Tre libri sopra il cielo

Blog dedicato alla letteratura M/M e Lgbt in tutte le sue sfaccettature

PAROLE NEL WEB: “UNIVERSITAS IN LOVE” di Melian_Belt

Cari amici e amiche, eccoci al nostro primo appuntamento settimanale della rubrica “Parole nel web“. La settimana scorsa Andrea sembrava aver perso un pò della sua verve fanciullesca, stupito da alcune scoperte fatte per caso che lo avevano fatto perdere nei meandri della sua caotica mente, ma ora tornerà in tutto il suo splendore. Guardate un pò in cosa coinvolgerà il nostro melanconico Professor Calandra. E che cosa si farà scappare!! Siamo state buone… Volevamo pubblicare un capitolo solo, ma poi ci abbiamo ripensato!! Non si sa mai con voialtre!!

Buona lettura.
COVER PER UNIVERSITAS

TRAMA: Andrea è il nuovo arrivato tra i docenti di un’università di legge, e anche il più giovane. Considerato un genio, è arrivato fin lì solo ammazzandosi di studio, ma certo il suo carattere non è proprio quello di un rispettabile professore! Impacciato e confusionario, la presenza di un collega gelido come un iceberg e di un’acidità unica non è proprio la cosa migliore per metterlo a proprio agio! Come farà?

CAPITOLO VENTISEI – I DURI HANNO DUE CUORI

Tocco le ferite che gli sono rimaste sulla nuca a seguito dell’incidente e mi fermo, pur continuando a tenere la mano tra le ciocche nere. Francesco si gira verso di me e con un flebile sospiro nasconde il viso nelle pieghe della mia camicia, nonostante siano appena le otto.

“Sonno?”.

Annuisce con il capo e mi verrebbe da correre per il corridoio emettendo urletti per quanto è carino, ma questo rovinerebbe inevitabilmente il momento. Il secondo istinto che mi destabilizza il Chakra è quello di dargli un bacio, sfortunatamente però non sono un contorsionista e nella posizione in cui siamo non riuscirei a chinarmi a sufficienza. Sospiro. Bravo Andrea, non fare cose stupide. Si sente un borbottio, contemporaneamente ad un vibrazione sospetta nel mio stomaco. Oh no… perché la mia fame chimica deve sempre rovinare tutto?

Spero che non se ne sia accorto ma apre a mezz’asta le palpebre, scoprendo appena gli occhi grigi.

“Fame?”.

“No, no! Proprio per niente”.

Francesco mi guarda scettico e fa per alzarsi: “Sì, come no”.

“Ho detto di no!”.

Lo afferro per le spalle allo scopo di tenerlo giù, prendendolo alla sprovvista con la mia agitazione alquanto fuori posto. Ma mi sono impegnato per non rovinare l’atmosfera, non permetterò a un misero attacco di fame di mandare all’aria i miei piani.

“Va beh” borbotta.

Sono intento a sorridere di gaudente soddisfazione, quando una massa informe balza sul divano con un’assenza totale di grazia e compostezza. Mi viene in mente il cinghiale dello spot di un digestivo, a vedere Brioche sedersi su Francesco come se fosse un suo diritto sacrosanto.

“Ma va giù!” protesta lui, cappottandola con il braccio. Subito il muso di Brioche risbuca sul divano in un disperato ululare. Francesco si tira a sedere, spostandosi una ciocca di capelli dagli occhi: “Okay! Diavolo sono circondato da bestie!”.

A quanto pare i miei piani sono saltati comunque, ma non tutto il male viene per nuocere. Prendo il suo viso tra le mani e poggio le labbra sulle sue. All’inizio mi limito a restare lì, la bocca semiaperta che scivola piano sulla sua. Lo avvicino, spostandogli piano la testa mentre con la lingua vado a scavare. A tutti quelli che fino ai sedici anni mi chiamavano il verginello: beccatevela!

Una sua mano si poggia sul mio fianco e dimentico di respirare, desideroso solo di aumentare il contatto con il suo corpo caldo. Mi dimentico anche che siamo sul divano, che non si estende all’infinito. Quando allaccio le braccia intorno al suo collo mi lancio con un po’ troppa foga ed entrambi finiamo per terra, io su di lui. Per fortuna il tappeto attutisce un poco, ma il tonfo è comunque notevole. Per un attimo temo che si sia arrabbiato, o peggio fatto male. Invece il suo petto che si alza e si abbassa contro il mio indica che sta ridendo. Sollevo il viso per guardarlo. A parte un lieve cipiglio per la botta alla schiena sta davvero ridendo: “Solo tu queste cose”.

“Scusa”.

Si tira a sedere, una mano a strofinarsi il retro della testa.

Il dottore ha detto che devi stare attento” mi fa il verso e tutto quello che posso fare è un sorrisetto colpevole. Si tira in piedi e io mi sbilancio all’indietro, finendo con il sedere per terra. Mi prende da sotto le braccia e mi tira su. Comodo, dovrò ricordarmene quando porterò dei mobili nella casa nuova.

“Pasta?”.

Sollevo un pugno nell’aria: “Pasta!”.

Solleva le sopracciglia e guarda il soffitto, alla ricerca di forza da una fonte superiore.

 

Ho sempre odiato dover uscire quando fuori fa freddo ed è buio, specialmente dopo mangiato, con la sonnolenza da digestione. Ma se facendo questo guadagno di stare con Francesco nel parco sotto casa, mentre porta fuori Brioche, così sia. È un quartiere tranquillo, il prato illuminato dai lampioni dalla soffusa luce arancione è deserto. Attraversato da un piccolo sentiero che si districa fra gli sporadici alberi, è costellato di giochi per bambini.

I nostri respiri si condensano nell’aria, solo Brioche sembra immune dal freddo nella sua imitazione di un segugio su piste che si intestardisce a seguire, trascinandosi dietro il padrone. Francesco si regge in piedi, ma ovviamente la spossatezza non è passata. Dall’’incidente si stanca molto facilmente e sbadiglia appena, socchiudendo gli occhi.

“Vuoi che ti tengo il cane?”.

Sorride: “Lascia perdere. Ti trascina nelle fratte e vi ritrovano a Singapore”.

Poggio le mani sui fianchi in un moto offeso: “Stai dicendo che è più forte lei di me?”.

Non risponde, ma nemmeno mi passa il cane.

“Ehi! Guarda che io fatto sport fino alla fine del liceo!”.

“Ma non mi dire”.

Nella mia senile saggezza mi intestardisco e gli strappo il guinzaglio dalle mani. Non fa in tempo a dire niente che Brioche parte con uno strattone micidiale, che un altro po’ mi separa dalla mia spalla. Mi dispiacerebbe perderla, dopo tutti questi anni mi ci sono affezionato. Perdo l’equilibrio e cado in avanti, la mia caduta fermata dal braccio di Francesco intorno alla vita. Mi tira in piedi, con una presa d’acciaio che mi lascia in punta di piedi, sollevandomi dal suolo.

Sospira: “Toglimi una curiosità Andrea. Hai fatto scacchi o il club di cucito?”.

Il mio gomito cozza contro la sua spalla: “Non ti permetto di dubitare della mia virilità! E ora mettimi giù!”. Sospira di nuovo e ubbidisce, pur tenendo una mano sulla mia giacca. Con cipiglio orgoglioso mi adatto al tirare di Brioche e riesco a non cadere di nuovo, anche se Francesco mi rimane vicino… uomo di poca fede.

La miseria, potremmo attaccare un aratro a questo cane e in un’ora avremmo fatto tutto il parco. Mi volto verso Francesco e lo trovo sovrappensiero, un’ombra scura sul volto. Forse sta pensando alla telefonata di prima. Con una rapida falcata mi affianco a lui, incrociando le dita nelle sue, guantate di nero. Un po’ del caldo dei suoi guanti passa a me e rilasso il palmo nella sua stretta, un sorriso imbecille stampato in volto. Francesco abbandona i suoi pensieri e sorride appena, scioccandomi un bacio sui capelli. Se non facesse tutto questo freddo, la felicità mi scioglierebbe qui, lasciando al mio posto solo una pozza.

Usciamo dal parco e io ancora non ne voglio sapere di lasciar andare il cane. Mi ricorda anni passati, il cane che mamma mi prese quando andavo ancora alle elementari, un bastardino alquanto brutto ma che sorrideva ogni volta che gli davi una carezza. Ah… mi manca quel cagnetto. Prendiamo una strada diversa per tornare e raggiungiamo una via piena di vetrine che riflettono tra loro le luci, a parte noi non c’è quasi nessuno. Inizialmente non realizzo, è solo un lieve rumore che fa da sottofondo, poi mi fermo. È strano, sembrano dei pigolii.

Mi guardo intorno e lo sguardo mi cade su una ragazza, che se ne sta seduta su una cassa di legno non lontana da noi, la schiena appoggiata contro un edificio. Ai suoi piedi c’è un scatolone, dal quale provengono lievi rumori incostanti. Con un gesto automatico passo Brioche a Francesco e mi avvicino per vedere. Dentro, avvoltolati in un asciugamano logoro, ci sono quattro gattini di color bianco e grigio perla. Sono piccoli, così minuscoli da sembrare topini.

“Ne vuole uno signore?” mi chiede la ragazza, una sigaretta in bocca. Si strofina le mani irrigidite dal freddo, ha le dita arrossate. Alzo gli occhi verso Francesco, rimasto a distanza per tenere a bada il cane, agitato dalle creaturine. Deve interpretare bene il mio sguardo supplice, perché corruga la fronte.

Con uno scocciato respiro, sporge la testa e le labbra gli si piegano: “Sono troppo piccoli”.

Le sue parole mi arrivano a mo’ di sentenza e giungo le mani a preghiera: “Dai prendiamone uno. Solo uno”.

Sbuffa, il viso in una smorfia indecisa: “Andrea, un cucciolo così piccolo non è uno scherzo. Va seguito e noi abbiamo il lavoro, ricordi?”.

“Ma avevi Giggio”.

Si incupisce: “È diverso”.

Torno a guardarli. Poverini, al freddo in quello scatolone mi mettono una pena incredibile. E se nessuno li prendesse? Potrei adottarne uno, al diavolo quello che dice Francesco. Anche io sono un uomo cresciuto, non ho certo bisogno del permesso. Ma ha ragione, andrebbe seguito e io devo scendere spesso a Roma, non saprei a chi lasciarlo… e mamma è allergica. Adora i gatti, ma si gonfia e diventa rossa a macchie.

Non vedo una via di uscita e questo mi infuria, odio la realtà a volte.

Fulmino Francesco, le gambe già dirette verso casa: “Sei veramente antipatico”.

Procedo sul marciapiede con il viso corrucciato e le mani testardamente infilate nelle tasche, mentre dalle mie spalle sento il fiato rantolante di Brioche, che a quanto pare ancora tira. Continua ad apparirmi l’immagine di quello scatolone e sospiro di malinconia, perché fosse per me prenderei tutti i randagi che incontro e odio non poterlo fare. Quando avrò messo da parte abbastanza soldi e trovato un posto stabile, ne adotterò tanti e questo pensiero un po’ mi acquieta, ma quei gattini non ci saranno.

Una volta al portone mi fermo, il capo chino e un po’ imbarazzato al mio atteggiamento infantile, anche se una punta di risentimento c’è ancora. Francesco mi guarda con un sopracciglio inarcato e apre, facendomi cenno di entrare per primo. Il caldo dell’appartamento è un contrasto forte rispetto al marciapiede freddo su cui sedeva la ragazza e mi tolgo il cappotto con uno sbuffo. Incredibile come nel giro di pochi minuti possa arrivare la tristezza. Mi chiudo in bagno, ignorando lo sguardo di Francesco piantato nella mia schiena. È tutto un sospiro mentre indosso il pigiama e mi lavo i denti, mi odio quando faccio il bambino. Dannata ipersensibilità.

Passo per la stanza da letto e prendo una copertina, nella quale mi avvolgo in un baco di malinconia. Francesco è seduto in cucina, osserva immobile la ciotola rossa che era di Giggio. Mi mordo un labbro, incerto se disturbarlo o no, soprattutto a vedere la sua espressione mesta. Forse è arrabbiato con me, non glielo rimprovererei, lui non c’entra con i miei inconsulti moti da salvatore del mondo. Trascino i passi in salone e mi accoccolo sul divano, poggiando la testa sul palmo della mano. Socchiudo gli occhi, preso dai miei pensieri, ma sobbalzo a sentire la porta di casa aprirsi e chiudersi.

Eh? Se n’è andato?

Balzo giù dal divano e, pur rischiando di portarmi appresso il tappeto, mi affaccio sul corridoio. Il suo cappotto non c’è, è proprio andato via. Rimango a guardare la porta ad occhi sbarrati, incredulo. Brioche mi osserva incuriosita con la testa chinata su un lato e la prendo, trascinandola con me sul divano, non senza fatica. Ho bisogno di compagnia e se l’unica disponibile è quella di un cane obeso, così sia. Si accoccola su di me, gli occhi marroni malinconici. Rimango solo nel silenzio, il cervello lavora talmente tanto che non mi sorprenderei di sentire odore di bruciato da un momento all’altro. Possibile che si sia arrabbiato tanto da andarsene da casa sua?

Non passano nemmeno dieci minuti che sento le chiavi venire infilate nella serratura. Inciampo un paio di volte nella coperta, prima di decidermi a lasciarla cadere per terra. Mi catapulto nel corridoio, dove quasi vado a sbattere contro un Francesco dalle gote arrossate dal freddo, le cui occhiaie stanno diventando sempre più marcate. Un Francesco con uno scatolone tra le braccia. Rimango immobile per dieci secondi buoni, nemmeno lui abbia in mano una granata. Poi mi affaccio sullo scatolone e spalanco gli occhi a non finire, trovando quattro gattini color bianco e grigio perla, avvoltolati in quella che prima era la sciarpa di Francesco. La mascella dislocata per lo stupore, guardo prima loro poi Francesco, ripeto l’azione un paio di volte prima di chiamare a raccolta le corde vocali, con una certa approssimazione

“Q-quattr…sono quatt…”.

Mi interrompe con un gesto stizzito della mano, poggiando il corpo del reato sul mobile: “Zitto, non farmene pentire”.

Sorrido, la pelle che non sembra abbastanza elastica da permettermelo: “Li hai presi tutti e quattro?”.

“Lasciami in pace”.

Gli occhi mi si inumidiscono. Oggi la mia virilità ha veramente fatto conoscenza con i numeri negativi. Noto ora che non indossa i guanti e le sue dita sono rosse e intirizzite: “Che fine hanno fatto i tuoi guanti?” Sbuffa, indicando appena fuori dalla porta: “Li ho dati a quella…”. Non fa in tempo a finire che il mio attacco polpo lo immobilizza. Affondo il viso nel suo collo, stringendolo con forza mentre la gioia di aver trovato un altro buono mi gonfia il cuore come una mongolfiera.

“Cielo, quanto ti amo!”.

Mi pietrifico: un attimo… che parole ho appena vomitato fuori?

 

CAPITOLO VENTISETTE – THANKS FOR THE MEMORIES

Occhi sbarrati, mi stacco lentamente. La mia stessa voce echeggia tra le pareti danneggiate del mio cervello: Ti amo.

Oh, miseria nera…

Sollevo il capo verso il suo viso e… devo ammettere che l’espressione di Francesco mi scoccia, è assolutamente, impassibilmente di pietra. Arretro di un paio di passi, le mani sui fianchi: “Beh?”. Finalmente si degna di sbattere le palpebre: “C-che hai detto?”.

Chiudo un attimo gli occhi, serrando le labbra: “Ho detto che ti amo, mi è scappato. Non è una cosa da poco e tu te ne stai lì immobile invece di rispondere. Insomma cosa dovrei pensare io, capisco che non è una cosa da te fare smancerie e tutto il resto, ma anche solo un accenno di sorriso sarebbe apprezzabile. Tu come reagiresti se…”.

Sorride, scuotendo il capo con un sospiro. Mi fermo, mordicchiandomi il labbro inferiore: “Stavo… parlando a vanvera?”.

“Un pochino”.

Mi passo una mano fra i capelli, la bocca in una lieve smorfia.

“Però tu sei antipatico…” mormoro, giocherellando con le dita, al solito quando sono nervoso.

“…io ti ho detto quello, ecco”.

Lo spio con la coda dell’occhio, mentre con aria incerta pare cercare una via di uscita. Il rosso delle sue guance è ancora lì, nonostante sia passato qualche minuto da quando è rientrato. Se ci penso mi fa un po’ pena: in una sola giornata è rimasto incastrato per ore all’università, ha guidato con uno scemo accanto (io) che lo importunava, ricevuto una telefonata dal fratello poco simpatico e raccattato quattro cuccioli di gatto perché io facevo delle storie. Potrebbe essersi guadagnato una tregua, ma non posso certo rimangiarmi quello che ho detto. Magari potrei buttarla in battuta…

Fa per dire qualcosa, poi si blocca.

“Grazie?” si sforza di rispondere e tutti i miei buoni propositi vanno in fumo.

“Grazie” ripeto, sforzandomi di mantenere l’espressione più neutrale possibile. Inarca le spalle, cercando invano di trovare qualcosa su cui concentrarsi per sfuggirmi.

“E dire che pensavo di essere io il disagiato”.

“Sono fatto così, non mi scocciare”.

La sua espressione costipata è piuttosto divertente e sembrerà strano, ma non mi fa star male che non mi risponda con le stesse parole mie. Non sono così scemo da dare così tanta importanza ai suoni. Anche se a volte posso essere un po’ tonto so cosa conta davvero e dallo scatolone i cuccioli continuano a miagolare.

Sorrido serafico e allungo le braccia per afferrare i lembi della sua giacca.

“Va bene. Ora vieni a farti perdonare”.

Devo incastrare un braccio dietro al suo collo per abbassarlo a sufficienza per la mia altezza e quasi mi arrampico sulle sue scarpe. Lo bacio piano, le labbra che coprono le sue senza fretta, sentendo un calore nel basso ventre quando apre appena la bocca contro la mia. Tiene una mano dietro la mia schiena, forse pensa che senza il suo supporto cadrei come una pera matura, probabilmente a ragione. Scivolo giù per il viso, lasciando una scia per la gola, salendo di nuovo per raggiungere il punto delicato appena sotto l’orecchio.

“Andrea” si lamenta appena con voce impastata. “Dobbiamo sistemare i gatti”.

Un dopo sbiascicato è tutto quello che riesco a dire. Ride e il suo petto vibra contro il mio.

Lo prendo per la cravatta, trascinandolo con me verso la camera da letto.

“Andrea, calmati!”.

“Nemmeno per sogno!”.

A passi rapidi raggiungo il letto, ignorando il fatto che per un attimo incespica nel tappetto. Mi giro di scatto, balzando contro di lui come un macaco del Burundi. Gli cingo il collo con le braccia e la vita con le gambe, tenendo il viso a un centimetro dal suo.

“Salve”.

“Non sei un po’ cresciuto per queste cretinate?”.

“Assolutamente no”.

Si siede sul bordo del letto con me ancora attaccato addosso.

“Ti vuoi staccare ora?”.

Poggio le mani sulle sue spalle, spingendolo sul materasso. Lui mi lascia fare, anche quando scendo a baciarlo con un po’ troppa foga per un signorino della mia età. L’occhio mi scappa verso l’orologio poggiato sul comodino: mezzanotte e mezza! Non mi ero accorto che fosse così tardi. Mi sollevo, mantenendo il peso sulle braccia poggiate ai lati della sua testa. Mi guarda con una luce appena scocciata negli occhi grigi, cerchiati come quelli di un koala. Il dottore lo aveva detto che si sarebbe stancato più facilmente nei mesi seguenti l’incidente e io non ci sono stato attento. “Scusa” mormoro. “Sei sta…”.

In quel momento sale verso di me per baciarmi, una mano incastrata nei miei capelli mentre l’altra si infila sotto i vestiti, accarezzandomi lo stomaco che rischia di squagliarsi qui e ora. Sarà stato il troppo nuoto, ma sembra che non gli serva respirare, al contrario di me.

Mi separo da lui senza fiato, ansimando: “E io… che volevo chiederti se eri stanco”.

Ridacchia: “Non per questo”.

Un torpore mi invade il cervello a queste parole e sorrido, mostrando più apparato dentale possibile: “Fico!”.

Gli tolgo la giacca dalle spalle e lui sposta le braccia per farla scivolare via, seguita a breve dalla camicia. Rimango con la testa incastrata nel groviglio di vestiti mentre cerco di fare lo stesso e sarei morto nel tentativo se non mi avesse tirato fuori. Quando esco ho il viso accaldato per lo sforzo erculeo, probabilmente anche i capelli piuttosto sparati in aria. Può dire quel che gli pare, ma ha gli occhi lucidi e arrossati: “Sicuro che…”. Mi accarezza un fianco con il palmo della mano, lunghe, lente, regolari carezze che rendono difficile plasmare una frase di senso compiuto.

“…stanco… tu… macchina… testa”.

Ride di nuovo: “Sei proprio strano”.

“Colpa tua”.

Andiamo giù sul materasso, io sopra di lui. Stavolta togliere le cinture è relativamente semplice, senza le angustie della vasca. Riprendiamo il bacio mentre le sue mani, tranquille e ferme, mi tolgono i pantaloni e le mie, in vibrazione come un telefonino, combattono in una lotta estrema con i suoi. Per tutelare la propria incolumità fa da solo, calciando via l’ultimo impiccio. Problema dell’inverno: troppi vestiti addosso. Le sua dita delineano piano i contorni della mia guancia, le iridi grigie assorte su di me. È davvero Calandra questo qui o sono in fase allucinogena? Anche l’altra mano va a raccogliere il mio viso, i pollici che accarezzano gli zigomi mentre le altre dita massaggiano la base del collo, facendomi vibrare di piacere.

“A te la vicinanza dei gatti ti fa male”.

Si tira su e in un attimo sotto ci sto io. Sento il calore del suo corpo sopra il mio e cerco di capire chi è l’informatore da cui ha saputo che adoro i massaggi, anche se finora l’unica ad avermeli fatti è stata mia madre, fino a dieci anni fa almeno. Le sue mani scivolano gentilmente giù per il collo e sulle spalle, poi giù per le braccia per tirarmi leggermente su e consentirmi di baciarlo. Sono monotono, ma questa è la parte che preferisco. Quando torno a sdraiarmi lo porto con me e si sostiene su un gomito, la dita che avvolgono i miei capelli tirando appena. Cingo i suoi fianchi con le gambe, un muto invito a passare al livello successivo. La seconda volta non dovrebbe fare troppo male, o almeno spero. Affondo il viso nell’incavo del suo collo, mentre il tocco scende giù per i miei fianchi e per le gambe, uno sfiorare con la punta delle dita.

“Dimmi se ti faccio male”.

La voce profonda echeggia nel mio orecchio e io annuisco, trattenendo il respiro. Ancora giro il viso verso di lui e riprendo a baciarlo con vigore, sentendo un’intrusione dentro di me, la testa piena di tutto e di niente. Perlomeno stavolta il dolore non è lancinante ed emetto appena un mugolio, ingoiato dalla sua bocca ancora stretta intorno alla mia. Mi irrigidisco di colpo, affondando le dita nelle sue spalle.

“Stai calmo, aspetto…” ha la voce roca e, malandrino che non sono altro, questo mi piace. Mi rilasso, le sue dita che coccolano le spalle e la schiena mentre mi da tempo per abituarmi. Ha gli occhi chiusi, i pugni serrati.

“Ehi vecchio…” ansimo. “Tutto bene?”.

Annuisce, prima di accorgersi dell’epiteto e aprire gli occhi per fulminarmi. Mi sistemo, ora più tranquillo, sopra il materasso: “Ok, ci sono…”.

Comincia a muoversi piano, ogni affondo più lungo e forte. Dei lampi mi passano davanti agli occhi semichiusi, ma non mi risulta che stia piovendo fuori. Respiro a grandi boccate, a ritmo con le spinte. Sento una goccia di sudore scendermi sulla tempia, nonostante a rigore di logica io non stia facendo proprio niente. Il suo respiro contro la pelle è un balsamo caldo che mi ricopre di una patina confortevole e un leggero riso estenuato mi sale dal cuore, nascondo il viso contro la sua spalla. I nostri corpi che si uniscono sono un concentrato di bellezza da far girare la testa e quasi sussulto alla sua mano grande che si stringe intorno al mio fianco.

Il suo bacino si muove contro il mio e lascio cadere la testa con un sospiro, mentre la stanza inizia a girare su se stessa. La sensazione di star per cadere giù in un precipizio, un velo oscuro scende sulle palpebre e tutto il mio corpo si scuote, liberandosi come da una scarica elettrica. Affondo le dita nella sua schiena e sento i suoi muscoli irrigidirsi, le sue braccia perdono attrito sul materasso e nel mare di piacere in cui mi trovo a galleggiare sento lontano l’oscillare che Francesco porta avanti dentro di me. Poggia la fronte sulla mia spalla, quasi mi sembra di sentire il suo cuore che batte. Mando giù un groppo in gola e spalanco gli occhi a incontrare il soffitto, il suo peso su di me rende il ritrovare fiato un’impresa ancora più ardua. I miei arti paiono fatti di gomma e fatico soltanto a poggiare una mano tra le sue scapole.

“Non morirmi di infarto, eh?”.

Sbuffa contro il mio collo, prima di lasciarsi scivolare a lato. Si passa una mano sui capelli, portandoli indietro: “Molto…divertente”.

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Questa voce è stata pubblicata il 18 novembre 2015 da in Parole nel web, Racconti originali e talenti nascosti con tag , , .

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