Tre libri sopra il cielo

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PAROLE NEL WEB: “UNIVERSITAS IN LOVE” di Melian_Belt

Cari amici e amiche, eccoci al primo appuntamento settimanale della rubrica “Parole nel web“. Dopo la breve pausa carina e coccolosa, ecco che tra Andrea e Francesco cominciano ad addensarsi le prime nubi. Perché Francesco è così intransigente con Andrea e chi è questo nuovo personaggio che all’improvviso si intromette tra di loro?

Buona lettura.
COVER PER UNIVERSITAS

TRAMA: Andrea è il nuovo arrivato tra i docenti di un’università di legge, e anche il più giovane. Considerato un genio, è arrivato fin lì solo ammazzandosi di studio, ma certo il suo carattere non è proprio quello di un rispettabile professore! Impacciato e confusionario, la presenza di un collega gelido come un iceberg e di un’acidità unica non è proprio la cosa migliore per metterlo a proprio agio! Come farà?

CAPITOLO TRENTA – BASTA POCO

Mi accorgo di trattenere il respiro solo quando sono passati una decina di secondi almeno e Francesco assottiglia gli occhi, riducendoli a due irose fessure.

“Allora?”.

Riprendendomi in parte dallo shock, indico il cellulare come se fosse tutta colpa sua: “Ecco… io… mamma”. L’ultima parola è uscita più come un lamento che altro, non che del resto io sia mai stato un campione di eloquenza. Ora che gli dico?

No guarda, ho dato una botta al tuo telefono per lo spavento e ho ascoltato senza volerlo.

Assolutamente, vergognosamente improbabile che una cosa del genere possa accadere. O almeno lo era prima della mia data di nascita. Stringo le mani intorno al cellulare, rischiando di dividerlo in tutti i suoi componenti originari.

“Andrea!”.

Zompo indietro, sentendo lo sguardo di Francesco simile a uno spillone infilato dritto nello stomaco. “Io…”. Mi mancano le parole, tutto è confuso. L’unica cosa chiara è l’eco della voce di Francesco mentre dice il mio nome con tono così… aggressivo. No Andrea, non piangere per l’amore del cielo! Si gira, trafiggendo l’apparecchio telefonico nella stanza.

“Hai ascoltato da lì, vero?”.

“Non… l’ho fatto apposta”.

La rabbia trema nelle iridi grigie e questo veramente non mi piace. Non avrei mai creduto che proprio quegli occhi mi avrebbero guardato così, non lo avrei mai voluto. Tutto perché sono stato così stupido da non dirglielo prima e farmi scoprire da bravo deficiente che sono.

“Non l’hai fatto apposta” ripete, tagliente come una lama. Vorrei dirgli di smetterla di guardarmi così, come se fossi una persona disgustosa meritevole del suo odio, ricordagli che lo amo e vederlo così fa male. Preferirei dargli un pugno pur di far sparire quell’espressione.

“Mi hai preso per uno stupido?”.

Non si è mosso da quando è entrato e spero che non lo faccia. Come possono cambiare in fretta le cose, fino a pochi minuti fa l’idea della sua inesistenza mi avrebbe gettato nel baratro, ora ho paura che mi si avvicini. Paura. Sfiducia. Rabbia. Tutte parole che rischiano di marchiarsi a fuoco nell’immagine dentro di me dell’uomo che fino a poco fa avrei voluto con me ogni singolo istante. Un dolore sordo mi annega nel petto e le mani tremano, per una rabbia che non credevo mia. La rabbia di sentire spezzato un ponte, sapere che con quei sentimenti in corpo è tutto rovinato. Veramente, basta poco.

“È questa la fiducia che hai in me?”.

Gli occhi mi pizzicano per la fatica di trattenere le lacrime. Sono un uomo adulto, non posso piangere proprio ora. Qualcosa cambia nel viso di Francesco, ma è questione di un attimo. Il muro di ghiaccio torna a coprirlo. Stringo i pugni: “Brutto idiota!”.

Nemmeno mi accorgo che il mio corpo si muove. In pochi passi sono accanto a Francesco, in un gesto di stizza la mia spalla sbatte violentemente contro il suo braccio sinistro e ignoro crudelmente il dolore che appare e scompare come un flash sul suo viso. Lo so che è la parte che ancora gli fa male dopo l’incidente, ma nel momento di rabbia me ne dimentico. Non sono abituato a provare ira, non la so gestire. Nel corridoio Brioche mi guarda e quasi mi verrebbe da portarmela via, ma riesco a combattere questo stupido impulso. Prendo lo scatolone con i gattini dalla cucina e il cappotto dall’attaccapanni, prima di uscire sbattendo la porta, senza guardarmi indietro.

 

È incredibile quanto il tempo possa scorrere lento. Mi sembra di aver passato l’intera esistenza seduto su questo divano, con uno scatolone di creaturine miagolanti sulle gambe. Spike succhia disperatamente dal tampone imbevuto di latte, come se non mangiasse da secoli invece che da meno di venti minuti. Chiudo gli occhi e rivedo le mani di Francesco che fino a poche ore fa tenevano questa stessa palla di pelo, manovrandola con disinvolta attenzione. Li riapro quando il malnato scambia il mio dito per un appetitoso cosciotto di pollo.

“Cannibale” borbotto, conscio che non sia proprio corretto come epiteto per un gatto.

Non ho più energie e cerco disperatamente qualcosa su cui distrarmi, arrivando al punto di tirare fuori dalla scatola tutta la compagnia, i cui componenti si spargono sul divano. Sherlock si infila nel colletto della mia camicia e non posso fare a meno di zompare in piedi alle sue unghie che mi grattano la spalla nemmeno fossi un gratta e vinci. Ma anche così immagini di Francesco tornano a tormentarmi, sembra tutto così irreale che quasi arrivo a credere che i fatti di oggi non siano accaduti veramente, forse perché è successo così in fretta.

Così, faccio l’unica cosa che un uomo maturo e con coscienza di sé può fare. Rimetto i gattini nello scatolone e vado a comprare l’alcool. Al solito, le mie idee non si rivelano mai geniali. Passare la notte ad abbracciare il gabinetto non è il modo migliore per affrontare le cose. Vorrei che quel maledetto telefonino squillasse, che sul display apparissero nove letterine in particolare. L’ho messo in silenzioso, poi in toni alti. L’ho spento e l’ho tenuto in mano per un’ora buona, ma non è cambiato niente.

Il mattino arriva, maledetto anarchico che non è altro. E, per una volta, ringrazio i grandi demoni celesti della riunione di oggi per gli esami degli studenti stranieri. Passare l’intera giornata a delirare miseramente in questo buco di casa è l’ultima cosa che voglio. So bene che la facoltà mi ricorderà Francesco, ma almeno non lo incontrerò. Me l’ha detto ieri che lui non ha studenti di altre nazionalità e quindi la riunione di oggi non lo riguarda. Mentre sto davanti allo specchio nel vano tentativo di darmi un aspetto meno inquietante, mi rendo conto di aver davvero tirato un sospiro di sollievo all’idea di non affrontare Francesco oggi.

Come sono ridotto.

Sembrano passati anni dall’ultima volta che ho preso l’autobus e mi sembra che la pressione umana qui dentro sia aumentata a livelli disumani. Magari per la fine dell’anno ci prenderemo in braccio. Sorrido a fatica agli studenti che mi salutano, dirigendomi all’aula professori anche se sono in anticipo di almeno due ore. Non ne sono sicuro, ho dimenticato l’orologio. Mi siederò lì, al tavolo nel centro della stanza, dove magari qualcuno ci ha lasciato il giornale. Farò semplicemente finta di essere una persona normale.

Apro la porta socchiusa e lì rimango, il sangue nelle vene si cementifica in un istante. Stretto contro gli armadietti da un ragazzone alto almeno quando lui, c’è Francesco. Il suddetto essere umanoide tiene la testa di Francesco tra le mani e la sua bocca è dove non avrei mai voluto vederla.

 

CAPITOLO TRENTUNO – CRAZY

Sento un ringhiare, simile a quello di un gatto prima dell’assalto. Ci metto un attimo a capire che sono io a emetterlo, la schiena incurvata, le dita ancora strette intorno alla maniglia della porta che per ora mi nasconde. Decisamente la vicinanza dei felini non mi fa bene. Una scarica elettrica mi attraversa tutti i muscoli del corpo in una tensione che quando raggiungerà il suo limite mi spingerà a entrare in quella stanza e fare una strage. Per quanto strage possa definirsi un assalto sconclusionato contro una singola persona che ha osato toccare una proprietà privata.

Prima che possa fare qualcosa di incredibilmente stupido e immaturo, Francesco interpone il braccio destro tra sé e quella piovra in maglietta e lo spinge via, mandandolo contro il tavolo: “Ma sei deficiente?”.

Gli stessi occhi grigi che ieri erano puntati su di me ora sono fissi sul ragazzo, hanno uno scintillio che niente lo definisce meglio se non pericoloso. Non so se lo faccia apposta, ma porta indietro le spalle e chiude i pugni, sembrando più imponente e massiccio di quanto non sia. I capelli gli cadono su un occhio e ha il respiro leggermente accelerato, se per la rabbia o altro non posso dirlo. Le dita mi si rilassano e fatico a sopprimere un sospiro di sollievo. Per un attimo ho pensato che davvero fosse tutto finito. Non che questo migliori la situazione fra me e Francesco, ma trovarlo tra le braccia di un altro il giorno dopo mi avrebbe ridotto a un puzzle difficile da ricomporre, di quelli da duemila pezzi tutti cielo e prato.

So che non dovrei, ho già pagato abbastanza per aver spiato Francesco senza che lui lo sapesse, ma in questo caso ne ho tutto il diritto credo. Quindi socchiudo piano la porta, continuando a guardare dallo spiraglio. Se qualcuno passasse, chiamerebbero subito una casa di cura per mentalmente instabili. Mi guardo alle spalle: Roger, non c’è nessuno in vista. Quando riporto lo sguardo alla stanza, decisamente quel ragazzo sta giocando con il fuoco. O peggio, con Francesco. È tornato in piedi e ora stringe tra le dita il colletto della giacca di Francesco, gli occhi spalancati e un strano sorriso sulle labbra che io personalmente trovo inquietante. Dall’espressione incerta di Francesco, pure lui.

“Lo sapevo. Sapevo che eravamo destinati!”.

Francesco aggrotta la fronte e solleva le mani, afferrando quelle dell’altro per allontanarle da sé. Il ragazzo porta una maglietta bianca a maniche corte e nel movimento si scorgono i muscoli ampi, se non definiti comunque imponenti, accentuati dalla grandezza del suo corpo. Se Francesco è un metro e ottantasei, quello è almeno uno e novantacinque.

“Ma che diavolo stai dicendo?” sibila, il viso che si incupisce ancora di più a ritrovarsi di nuovo contro la parete, quel bietolone troppo cresciuto che cerca in tutti i modi di attaccarsi a lui. Il mio primo istinto è di entrare e buttarmi contro quel gigante come uno dei lottatori che guardava mia cugina da piccola. Ma qualcosa mi tiene fermo al mio posto, pur pronto ad entrare in azione, anche se tutto quello che otterrei probabilmente sarebbe essere schiantato contro qualcosa.

“Ero sotto casa tua ieri. Quel tipo se n’è andato, è finita tra voi due! Lo sapevo che non si sarebbe potuto mettere tra noi!”.

Io spalanco la bocca, come Francesco dilata gli occhi. Osserva in silenzio il ragazzo davanti a sé per qualche secondo.

“Tu… sei il fratello di Claudio Landori?”.

Quello annuisce, sempre sorridendo: “Non fare finta di non riconoscermi. Sai di amarmi”.

Francesco piega la bocca in una smorfia scocciata, afferrando il polso della mano che stava salendo verso i suoi capelli.

“Non ti ho nemmeno mai visto. Spostati, prima di essere costretto a cambiare foto sulla carta d’identità”. Landori sembra rimanere interdetto per un attimo, ma è una breve parentesi: “No… no stai fingendo. Io lo so, ho colto i tuoi segnali”. Francesco cerca di toglierselo di dosso e lo sposta di qualche centimetro.

“Si chiama sindrome di Clerambault, vai a cercartela su Wikipedia” borbotta a denti stretti, ma quel bestione non sembra nemmeno sentirlo.

“Solo io capisco tutto, tutto di te. Siamo destinati da sempre, lo so che lo senti anche tu. Ognuno nella vita ha un’anima gemella, la persona giusta…”.

Francesco lo interrompe, una mano sul suo petto a impedire che si avvicini ancora.

“Può darsi, ma la mia non sei tu. Te lo ripeto per l’ultima volta, togliti di mezzo”.

Qualcosa cambia nel viso del ragazzo, gli occhi si incupiscono ed è possibile vedere le vene ingrossarsi sul suo collo.

“È quel professore vero? È quel bastardo che ti impedisce di capire?”.

Stavolta è Francesco ad afferrarlo per il colletto, avvicinandosi con fare tutt’altro che amichevole, gli occhi furiosi puntati in quelli dell’altro.

“Non provare nemmeno a chiamarlo in quel modo”.

È questione di un attimo, Marco Landori lo afferra per il braccio sinistro e di nuovo lo spinge contro il muro, la bocca violentemente poggiata sulla sua, del tutto incurante del pallore che in un attimo si diffonde sul viso di Francesco per il dolore. Ok, ora basta. Spalanco la porta con molta più forza del necessario.

“Togligli le mani di dosso, tu!”.

Perfetto, un’entrata che Batman potrebbe difficilmente eguagliare. Francesco lo spinge via, stavolta mandandolo col sedere per terra. Si gira verso di me, stupito e… è sollievo quello che scorgo lì?

“Andrea…” mormora, un abbozzo di sorriso sulle labbra. Sono diviso tra la tentazione di abbracciarlo e scagliarmi contro il tizio ancora per terra, sicuro che almeno un pugno in faccia riuscirei a darglielo. Lo avrei fatto, se una voce alle mie spalle non mi avesse bloccato.

“Che diavolo succede qui?”.

Mi giro, trovando Claudio Landori in tutta la sua rassicurante altezza. Si avvicina di un paio di passi e corruccia il viso scorgendo il fratello: “Marco?”.

Sposta lo sguardo dal fratello, ancora per terra, a Francesco, poggiato stancamente contro i cassetti, una mano sul braccio dolorante e i vestiti in disordine. Infine guarda me, le dita strette a pugno e un’espressione assassina per quanto i miei lineamenti, purtroppo gentili come quelli di un cerbiatto, possano consentire. È chiaro come abbia capito tutto quando un’ombra scura gli cala sul volto. In un movimento si erge sul fratello e lo prende per il braccio, tirandolo su.

“Vieni con me, brutto idiota”.

Incredibilmente, il minore non dice parola e si lascia trascinare. Claudio guarda Francesco con un’espressione che intende scusarsi senza parole, cosa che non credevo sarebbe mai successa tra quei due. Come se un gatto offrisse un osso a un cane. Sto guardando Francesco e Claudio, quindi quasi non mi accorgo di come Marco mi stia fissando, ma quando lo faccio non posso fare a meno di spaventarmi. Un odio incredibile, tutto tranne che sano, gli intorpidisce gli occhi scuri. Claudio lo porta via, ma continua a guardarmi e io non riesco a dividere gli sguardi.

Sento i passi dei due Landori in allontanamento e rilascio il respiro, che non mi ero accorto di trattenere. Mi blocco, rendendomi conto ora di essere solo con Francesco, cosa che oggi non avevo previsto di fare. La mia testa fa un giro del tutto non necessario, passando per il pavimento e sollevandosi verso di lui con lentezza. Sorride appena, ancora abbandonato contro il muro. Mi sta guardando, ma smette mentre si schiarisce la voce.

“Cose da pazzi”.

Mi trovo a studiarlo, i vestiti stropicciati e il braccio dolente stretto con cautela contro il fianco. I capelli neri celano una delle iridi, ma l’altra è scoperta e mi piace come sembri fatta apposta per la sua pelle bianca, ma non troppo. È difficile non avvicinarmi, l’unica cosa che voglio è dimenticare quanto successo ieri. Dalla leggerezza che sento nella testa e nel cuore, mi rendo conto che è possibile. O almeno passare oltre, perché se quei ricordi mi tengono lontano da lui, per me possono andarsene a quel paese. Apro la bocca per chiedergli come stia, sperando che questo inizi una discussione. D’improvviso rumori arrivano dal corridoio, una frenesia con il tempismo di una bufera in una partita di beach volley. Le lezioni devono essere finite.

Prima due, poi altri professori arrivano, passando fra me e Francesco. Alcuni gli lanciano degli sguardi incuriositi e questo lo irrita parecchio, dal modo in cui li guarda e si tira su, sistemandosi i capelli con la mano. Si sposta verso la porta e mi ricordo tanto una calamita di polo positivo che viene avvicinata a una negativa, non appena entra nel mio campo d’azione. Mi verrebbe da accostarmi a lui, ma tutto quel che facciamo è fissarci per qualche secondo di troppo, prima che lui imbocchi l’uscita e se ne vada.

 

So di non aver dimostrato grande professionalità nella riunione di oggi. Ho cercato di seguire, davvero, ma irrimediabilmente finivo con il rivedere le scene delle ultime ore, sentendo uno sgradevole nodo allo stomaco al pensiero di come Landori Jr si sia scagliato contro Francesco. Mi rendo conto che nemmeno io mi sia comportato molto meglio ieri, quando uscendo sono andato a sbattere contro il braccio danneggiato. Il lampo di dolore che gli ha attraversato il viso, anche se solo per un attimo, continua a tormentarmi e a farmi emettere sospiri sofferenti. Masnada mi guarda incuriosito ma non dice niente, continuando a esporre i programmi ai presenti. La guancia poggiata sulla mano, quasi non mi accorgo che la riunione è finita. Sento qualcosa poggiarsi sulla mia spalla e scatto in piedi, mandando la sedia per terra.

“Oh, salve”.

Ernerio sorride, i piccoli occhi stranamente scintillanti d’ilarità. Da vicino e con questa luce, noto per la prima volta che non sono marroni, ma verde scuro.

“Siamo stati seduti vicini per l’ultima ora, Marinetti”.

Rimango incantato per qualche secondo. “Oh”.

Ernerio emette un lieve risolino: “L’ho vista distratto, oggi”.

Nascondo le mani nelle tasche, per impedire loro di agitarsi in gesti convulsi: “Sì… già”.

Masnada impila una serie di fogli, che ripone nella propria cartellina: “Sa dov’è Landori? Avrebbe dovuto essere presente oggi”.

Scuoto appena il capo: “No, mi spiace…”.

Ovviamente a mentire sono una schiappa assoluta, ma Masnada inarca appena le spalle: “Strano, generalmente avvisa”.

Sempre perso nei miei pensieri, esco dalla stanza. Mi guardo intorno, sperando che Francesco sia ancora qui, ma non lo trovo. Speravo fosse venuto per parlare con me, devo essermi sbagliato. O forse ha cambiato idea.

Mi districo nel brulichio degli studenti, impegnati nello spostamento da un’aula all’altra. La differenza tra fuori e dentro è forte, lo spiazzo davanti alla facoltà è semideserto. Mi fermo un attimo ancora a scrutare i dintorni, prima di dirigermi a passo lento alla fermata dell’autobus. È una giornata fredda, il gelo entra fin nelle ossa. Rabbrividisco, sentendolo come non mai.

Sono distratto, ma riesco a intravedere un’ombra dietro di me prima di sentirmi spingere in avanti con forza, cadendo pesantemente a faccia in giù. I miei occhi fanno a malapena in tempo ad avvisare il cervello che quello è il cemento della strada e le orecchie a sentire il rumore dei freni di un’auto. Vicini, troppo vicini.

 

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Questa voce è stata pubblicata il 25 novembre 2015 da in Parole nel web, Racconti originali e talenti nascosti con tag , , .

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