato: “Sei scorretto”.

“Vado a togliermi quest’odore di ospedale. Vedi di non distruggermi casa”.

Va in corridoio e io lo seguo con lo sguardo, o meglio gli spizzo una parte ben precisa: “Hai un bel sedere, lo sai?”.

“Piantala”.

Ridendo tra me e me torno a sdraiarmi. Dopo qualche secondo mi sto già annoiando e vago con la mente per i recenti trascorsi. Ho sempre saputo di avere un debole particolare per gli uomini, ma non credevo che mi sarebbe venuto tutto così spontaneo se ne avessi trovato uno. Eppure con Francesco mi pare tutto così naturale che proprio ora potrei… arrossisco di botto. Credo sia normale, in fondo non sono troppo giovane né troppo vecchio e l’età in cui si dovrebbe avere un’alta frequenza di cotale attività l’ho passata sui libri.

Sento lo scrosciare dell’acqua dal bagno. Il dottore dal-cognome-che-non-deve-essere-nominato, specialmente in un reparto di terapia intensiva, gli ha raccomandato di non usare la doccia, per evitare di cadere in caso di perdita improvvisa d’equilibrio. La mia mente non troppo fulgida ci mette poco a formulare l’addizione: vasca da bagno + Francesco= cosa molto bella. Sospiro, misero mortale al di fuori dei cancelli dell’Olimpo. Va bene è una metafora esagerata, ma mi sento un po’ così. Forse se grattassi la porta e ululassi mi aprirebbe…

Poi giunge l’illuminazione. Non vorrei sbagliarmi ma… siamo qualcosa di simile a una coppia, no? Rimango un secondo a riflettere, giungendo ad una risposta affermativa.

Balzo giù dal letto e arrivo alla porta del bagno, ripetendo come un mantra: “Fa che non abbia chiuso, fa che non abbia chiuso”. La maniglia si apre ed entro nell’altro della bestia.

“Che diavolo vuoi?”.

Mi studio le mani, mentre il viso prende letteralmente fuoco. Sollevo incerto lo sguardo, quasi con la paura di pietrificarmi sul posto. Ha… ha la camicia slacciata, tutto ciò è meraviglioso.

“Fino… fino a che età hai fatto sport?”.

Solleva un sopracciglio: “Eh?”.

Mi strofino una mano sulla nuca, sorridendo incerto: “No è che… sei in forma sai?”.

Io dovrei essere il giovane della coppia, com’è possibile che quest’uomo sia molto più atletico di me? Ecco, lo sapevo, adesso mi vergogno degli ultimi anni passati sui libri, tutto lo sport fatto fino ai venti anni buttato nell’inceneritore. Qualcuno mi dia una felpa grande per coprire questo schifo. Momento fuga.

“Niente, volevo chiederti una cosa, ma mi sono dimenticato”. Prendo la maniglia e faccio per andarmi a seppellire.

“Andrea?”.

Mi giro appena: “Sì?”.  Sospira e si avvicina, chiudendo la porta con un gesto secco. “Allora, qual è il problema?”.

Muovo lo sguardo dalle mani al pavimento: “Niente è che… insomma per anni ho studiato come un matto, non ho avuto uno straccio di ragazza ma anche perché mi sono sempre piaciuti gli uomini, ma sotto questo aspetto… nada, calma piatta. Sono parecchio più giovane di te e tu sei così, io in quest’altro modo. Poi sono imbranato e non so dire le cose in maniera norma…”.

Mi fermo. Questo torrente di parole senza capo né coda da dove è uscito fuori? Francesco mi osserva con gli occhi leggermente sbarrati.

“Sì” concede dopo qualche secondo. “Non sai dire la cose in maniera normale”.

Distolgo lo sguardo. Non so perché, ma sono triste. Nonostante lui sia qui, mi sento solo e terribilmente stupido. Tutto quello che ho ottenuto nella mia breve carriera è stato solamente perché ho studiato tanto, non certo per una qualche brillantezza d’ingegno. Sobbalzo per lo stupore quando la sua mano si poggia sulla mia guancia e mi bacia, stavolta con più energia rispetto alle altre. Un braccio mi stringe per la vita, attirandomi verso di lui. Come un naufrago su una trave alla deriva, mi aggrappo a lui con tanta foga che la sua schiena va a sbattere contro la porta. Gli prendo la testa tra le mani, approfondendo il bacio con un’energia che non pensavo di avere. Ci lasciamo che io ho il fiatone, questo maledetto nuotatore solo il respiro poco accelerato. Sorride: “Se eri solo un po’ eccitato, bastavano tre parole”.

Rido, il cuore svuotato dal peso che lo opprimeva fino a pochi secondi prima. Sono un tipo volubile? No, ma in questo momento mi va bene così.

“Cosa vuoi farci, vecchio? Sono uno stallone nel fiore dell’età”.

Ancora con un mezzo sorrisetto mi guarda con un’espressione che non mi convince: “Vecchio?”.

Quando capisco che mi ha preso le gambe è troppo tardi, mi ha già issato in spalla: “Te l’ho già detto, il dottore ha detto ch-aaah!”.

Okay, mi è uscito un urletto un po’ troppo acuto per un maschietto dalla mia età, ma questo manigoldo mi ha gettato nella vasca d’acqua bollente!

“Fellone!”.

Francesco sorride: “Oh sì, un vero stallone purosangue”.

 

CAPITOLO VENTUNO – SCIVOLI DI NUOVO

Allungo entrambe le mani e gli prendo i lembi della camicia, tirandolo giù. Con un bacio zittisco qualunque protesta stesse iniziando a borbottare, probabilmente riferita all’integrità del capo d’abbigliamento. Avvolgo il suo collo con le braccia e lo tiro giù, costringendolo ad arrampicarsi in una posizione che non dev’essere proprio comoda sui bordi della vasca. “Oh al diavolo” dice contro le mie labbra, togliendosi la camicia e lasciandola cadere per terra. Siamo fronte contro fronte, i suoi occhi grigi mi scrutano a distanza molto ravvicinata.

“Sia chiara una cosa” chiarisce con un sorrisetto. “Il più grande sta sopra”.

Spalanco gli occhi, il fiato che prende le maracas e se ne va in Messico per un futuro da Mariachi. Sto veramente per farlo con un uomo? Fino a ora è stata un’idea talmente astratta che non ho mai pensato alle implicazioni… pratiche. Piego la bocca in un smorfia un po’ piagnosa: “Ma… ma fa male, no?”

Scuote le spalle: “Ah, non chiederlo a me”.

Entra nell’acqua bollente, schiccherando la superficie per schizzarmi la faccia.

“Ehi!”.

Stavolta è lui ad allungarsi e a zittirmi con un bacio, le dita che si intrecciano tra i miei capelli disastrati. Bene, l’unica è lasciarmi andare. Al dolore ci penserò quando sarà il momento, ora sono felice come Heidi tra le caprette e il formaggio. C’è anche il vecchio brontolone, con una schiena larga quanto una tavola da surf e due occhi grigi come… come cosa?

“Sai…” esordisco dividendomi da lui, le braccia ad anello perenne intorno al suo collo. “…non c’è un’analogia adatta. Insomma… tu hai gli occhi grigi come… come un cielo di pioggia”.

Ridacchio, sfiorandogli le labbra con le mie. “O come il pelo di una pantegana”.

Anche lui ride, di quella risata che è tutto sfavillio di iridi, una bocca che si stende e le spalle che tremano. “E tu?” replica, scostandomi una ciocca di capelli dalla fronte.

“Marrone albero? Fango o…”.

Si arresta quando lo tiro giù, affondandogli appena la testa sotto l’acqua. Ride quando si tira su: “Che c’è? Giuro che stavo per dire…”.

Si interrompe, cercando invano un altro oggetto con quel colore. “No, volevo proprio dire cacca”.

Apro la bocca in un finto disdegno, mooolto civettuolo: “Signore mio che linguaggio!”.

“Preferivi defecazione?” propone con un sorriso, mooolto bastardo. Rimaniamo in silenzio, che per una volta non ho nessuna voglia di interrompere con una delle mie cretinate. Ci avviciniamo lentamente e altrettanto lentamente ci baciamo, io più agitato di lui tanto per cambiare. Le mie mani vanno a scivolare giù per i suoi fianchi, mentre le sue rimangono una sul bordo della vasca dietro di me, una stabilmente incastrata nei miei capelli. Magari non riesce più a staccarla per quanti nodi devono esserci, dovrei tagliarli.

Sento qualcosa di ruvido sotto il palmo e ci lascio scorrere le dita, capendo al tatto che si tratta di una cicatrice. Sarà lunga un cinque centimetri e si stende dal fianco sinistro verso il bacino. Forse è stato operato di appendicite, più o meno la posizione è quella. Ma la teoria brucia quando anche l’altra mano ne incontra una, stavolta più in alto, quasi all’altezza del torso. Dev’essersi accorto che sto elucubrando sulle cicatrici, perché interrompe il bacio e guarda in basso, dove la mia mano sta toccando.

“Niente domande”.

Abbozzo un sorriso, turbato dal non sapere. Ma percepisco che me lo sta chiedendo con molta serietà e non insisto. “Va bene” mormoro, spostandogli con le mani bagnate il ciuffo, che stavolta rimane indietro.

Al riprendere del bacio, decido di dare una smossa alla situazione. Non è una decisione razionale, tutto il mio corpo la fa mentre le dite scendono alla sua vita, slacciando la cintura di cuoio nero che indossa. La chiusura di ferro sbatte contro il bordo di marmo, provocando un rumore peggiore delle unghie contro la lavagna. Entrambi ci tratteniamo dal commentare, già è tanto che sia riuscito a togliergli la cintura senza tagliarmi un dito o castrarlo sul posto. Rabbrividisco quando una mano si fa spazio sotto al mio golf a collo alto. Sollevo un dito a obiezione: “Io non ho un gran fisico però”.

Sospira, ciondolando il capo: “Bla bla bla”.

Mi sta prendendo in giro pesantemente, fortuna che mi ero pure ripromesso di non fare interruzioni idiote. Mi bacia a stampo, gli occhi puntati nei miei: “Piantala di farti spremute di cervello. Non sei uno scorfano”. Eh? Era un complimento quello?

Sorride: “Sì, brutto idiota, era un complimento”.

Sorvolo sul brutto idiota e mi lascio andare a un sorrisetto da very proud and gorgeous. Mi tiro un po’ su, togliendo in un colpo solo golf e maglietta, che finiscono a mollo in una palletta poco estetica. Capovolgo la situazione, saltando in stile foca ammaestrata contro di lui, che finisce con la schiena contro l’altro lato della vasca. L’acqua ovviamente sbalza mezza fuori, quanto ci scommettiamo che farà pulire me?

“Dopo asciughi tu”. Ipse dixit.

Gli avvolgo il bacino con le gambe, gli prendo il viso tra le mani, spostandolo per approfondire il bacio a mio piacimento. Mi lascia fare, uomo molto composto. Piano una mano scende verso l’apertura dei suoi pantaloni, ormai sono partito in quarta, e chi mi ferma più?

Li apro abbastanza facilmente, ora il problema tecnico è come togliergli. Occhieggio disperatamente le dimensioni della vasca, troppo piccola per le manovre che avrei in mente. Balzo in piedi, odiando dover interrompere per cotali bazzecole. Indico la porta: “Sul letto, ora!”.

Francesco scoppia a ridere e si alza anche lui. Porca paletta le goccioline che scendono. Gli zompo di nuovo addosso incapace di arrestarmi, spiattellandomi contro di lui. Forse con un po’ troppa foga, perché il fondo della vasca, base non troppo stabile, perde l’attrito con i miei piedi e sarei scivolato se non mi avesse acchiappato in tempo.

Sospiro di sollievo, guardando con astio il punto dove la mia testa avrebbe dovuto cozzare. Gli do una pacca sul braccio: “Per fortuna che hai fatto il portiere”.

Mi guarda con aria poco convinta: “Non credo c’entri”.

Con un cenno del capo mi invita a uscire: “Ce la fai ad arrivare vivo in camera?”.

Dopo una molto matura linguaccia mi tiro fuori dalla vasca, i pantaloni pesanti di non so quanti litri d’acqua. Scuoto i capelli stile Beethoven, mandando schizzi un po’ ovunque. Francesco alza una mano a schermarsi il viso: “Cuccia”.

Gli lancio un’occhiataccia, dirigendomi nella stanza con un cipiglio offeso.

Una volta dentro mi appiattisco contro la parete, tendendogli un agguato quando entra. Incredibilmente cadiamo sul materasso come da me pianificato e riprende la mia opera di disvelamento. Faccio scivolare i pantaloni dalla vita, giù per le cosce fino alle ginocchia, dove lui li calcia via. Per fortuna ho le braccia lunghe. Questo pensiero mi fa ridacchiare, mentre con la compostezza di una biscia in attacco epilettico mi spoglio anch’io. Poggio i gomiti ai lati della sua testa, baciandolo mentre le sue braccia mi avvolgono la schiena. Sento i muscoli tesi delle sue gambe contro le mie, la pelle dell’addome morbida e bagnata sulla mia. Ora le vedo le cicatrici e sono sottili, chiuse da tempo. Devono essere molto vecchie, ma non gli chiedo niente. Mi tiro a sedere, a cavalcioni sul suo bacino.

Piego il capo su una spalla mentre lo osservo, sorridendo.

“Ti sei incantato così?”.

Annuisco: “Sì”.

Poggio le mani sul suo petto e mi mordo nervosamente il labbro inferiore.

“Vogliamo fare… quella cosa lì?”.

Socchiudo gli occhi in una smorfia poco convinta, incurvando le spalle. Francesco scuote la testa: “E io che pensavo volessimo giocare a shanghai”.

Sorride. Gongolante come un pazzo saltello sul materasso: “Ma quanto sei bello tu”.

Rotea le pupille e ci cappotta, rimanendo su un fianco mentre un sua gamba si sposta a coprire le mie.

Chiudo gli occhi, come in genere faccio alla partenza delle montagne russe.

 

9 commenti su “PAROLE NEL WEB: “UNIVERSITAS IN LOVE” di Melian_Belt

  1. Manu
    4 novembre 2015

    Adoro il modo in cui Melian caratterizza i suoi personaggi, l’ironia, le battute ..amo il suo modo di scrivere e di raccontare…. insomma mi piace tantissimo

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    • selvaggia
      4 novembre 2015

      Se siamo tanto contente!!! Non perdere la prossima uscita di sabato. ciaooooo

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  2. Annanelly
    5 novembre 2015

    iniziato bene la mia giornata,gustato facendo colazione!
    Questo romanzo è rilassante, divertente,e con questo capitolo, lascia spazio anche alla suspance…le cicatrici di Calandra di cui non bisogna chiedere, mah!!!
    Questo libro funziona al posto di un ansiolitico. Da prescrivere in caso di bisogno!
    Buona giornata

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    • selvaggia
      5 novembre 2015

      Fantastica la tua analisi, ehehehhehe, assolutamente fantastica!! Riesco a immaginarti mentre mangi il tuo cornetto pucciato nel cappuccino leggendo le avventure di Andrea e Francesco! Troppo bello!!!

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  3. Anonimo
    5 novembre 2015

    Mangio più salutare di Andrea! Caffè, latte di soya e cereali(^-^). Ma potrei anche “sacrificarmi” ogni volta che esce il capitolo nuovo e prepararmi un cornetto, così sono più in sintonia con quella calamita cerca guai!
    A presto

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  4. Annanelly
    5 novembre 2015

    scusa non capisco ma sono uscita come anonimo!

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  5. Camilla Lunanera
    6 novembre 2015

    wooow sarà la terza volta che leggo questa storia e ogni volta mi emoziono come una pazza… darei qualunque cosa per avere un’extra di questa storia, ci sono affezionata in una maniera assurda e tutte le volte è lo stesso, sono pazza di loro, mi fanno stare bene, mi fanno divertire.. wow

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    • selvaggia
      6 novembre 2015

      Ciao Camilla, intanto benvenuta nel nostro blog e grazie per averci lasciato un commento. Hai proprio ragione, questo racconto è molto emozionante, anche perchè Melian l’ha revisionato apposta per noi, facendo corpose aggiunte. Allora, mi raccomando… continua a seguirci e alla prossima

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Questa voce è stata pubblicata il 4 novembre 2015 da in Parole nel web, Racconti originali e talenti nascosti con tag , , .

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