Tre libri sopra il cielo

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PAROLE NEL WEB: “UNIVERSITAS IN LOVE” di Melian_Belt

Cari amici e amiche, lo stavate aspettando, verooooo? Eccoloooo il nostro primo appuntamento settimanale della rubrica “Parole nel web“. Sembrava che stesse andando tutto bene tra il burbero Francesco e il cucciolo Andrea, ma ecco che qualcosa di nuovo e potenzialmente foriero di brutte notizie si sta affacciando all’orizzonte. Siete contente/i?

Buona lettura.
COVER PER UNIVERSITAS

TRAMA: Andrea è il nuovo arrivato tra i docenti di un’università di legge, e anche il più giovane. Considerato un genio, è arrivato fin lì solo ammazzandosi di studio, ma certo il suo carattere non è proprio quello di un rispettabile professore! Impacciato e confusionario, la presenza di un collega gelido come un iceberg e di un’acidità unica non è proprio la cosa migliore per metterlo a proprio agio! Come farà?

CAPITOLO VENTIQUATTRO – HAM HAM FRIENDS!

Tutto sommato, la giornata non è andata affatto male come temevo. A parte gli “incidenti” della mattina, la lezione è filata liscia come l’olio e il pensiero di non dover prendere l’autobus è portatore di serenità. Specialmente il sapere chi guiderà la macchina. Entrambi abbiamo avuto molte ore oggi e Francesco è anche rimasto ottantadue minuti a rispondere alle domande degli studenti, presi dal panico per i bruschi cambiamenti di didattica delle ultime settimane. Ottantadue minuti che per me sono stati lunghissimi, considerando che dovevo aspettarlo senza far insospettire nessuno, quindi entrando e uscendo dal bagno una decina di volte, facendo domande stupide a professori e al resto del personale scolastico eccetera eccetera. Quando Francesco esce dall’aula sono intento a studiare con perizia tecnica i tasti della fotocopiatrice.

Si limita ad abbozzare un sorriso sarcastico e a farmi cenno di seguirlo. Io da bravo cagnotto fedele gli scodinzolo dietro per il corridoio, lieto per la fine dell’interminabile attesa. Non proferiamo parola fino a quando non entriamo in macchina. Francesco apre e chiude le dita della mano sinistra, una smorfia scocciata sulle labbra. Mi schiarisco la voce con un colpo di tosse: “Vuoi che guido io?”.

“No grazie. Ne ho abbastanza di ospedali”.

“Ah, ah. Che spiritoso”.

Mette in moto e riesce a uscire dal parcheggio senza troppi problemi, quindi mi rilasso.

“Com’è andata oggi?”.

Ha gli occhi grigi piantati davanti, distanti nonostante siano fissi sulla strada.

“Ehi?”.

Si risveglia dal torpore: “Eh?”.

Sorrido: “Stanco?”.

Ha dei bei cerchi neri da panda sotto gli occhi, niente a che vedere con il Francesco che apre le folle.

“Sì, un po’” ammette dopo qualche secondo.

“Credi sia legato all’incidente?”.

Scrolla le spalle: “Può darsi. Com’è andata oggi?”.

Rimango per un attimo in silenzio, per poi scoppiare in un attacco di ridarella.

Corruga la fronte: “Che ti ridi?”.

Mi strofino un occhio con il palmo della mano: “No, niente. È andata bene, sei stato tu ad essere rapito dalle tue fan adoranti”.

Se possibile il livello di fulgore del suo sguardo sale esponenzialmente: “Non sei divertente”.

“No, l’umorismo non è mai stato il mio forte”.

Rimaniamo in silenzio. Piano le mie guance si vanno a gonfiare, nel vano tentativo di trattenermi dal ridere. Allunga un braccio e mi colpisce con il gomito sulla spalla. Per niente forte, per fortuna perché sono un esserino delicato io.

“Piantala di fare il procione” mi rimbrotta e lì ovviamente scoppio. Per lo meno le mie guance non sembrano più dei palloncini. “Procione” ripeto tra le risate. “Senti come suona bene? Procione, riempie le guance”. Ed ecco che torna la mia imitazione perfetta del suddetto animale. Francesco mi guarda tra il rassegnato e lo sconvolto: “Ora sembri più un criceto stupido”.

“Hamtaro”.

“Che?”.

“I criceti, te li ricordi? Ham Hamtaro Ham Ham”.

Okay, lo vedeva mia cugina. Ma il fatto che mi ricordi la sigla è inquietante a dir poco. Francesco sbarra gli occhi: “Ma stai delirando?”.

Scrollo le spalle, rimanendo in silenzio.

Riconosco le strade dove passiamo, superiamo l’autobus che avrei dovuto prendere. Mi viene voglia di fare un gesto di vittoria al conducente, ma per fortuna il mio corpo non è scemo come il mio cervello e ogni tanto si rifiuta di obbedire. Quattamente faccio scivolare la mano sinistra su per il suo sedile, andando a poggiarla sulla sua spalla. Mi curvo verso di lui, parlando tra i denti con espressione rapita: “Mmmh il professore Calandra. Con i suoi occhi grigi, quel didietro meraviglioso e come gli sbavano dietro le sue Arpie da compagnia. Non so cosa mi trattenga dal saltargli addosso a lezione”.

Cerca di scacciare la mia mano dalla spalla, ma dovendo mantenere il controllo del volante non riesce nel suo intento: “Andrea, piantala!”.

Faccio scivolare le dita tra i suoi capelli: “E’ tornato! Ma che bello che è! Ha un fisico spet-ta-co-la-re!”.

“Andrea!”.

Troviamo un semaforo rosso e si gira a guardarmi: “Non-sei-divertente!”.

Stacco la mano e mi stendo contro la portiera, ridendo da bravo idiota: “Avresti dovuto vedere la tua faccia!”.

Suo malgrado gli scappa un sorrisetto, nonostante i tentativi di sopprimerlo: “Sei proprio un bambino”.

 

Passiamo da casa mia a prendere qualche vestito, poi andiamo da lui. Potrebbe essere stata una mia idea: “Posso stare da te stanotte? Eh? Posso?”.

Francesco si è limitato ad alzare gli occhi al cielo e ad annuire, non è che abbia fatto molta resistenza. Sono sufficientemente furbo da usare Francesco come scudo dall’attacco della belva Brioche. Sarà che ha le gambe più lunghe delle mie, ma con quei diabolici balzi di benvenuto non gli va a colpire punti sensibili. Quando Francesco si sposta mi giro con un’espressione di puro panico e sento delle unghie graffiarmi il retro dei pantaloni. Mi spiattello contro il muro: “Brioche, piantala!”.

Francesco si china per prendere la palla canina: “Un vero scontro tra titani”.

Mi esibisco con un composto broncio, mentre lui se ne va con Brioche sottobraccio. Io a malapena riesco ad alzarla con ambo le mani.

“Pensavo di iscrivermi in palestra”.

Si gira a guardarmi: “E perché mai?”.

“Boh, così”.

In quel momento, accade una cosa del tutto inaspettata: squilla il telefono di casa. Rimaniamo entrambi fermi, persino Brioche smette di scodinzolare. Avanzo di qualche passo nel corridoio, affacciandomi nel salotto dove giace l’arcano apparecchio. Lo osservo nemmeno fosse una fenice appena risorta.

“Il telefono” sentenzio dopo un po’.

“Ma dai?” risponde Francesco, lasciando cadere Brioche con un tonfo.

Altri due squilli.

“Non rispondi?”.

Fa una smorfia: “Hm…”. In due ampie falcate raggiunge il tavolino incriminato. Si siede lentamente sul divano e prende un respiro prima di sollevare la cornetta.

Mi immagino una voce squillante esordire con: “Buongiorno, è interessato all’acquisto di un set di padelle antiaderenti con appoggi monocromatici per costruirci delle sculture post-moderniste?”. Poi i neuroni si riallacciano.

“Pronto?”.

Toh, gli è uscita bassa la voce. Francesco ha un voce tendente sul profondo, ma solo lui può far sembrare un semplice saluto una minaccia di distruzione. Ovviamente non riesco a sentire la risposta, ma vedo Francesco irrigidirsi. Le dita si stringono intorno alla cornetta e mi lancia un’occhiata. Non so secondo quale meccanismo di comunicazione, ma capisco che mi sta chiedendo di spostarmi da lì. Abbozzo un sorriso e annuisco, andandomi a riparare in camera sua. Poggio lo zaino per terra e mi siedo sul bordo del letto. Chissà chi era, per un attimo mi era sembrato di stare in un film pulp americano. Sono così preso dalle mie ipotesi… balzane, che il vibrare del telefonino mi fa sobbalzare. Sbatto il fianco contro il comodino e il secondo telefono della casa si ribalta, la cornetta finisce penzoloni giù per il mobile. Una voce maschile echeggia per la stanza: “Potresti contattare tuo fratello ogni tanto, ti pare?”.

CAPITOLO VENTICINQUE – TELEPHONE

Ci metto qualche secondo per collegare la parola “fratello” con “Francesco” e la vibrazione nella mia tasca con il fatto che probabilmente qualcuno mi sta chiamando. Premo il tasto verde, sussurrando nervoso: “Mamma! Non è questo il momento!”.

“Ma sentilo come fa l’uomo impegnato! Sono passati cinque giorni dall’ultima volta che hai…”.

Si interrompe. Questo vuol dire che sta pensando. Non è mai una cosa buona quando mia madre pensa. “Mamma senti ti…”.

“Ti sei trovato una ragazza?”.

Rimango in silenzio. L’intuito materno di mia madre ha sempre fatto vergognosamente cilecca finora. Non che ora ci abbia propriamente azzeccato ma insomma. Sento le gote andare in fiamme: “Ma dai mamma, che dici…”. La sento rimbrottare mio padre, che evidentemente ha cercato di toglierle il telefono. Mentre quelle due iene si sbranano sento Francesco rispondere con una voce che ricorda il rombo prima che il tuono esploda al massimo della potenza: “Non è che tu ti faccia molto vivo, fratellino”. Se il tono ironico potesse sciogliere, avremmo detto addio a telefono, comodino e pavimento.

“Sempre con lo stesso carattere di merda vedo”.

Nel frattempo mio padre dev’essere riuscito a impossessarsi del telefono: “Lasciala perdere questa impicciona. Ma dimmi… com’è? Una bella bionda?”.

“Papà”!”.

In un altro momento tutto questo mi avrebbe fatto ridere, forse. Si ode un gracchiare, poi la voce di mia madre: “Smettila di dire cretinate e fila in cucina, che si stanno bruciando tutti i fagiolini. Non senti che puzza?”. Si rischiara la voce: “Allora tesoro, non c’è niente che vuoi dirmi?”.

Rimango in silenzio, ascoltando Francesco dire: “Certe cose non cambiano…”.

“Già. Come la tua vita da lupo solitario, hm?”.

“Sempre meglio solo che con quella biscia di tua moglie”.

Ahia, mi sa che questa telefonata non finirà bene. Ci sarà un motivo se questo fantomatico uomo non è nemmeno mai stato nominato prima.

“Andrea?”.

Mi ricordo di mamma in attesa.

“No mamma, non c’è nessuna ragazza…” mormoro.

Quasi mi sembra di vederla sorridere: “Oh, il problema è forse quella a finale?”.

Spalanco gli occhi, il fiato che fa un salto e mi si incastra in gola: “Che? Cosa…”.

“Tesoro… sai bene che persone siamo, perché hai tanto paura a parlarne con noi?”

Mando giù un groppo in gola e rimango con la fronte corrugata, le dita strette intorno alla coperta. Per anni ho pensato a questo momento, come mai ora sembra una conversazione come tante altre?

“Ecco…io…”

“Sono sempre tua mamma e anche se spesso prendo delle cantonate certe cose le ho capite”.

Una patina lucida mi riempie gli occhi e un sorriso mi nasce spontaneo sulla bocca. Ho sempre sospettato che lei sapesse, ma non ne avevamo mai parlato prima.

“Davvero, mamma? Insomma…”.

“Va tutto bene. L’importante è che tu sia felice. Sei felice, sì?”.

Queste parole avevano un retrogusto di minaccia e l’idea di mia madre che fronteggia Francesco mi provoca una risatina.

“Sì, mamma”.

“Bene. Ora questa rompiscatole può lasciarti, prima che tuo padre faccia esplodere la cucina. Un bacio grande tesoro”.

Prima che io possa rispondere attacca, lasciandomi a fissare il cellulare come se questa conversazione sia stata solo un’allucinazione. La mia famiglia non è normale, ma da qualche parte io sarò pure uscito fuori. Continuo a sorridere da far male alle guance, ma la voce che viene dalla cornetta ancora penzolante rompe il momento.

“Te lo ripeto per l’ultima volta Francesco, rimangiati quello che hai detto!”.

“O cosa? Mi scagli contro tua moglie?”.

“Mi chiedo come mi sia saltato in mente di fare questa telefonata”.

“Me lo chiedo anch’io. Quindi passa al sodo: che diavolo vuoi?”.

Rimango immobile come un cervo sotto ai fanali, evitando persino di respirare. Spero non mi abbiano sentito, non credo Francesco sia il tipo da apprezzare una simile intrusione. Prendo la cornetta per metterla al suo posto, ma temo di fare troppo rumore.

“Certo, non voglio rubare tempo prezioso alla tua solitudine”.

Francesco prende un respiro profondo: “Valerio, dimmi che vuoi e piantala”.

Ci sono dei lunghi momenti di silenzio, poi il fratello parla di nuovo:

“I candelabri di mamma… che fine hanno fatto?”.

“Che?”.

“Non fare il finto tonto. I candelabri che erano in soffitta, sono spariti”.

La risatina ironica di Francesco è tinta di una metallica amarezza che fa male solo sentire.

“Che vuoi che ne sappia io?”.

“Sei stato l’ultimo ad andare lì”.

“Ci sono andato a portare il vecchio tappeto, c’eri anche tu quando sono sceso. Comunque vedo che hai portato quelle cornici da zia come redatto nel testamento, mh?”.

“Prego?”.

Sono quasi sicuro che se toccassi il telefono in questo momento, mi ustionerei. Mi mordo un labbro, conscio di star facendo una brutta cosa, ma in fondo incapace di allontanarmi o solo coprirmi le orecchie. Francesco è così difficile da conoscere, questa finestra sulla sua vita può aiutarmi a comprenderlo come altrimenti non sarebbe possibile.

“Se ti sei accorto solo ora che i candelabri non ci sono più, non sei salito a prendere le cornici per zia. Erano nello stesso scatolone”.

“Non cambiare argomento adesso”.

Arriccio il naso, infastidito persino io.

“Insomma Valerio, io quei candelabri non so dove siano né ho motivi per saperlo. Non ho accettato l’eredità, perché avrei dovuto interessarmi a quei rottami?”.

“Quei rottami come li chiami tu, erano della vecchia argenteria della famiglia”.

Nuovo respiro di Francesco: “Non-so-dove-siano e il fatto che tu stia insinuando che te li abbia sottratti, povero cucciolo, dovrebbe essermi sufficiente per attaccarti il telefono in faccia”.

“Sei proprio un bastardo. Papà aveva trovato il modo giusto di avere a che fare con te!”.

Ancora silenzio. Okay, ora mi alzo e vado ad attaccargliela io la cornetta. Un tremolio mi attraversa le mani e le incastro tra loro, cercando il significato vero delle sue parole, usate come una lama.

“Non nominare quell’essere”.

Poi il click della cornetta che viene poggiata. La testa ovattata e il corpo rallentato per il tanto che queste due telefonate hanno portato, faccio lo stesso. Rimango immobile a cercare di realizzare, accompagnato dalla lancetta dell’orologio e dalle macchine che passano sulla strada. Con un sospiro mi alzo, affacciandomi cauto sul salone. Francesco è seduto al centro del divano, una mano a tenere il telefono e una ad accarezzare la testa di Brioche, seduta compostamente ai suoi piedi. Ha lo sguardo perso nel vuoto, ma si solleva nel sentirmi arrivare.

Capisco subito che non si è accorto del mio origliare e questo mi rincuora, anche se la colpa mi rimane depositata nel petto.

“Ah, scusa…”.

Mi siedo anch’io, a ridosso del bracciolo: “Di cosa?”.

Agita una mano nell’aria: “Se…”.

Scrolla le spalle e rimane in silenzio. Sollevo il cellulare, mi schiarisco la voce prima di parlare:

“Non c’è problema, ho parlato con mamma intanto”.

Lo vedo diventare di colpo meno teso e abbozzare un sorriso.

Tendo una mano su di lui e la poggio titubante sul suo braccio:

“Va…va tutto bene?”.

Rimane immobile, poi si stende e poggia la testa sulle mie gambe, anche se lo sguardo va su un punto indistinto della libreria.

“Sì”.

Il suo gesto mi sorprende e un tepore amico mi si dilata per il corpo. Passo lievemente le dita tra i suoi capelli e non chiedo altro, nemmeno se gli va di parlare. Rilasso la schiena contro il divano e lo guardo assorto, la mente che torna alle ultime parole del fratello e alla sensazione delle sue cicatrici sotto le mie mani. Il pensiero fa male e spaventa anche un po’, ma cerco di ricacciarlo indietro, almeno per ora.

Francesco chiude gli occhi e la stanchezza, evidente poco meno di un’ora fa, adesso è molto più accentuata. Fuori si sentono solo le macchine passare, i loro fari illuminano ad intermittenza le tende della stanza.

2 commenti su “PAROLE NEL WEB: “UNIVERSITAS IN LOVE” di Melian_Belt

  1. Annanelly
    12 novembre 2015

    Ma siamo passati in poche righe da un libro scanzonato e divertente a un libro serioso! Il Marinetti in versione pensierosa e triste ti prego no!
    Selvaggia non fate scherzi!
    io la giornata la devo iniziare positiva e possibilmente sorridendo!
    ti prego dimmi che è temporaneo tutto ciò.
    PS la colazione questa mattina non aveva lo stesso sapore…
    Ciao ciao.

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    • selvaggia
      12 novembre 2015

      ehehehhehehehe… nonono, non ti dico nulla. Ci saranno molti eventi ancora, tieni duro e forse l’Andrea imbranato ricomparirà. A sabatoooo

      Mi piace

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Questa voce è stata pubblicata il 11 novembre 2015 da in Parole nel web, Racconti originali e talenti nascosti con tag , , .

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