Tre libri sopra il cielo

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PAROLE NEL WEB: “UNIVERSITAS IN LOVE” di Melian_Belt

Cari amici e amiche, eccoci al secondo appuntamento settimanale della nostra rubrica “Parole nel web“… Non vi dirò niente, ma sono sicura che leggerete i capitoli odierni con un bel sorriso.

Buona lettura.
COVER PER UNIVERSITAS

TRAMA: Andrea è il nuovo arrivato tra i docenti di un’università di legge, e anche il più giovane. Considerato un genio, è arrivato fin lì solo ammazzandosi di studio, ma certo il suo carattere non è proprio quello di un rispettabile professore! Impacciato e confusionario, la presenza di un collega gelido come un iceberg e di un’acidità unica non è proprio la cosa migliore per metterlo a proprio agio! Come farà?

CAPITOLO VENTIDUE – BREATHE

Sospira: “Ehi”.

Socchiudo appena un occhio. “Non fare tante scene” mi rimprovera. “Se non te la senti lasciamo perdere”. Sembrerà strano, ma il tono con cui me lo dice un po’ mi disturba. Come se non gli interessi poi così tanto provare quest’esperienza con me. In fondo non ha colpa, sono io che ho dato inizio a tutto. Distolgo lo sguardo, nascondendolo nei cuscini alla mia sinistra.

“Come vuoi…” mormoro.

“Ah…” si tira a sedere. “Ora cosa ho detto che non va?”.

Intreccio le dita, giocherellandoci nervosamente. “No… niente”. Con espressione poco convinta appoggia la schiena contro lo testiera, spostandosi i capelli bagnati dalla fronte.

“Andrea” mi chiama, invitandomi ad avvicinarmi con un cenno del dito. Con l’espressione da cucciolo dispiaciuto, che non ha mai funzionato su nessuno, mi sollevo dal materasso. Rimango in ginocchio a osservarlo, le dita ancora intrecciate. Francesco lo nota e abbozza un sorriso: “Lo fai sempre quando sei nervoso”. Riporta lo sguardo nel mio: “Allora, tira fuori questo problema”. Divido le mani, sentendo subito la mancanza della mia piccola via di sfogo.

“Tu…” mi costringo a porre la domanda. “Lo vuoi fare o… no? Nel senso, io sì, ma tu, non so… ecco”.

Solleva le mani: “Va bene va bene, ferma il disco”. Scuote il capo: “Ma come sei complicato. Peggio di una sposa il giorno prima del matrimonio”.

Raccolgo le braccia al petto: “Gradirei paragoni più maschili, grazie”.

Sembra riflettere un attimo: “No, non mi vengono”.

Io m’imbroncio, lui si esibisce nel suo solito sorrisetto. Mi prende un braccio e mi trascina verso di sé, baciandomi d’improvviso. Le dita mi accarezzano la guancia, scivolando per andare a incastrarsi come sempre tra i capelli. Si lascia scivolare contro la testiera, fino a sdraiarsi sul materasso. Io gli vado dietro, stendendomi su di lui e prendendo quella reazione per un sì alla mia domanda di prima. Non è un tipo da dirlo a parole e credo che questo suo modo di fare, calmo a letto, sia anche questo tipico di lui. Mi tolgo ogni responsabilità e fremo quando dei polpastrelli mi sfiorano la schiena. Il cambio di temperatura dalla vasca bollente alla stanza è notevole e avvolgo le gambe intorno alle coperte, cercando un po’ di calore. Se non avesse scelto di darsi alla giurisprudenza, il caro Calandra avrebbe potuto intraprendere una brillante carriera da chiromante, o roba del genere. Perché proprio in questo momento allunga un braccio verso le coperte e me le tira addosso, coprendoci entrambi.

Strofino la pelle contro la fonte di calduccio inaspettato e le sue mani sfregano piano le mie braccia, rendendomi dimentico del freddo precedente. Anche perché un nuovo calore sta crescendo dentro di me, tanto forte da farmi tremare le mani. Nemmeno me ne accorgo quando sfrego il bacino contro il suo, approfondendo il bacio sempre più virulentemente. Sento le nostre virilità sfiorarsi e mi irrigidisco, per un momento sopraffatto da questa emozione così nuova e… diamine se è forte. Stavo trattenendo involontariamente il respiro e quando lo lascio uscire si accompagna con un’espressione di stupore particolarmente folkloristica: “Porca paletta…”.

Francesco ridacchia, lasciando scivolare le labbra dalla mia bocca giù per la gola, baciandomi all’attaccatura del collo. Porto le braccia dietro la sua schiena, stringendomelo contro. Guardalo come è disinvolto il bastardo! Come mangiare il gelato in coppetta, mentre io sono alle prese con sei pallette sciolte su un cono friabile. Di colpo mi lascia andare, guadagnandosi un uggiolio lamentoso da parte mia. Si sdraia paciosamente, un malvagio scintillio negli occhi.

“Ma come, non eri un stallone… com’era? Nel pieno della gioventù?”.

“Ma sta zitto vecchio!”.

Bene, ora vedrai. Mai sfidare un giovane uomo che come unica compagnia notturna negli ultimi sei anni ha avuto libri pesanti quintali. Lo bacio di nuovo, ma stavolta faccio scivolare una mano giù per il torso bagnato, per il ventre. Per la prima volta è lui a irrigidirsi e quasi zompa a sedere quando le mie dita, scommetto gelide, si vanno a stringere intorno ai suoi punti sensibili. Oh, ma che bella sensazione di potere che c’è qui! L’altra mano gli accarezza appena la coscia, con una leggerezza che so si accosta al solletico. Scendo con una scia di baci per il mento, mezzo azzannandogli l’attaccatura della spalla. “Andrea…” bofonchia, ma con poca convinzione. Sussurro, le labbra che gli sfiorano il collo: “Peggio per te, non c’era il cornetto alla cioccolata”.

“Ma tu guarda che…” la protesta gli muore in gola, quando stringo la presa intorno alla sua intimità. Abbozzo una melodia, trovando irresistibile prenderlo in giro in questo momento. Un lieve rossore gli è apparso sulle guance. “Che carino che sei” commento con tono canzonatorio. Si porta una mano alla fronte, nascondendoci parte del viso: “Piantala”. Sorrido, la voglia di scherzare mi è passata in fretta, mi si secca la lingua. Tutto quello che voglio è la prima volta con lui e questo un po’ mi spaventa. Per un attimo la sua battuta mi ha alleggerito l’animo, ma adesso bisogna agire e voglio essere io a farlo. Nascondo il viso nell’incavo della sua spalla e un braccio mi cinge la schiena, quasi a proteggermi da chissà cosa. Deglutisco, la mia mano accarezza il suo membro, la mente tutta presa dalla volontà di farglielo piacere il più possibile. Una mano si sovrappone alla mia e la allontana, portandola sul cuscino dove Francesco poggia la testa e incrocia le nostre dita. Il suo viso si accosta al mio, donandomi un bacio a stampo che non sembra intenzionato a interrompere. E chi sono io per decidere altrimenti?

Sposto il bacino in avanti e inarco la schiena. Il cuore mi batte a mille mentre spalanco le gambe e con la mano libera dirigo la virilità di Francesco fino a… o mamma mia. Mi calo piano, le lacrime che mi inumidiscono gli occhi ai primi dolori.

“Male, male, male!”.

Stringe la presa intorno alla mia mano: “E vai giù piano, no?!”.

Scuoto il capo: “Ho fatto piano, mannaggia a te!”.

“E che belin c’entro io? Da solo stai facendo eh!”.

Nonostante il dolore scoppio a ridere, aggiungendo un altro tipo di lacrime. Gli occhi grigi mi fulminano: “Che ti ridi?”.

“Che è? Ti esce l’accento in questi momenti?”.

Borbotta qualcosa e io ne approfitto per prendere un profondo respiro. Ritorno a nascondermi contro la sua spalla e con una lentezza esasperante vado avanti. Ho il fiatone, ma sento che anche il petto di Francesco si alza e abbassa a ritmo veloce contro il mio. Vorrei che finisse subito e mi pento di aver voluto fare tutto così in fretta.

“La Mariangela…” sussurro a denti stretti quando arrivo fino in fondo e rimango immobile, sopraffatto dal dolore.

“Chi?” mi chiede tra un respiro ed un altro.

“Che cosa?” riesco a rispondere, incapace di comporre un pensiero concreto.

“Lascia perdere…”.

Prima è una scintilla tanto piccola e lontana da risultare impercepibile, poi il piacere si va finalmente a sostituire. “Oh” sospiro, finalmente in grado di respirare tranquillo. “Lo sapevo che non poteva essere tutto così terrificante”.
“Ma si può sapere che diamine dici?”.

Sollevo il capo, guardandolo con quelli che devono essere due occhioni rossi e lucidi da ubriaco perso: “Altrimenti non si spiegherebbe perché la gente lo fa, no?”.

Anche lui non scherza in quanto a rossore, ha le gote da Heidi. Usa un tono esasperato: “Per la miseria puoi… stare zitto per un secondo?”. Sorrido: “Te l’avevo detto che eri vecchio”.

Non sembra in umore da battute, perché, cosa stranissima per lui, non ribatte. Abbandona la testa sul cuscino e cerca di riprendere fiato. Uno, due e… tre! La prima spinta e Francesco tende le braccia, poggiando tutto il peso sui gomiti e tirando su la schiena. Ho bisogno di un migliore equilibrio e afferro la testata del letto con le braccia. Alla seconda spinta finiamo tutti e due mezzi contro il muro. Oh… non credevo di avere tutta questa forza di spinta. Rimango immobile, godendomi il piacere che credo di essermi meritato. Sarà il fatto che mi ha concesso la direzione del gioco, o che la mia mente è troppo confusionaria per pensare a qualsiasi cosa in questo momento, ma non provo nessuna oppressione, nessuno sconforto.

Riprendo a muovermi, stavolta più lentamente. Chino la testa verso di lui. Ha gli occhi a malapena socchiusi ed è evidente che cerca di regolare il respiro. La causa che mi spinge a prendergli il viso tra le mani è tutta di sentimenti di nessuna categorizzazione. Lo bacio piano, carezzandogli gli zigomi con i polpastrelli.

Riapre gli occhi, le iridi bagnate come due pozzanghere. Rido: “Sembri fatto”.

Fa un cenno di assenso, che vorrà dire qualcosa tipo “immagino”, ma non dice niente.

Appoggio la fronte sulla sua e continuo, sentendo dentro di me qualcosa che in teoria dovrebbe essere di troppo, ma non sa di intrusione. Perdo il senso del tempo e persino la percezione del piacere si confonde in un grande unico. Le sue dita tracciano la mia schiena, raccolgono un fianco e una mano si introduce tra di noi, chiudendosi intorno a me in una guaina di fuoco. La mia gola si chiude e il petto si fa troppo piccolo, qualcosa si raccoglie nel mio ventre e si fa sempre più grande, chiede di uscire in una esplosione di vita. Mille scintille mi illuminano la vista chiusa e il mio corpo trema, un gemito strozzato si fa strada tra le mie labbra. Lo abbraccio, stringendo i capelli con troppa forza. Ma non si lamenta e mi permette di stringerlo, il mio respiro nelle sue orecchie e il suo nelle mie. Di colpo tutto pare cadere in un mondo lento, in cui ogni cosa è ricoperta di una patina che rallenta il corpo e lo rende cocente. Non è certo la prima volta che mi capita, ma mai ero arrivato al punto da far fischiare le orecchie. Mando giù un groppo in gola e rimango così, le palpebre e il fiato pesanti.

Un braccio mi stringe e poggio la testa sul suo petto, cercando di mettere gli eventi in una sequenza. Accidenti se ha fatto male all’inizio, ma poi… ovviamente non me ne esco con quello che dovrebbe essere un normale: è stato bellissimo. Anche un wow avrebbe avuto un suo perché. Sollevo il viso verso il suo. Sta ancora cercando di normalizzare il respiro, mentre il rossore va leggermente scomparendo.

“Non male, ma la prossima volta l’alfa lo faccio io”.

Si gira come un lampo e sembra volermi incenerire, facendo apparire il tutto come un fenomeno di autocombustione: “Non provarci nemmeno”.

CAPITOLO VENTITRE – FALLING IN THE BLACK

Sorrido, stiracchiandomi la schiena. “Alla fine non l’hai fatto il bagno” commento. Francesco mi guarda con la coda dell’occhio: “Ma guarda”.

Ridacchio, adottando la tattica del boa constrictor che gli dà tanto fastidio. Cerca invano di sciogliere la stretta, ma si arrende. Ho scoperto una mia nuova abilità! Si passa una mano sul viso e stropiccia gli occhi. “Vecchio, sei stanco?”.

Sono monotono, ma tutto ciò mi diverte molto devo dire. Non cambia minimamente posizione, però borbotta: “Questo vecchio, come dici tu, ti ha buttato giù dal letto una volta. E può farlo di nuovo”.

Sorrido beffardo: “Sì, ma a questa ti porto giù con me”.

 

Nemmeno il primo giorno di lavoro ero così agitato. Ti credo, allora non stavo con un altro dei professori. Francesco è andato a parcheggiare la macchina, lo vedo oltre il muretto mentre chiude la portiera. Dall’incidente non è ancora rientrato in facoltà e questo deve avergli creato un’aria di celebrità, lo si vede da come alcuni degli studenti lo guardano, nemmeno fosse l’ultimo degli Highlander. Due studentesse mi passano a fianco, una delle due esclama: “Oh, hai visto? È tornato il professor Calandra!”.

Le sbircio con la coda dell’occhio, senza fare movimenti bruschi e attirare l’attenzione. È un orario affollato e la mia altezza nella media aiuta la mimetizzazione. Sono proprio un ninja provetto. La castana delle due si sporge: “È vero! Che bello che è!”.

Arrossisco, cercando di nascondere l’attacco di ridarella isterica. La sindrome da innamoramento del professore non poteva essere passata di moda negli ultimi due anni. La mora arriccia il naso, osservando Francesco mentre, mani in tasca, si sta dirigendo qui.

“Mh… io preferisco Marinetti”.

Stavolta mi giro, gli occhi spalancati per lo stupore. Io? La scena è da riprendere. Le due rimangono immobili a fissarmi, una spalanca la bocca di botto, l’altra si schiarisce la voce.

“Ehm… buongiorno, professore”.

Poi prende sottobraccio l’amica, rimasta assolutamente immobile, e la trascina via. Scuoto il capo, a convincermi di non essere in un sogno. Ma tu guarda…

I miei pensieri vengono interrotti da Francesco, che ormai sta salendo gli scalini che dividono l’area parcheggio dall’accesso alla facoltà. Nascondo le mani intirizzite nel cappotto e osservo le ciocche che il vento mi agita davanti alla fronte. Francesco ha una reputazione in questa università, come l’ho già io, anche se meno… incisiva? Guardo per un istante il cielo grigio e gli studenti che si affrettano a entrare per evitare la pioggia in arrivo. Alcuni di loro mi hanno già visto all’ospedale con lui e le voci girano, come anche fantasie che presto possono diventare sospetti, male parole, fraintendimenti… fraintendimenti un corno! Colpirebbero proprio nel segno e sulle nostre vite e carriere verrebbe appiccicato un bollo difficile da togliere, come quegli stramaledetti bollini sulle Melinda.

Francesco, che prima stava guardando più a terra che altro, solleva appena lo sguardo e incrocia il mio. Io abbozzo un sorriso e mi allontano, dirigendomi a passi veloci verso l’entrata. Arrivare insieme credo sarebbe una fonte di guai, già alcuni potrebbero avermi visto scendere dalla sua macchina. Il pensiero che questa mia azione potrebbe risultare in un errore mi intristisce, come un uccellino che dopo tanto tempo decide di volare ma le ali sono tarpate. Poggio la mano sulla maniglia e sospiro mentre la abbasso. Qualcosa mi tira per la manica e mi spinge piano indietro. Francesco è accanto a me, o per meglio dire torreggia. Gli occhi grigi mi fissano, vuole dirmi qualcosa ma non riesco a cogliere. C’è durezza, ma anche qualcos’altro che non posso decifrare. Corrugo la fronte e lui sospira, scuotendo la testa con arrendevolezza. Raccolgo le braccia al petto: “E non trattarmi da deficiente, ‘ste cose di sguardi non le ho mai capite!”.

Francesco mi fulmina, per poi strofinarsi una mano sulla fronte: “Ma quanto sei stupido”.

“Eh?”.

Oh mamma. C’è silenzio, troppo silenzio. Lentamente mi giro verso la piazzetta antistante. Quasi tutti, e questo vuol dire almeno una trentina di studenti, ci stanno fissando in silenzio, a parte uno che se la ride. Non posso crederci, me ne sono andato apposta per non creare sospetti e me ne esco in questo modo? Le braccia mi calano sui fianchi, di colpo troppo pesanti.

Francesco apre la porta e mi acchiappa per una spalla, buttandomi dentro: “Proprio a me doveva toccare?”.

Recupero l’equilibrio grazie a una sua manovra di polso e rimango paralizzato dalla differenza di temperatura tra dentro e fuori. Francesco uccide sul posto un paio di studenti che erano rimasti a fissarci e si china alla mia altezza, borbottando: “Va bene tenere la cosa privata, ma non farò finta di conoscerti appena”.

Sbatto le palpebre un cinque volte prima di riprendermi: “O-okay”. Con una scrollata di spalle si sistema addosso il cappotto e comincia la sua camminata del terrore per il corridoio. Devo aver mangiato qualcosa che crea ipersensibilità, perché mi prude il naso e si appannano gli occhi. Mezzo di corsa lo raggiungo e per un attimo mi viene da prendergli la mano. Per fortuna non sono un caso totalmente perso e stringo la presa nel mio stesso pugno all’interno della tasca. Sorrido tra me e me, mentre uno della portineria stringe vigorosamente la mano all’uomo che per poco non è svanito nel nulla. Se una minima cosa fosse andata storta, questi ultimi giorni non ci sarebbero stati. Va bene basta! La devo smettere di fare questi pensieri, altrimenti finisce che lo abbraccio davanti a tutti e la frittata è fatta.

Dopo qualche minuto la situazione torna nella normalità. Francesco prende un respiro profondo, toccandosi la cravatta che dopo quindici minuti è riuscito a mettersi decentemente. Mi sono proposto di aiutarlo, ma ovviamente non ne ha voluto sapere. Stiamo per svoltare l’angolo, quando sento due voci familiari.

“Accidenti, ma secondo te ci ha sentite?”.

“Certo che ci ha sentite. Stava a meno di due metri, dovrebbe avere problemi di udito”.

“Sì beh… ma non abbiamo detto niente di così eclatante no?”.

“Nooo, per carità”.

Mi fermo e Francesco mi imita, corrugando la fronte: “Che c’è?”.

Gli faccio segno di restare in silenzio e ascolto con un sorrisetto.

“Ma dai! Tanto un sacco di ragazze gli sbavano dietro a Calandra! Se ne sarà accorto di sicuro, anche se non glielo va a dire Marinetti… poi figurati se si ricordano i nostri cognomi”.

Ridacchiando mi godo l’espressione di sbigottimento puro di Francesco.

Si sente uno sbuffo: “Bah… non capisco cosa ci troviate, è vecchio”.

Okay, ora parto a ridere. Mi poggio con la schiena al muro, una mano sullo stomaco in un vano tentativo di contenere gli spasimi. Francesco mi guarda malissimo, ma questo non interromperà questo momento spettacolare. Torno ad ascoltare le due ragazze: sono proprio curioso di sapere cosa risponderà.

“E dai, avrà una quarantina d’anni. Comunque ha un fisico spettacolare, ma gliel’hai mai visto il sedere?”. L’altra scoppia a ridere: “No, sinceramente no”.

“Ti appoggio Marinetti, ma anche Calandra non è da buttare via. A quanto pare anche le sue assistenti pensano lo stesso, hai visto come se lo guarda il capo delle Arpie? Lo fissa e va in coma, prima o poi sbaverà”.

“Ma che schifo!”.

Francesco tiene le mani in tasca e ogni tanto stringe gli occhi a due fessure, come se stesse pianificando tremende vendette. Poverine, dovrò intercedere per loro nelle sue grazie poi.

“Sarà, ma l’Arpia ha buon gusto” riprende la fan con tono sognante. “Gli occhi grigi… sono veramente belli”.

“Sì, come il pelo di un topo”.

“Oh ma piantala!”.

Assumo la mia più insopportabile aria da l’avevo detto io. Francesco mi fa cenno che di me si occuperà dopo e le due ragazze decidono di riprendere il percorso nel corridoio proprio ora. Rimangono immobili, stavolta tutte e due a bocca aperta.

“Non è possibile” sussurra disperatamente la castana. L’altra chiude gli occhi con aria fatidica, nascondendoli nella mano. Francesco si esibisce in un mezzo sorriso piuttosto terrificante: “Fabelli e… Diletti giusto?”.

Le due impallidiscono di botto. Ma quanto è cattivo questo ometto. Se le guarda un altro po’, Minosse che deve decidere in quale girone dell’Inferno mandarle: “Avete fatto Costituzionale 1 con me l’hanno scorso. Il prossimo semestre avete Costituzionale 2, vero?”.

La castana nasconde lo sguardo tra le scarpe: “Come dimenticarlo”.

Mi metto in mezzo con un sorriso: mi fanno pena poverine, non hanno fatto niente di male.

“Su ragazze non preoccupatevi, il professore fa il cattivo ma è un pezzo di pane. Cosa potrebbe mai farvi?”. Le due abbozzano un sorriso, un poco rassicurate. Francesco mi vuole disintegrare, è evidente.

“Prego?” sibila a denti stretti.

Saluto le due ragazze, sempre sorridendo, e trascino Francesco nel bagno dei docenti. Chiudo la porta e scoppio a ridere, poggiandomici sopra. Per fortuna siamo gli unici due qui dentro e posso evitare figuracce.

“Si può sapere perché diavolo ti sei intromesso?”.

Sempre ridendo gli prendo il viso tra le mani e lo bacio, sentendolo rilassarsi. Quando ci dividiamo abbozza un sorriso: “Stavo esagerando, eh?”.

Io annuisco: “Un pochino. Ma avevo messo in conto il caratteraccio quando ho preso il pacchetto”.

Il suo sorriso si amplifica: “Benvenuto alla tua caduta nelle tenebre”.

4 commenti su “PAROLE NEL WEB: “UNIVERSITAS IN LOVE” di Melian_Belt

  1. Annanelly
    9 novembre 2015

    Ma che diamine! Almeno una volta soltanto e parlando del momento della sua prima volta scusate se è poco, ma ad Andrea non poteva venire una momentanea piccolissima paralisi alle corde vocali ?????.
    comunque mi piace un sacco questo libro ! sempre 5 stelle (^-^)
    Buona giornata

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    • selvaggia
      9 novembre 2015

      ehehehehehhe, Andrea non si smentisce neppure in quel momento!! La Mariangela poi io non l’avevo mai sentita! A mercoledì

      Mi piace

  2. Camilla Lunanera
    10 novembre 2015

    è davvero eccezionale! aspetto con tanta ansia i prossimi capitoli e spero sempre in capitoli e scene extra.. li adoro❤

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    • selvaggia
      10 novembre 2015

      Siamo davvero contente che Universitas abbia riscosso così tanto successo. Speriamo che vi piaccia fino alla fine!! Alla prossima

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Questa voce è stata pubblicata il 7 novembre 2015 da in Parole nel web, Racconti originali e talenti nascosti con tag , , .

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