Tre libri sopra il cielo

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CORREVA L’ANNO… 1980

Buongiorno amici e amiche, oggi per la rubrica “CORREVA L’ANNO…” vi parliamo di un fatto di cronaca di cui si è parlato pochissimo: Il delitto di Giarre. Dal punto di vista storico, questa data merita di essere citata perché fu in seguito a questo tragico evento che nacque l’associazione Arcigay. Le informazioni sono frammentarie e molto difficili da reperire, spero comunque che troverete interessante questo breve articolo.

Buona lettura.

CORREVA L’ANNO… 1980

12193750_808276422616671_2241142947804091409_nIl 31 ottobre 1980 due giovani, Giorgio Agatino Giammona di 25 anni e Antonio Galatola (detto “Toni”) di 15, scomparsi da casa due settimane prima, furono trovati morti in un agrumeto, mano nella mano, uccisi da un colpo di pistola ciascuno alla testa, con un bigliettino nel quale confessavano di essersi uccisi perché la cittadina, Giarre appunto, non tollerava il loro amore.

Tutti conoscevano i due ragazzi, che nel paese venivano chiamati «I ziti» («I fidanzati» in siciliano), in particolar modo Giorgio, dichiaratamente gay e soprannominato in senso spregiativo «Puppu cu’ bullu» (letteralmente «Polpo col bollo», espressione gergale per «Omosessuale patentato»), in quanto a 16 anni era stato sorpreso in auto dai carabinieri con un altro giovane e per quel motivo denunciato.

Fu un pastore a ritrovarli abbracciati sotto un albero di limoni quel 31 ottobre, a ridosso dalle case popolari e a poca distanza dalla caserma dei carabinieri. Giorgio e Antonio erano morti da quindici giorni, i loro corpi erano in evidente stato di decomposizione e il puzzo insopportabile della putrefazione si espandeva nella campagna e nelle prime case. Eppure per due settimane quei due cadaveri non li aveva visti nessuno, né gli abitanti del rione, né i familiari, né i carabinieri che nei giorni precedenti avevano setacciato palmo a palmo quelle zone anche coi cani poliziotto.

vittima-15anniFiglio di un facoltoso commerciante di strumenti musicali, Giorgio aveva qualche precedente penale per piccoli furti. Antonino (foto a lato) invece, figlio di un venditore ambulante di giocattoli, era considerato un bravo ragazzo. Da diversi mesi avevano iniziato una relazione. Lo avevano fatto in assoluta libertà, alla luce del sole, indifferenti degli sfottò che giravano di bocca in bocca mentre, mano nella mano, passeggiavano per le vie del centro. «Arrivaru ‘i ziti». Sono arrivati i fidanzati. «Talìa ‘i puppi’». Guarda i froci. E giù un coro di risate che echeggiavano fra i balconi barocchi di questo paese di trentamila abitanti a venti chilometri da Catania

LE INDAGINI E I DUBBI

Dopo il ritrovamento dei cadaveri, i carabinieri imboccarono subito la pista del suicidio: Antonino avrebbe sparato a Giorgio e poi si sarebbe puntato la pistola alla tempia togliendosi la vita, anche perché accanto ai corpi fu ritrovata una lettera – un classico in Sicilia – che non lasciava spazio a equivoci: «La nostra vita era legata alle dicerie della gente… Non possiamo più vivere». La coppia dunque si sarebbe «suicidata» per disperazione, stanca delle continue vessazioni cui veniva sottoposta in un paese pieno di pregiudizi. L’ipotesi investigativa durò solo lo spazio di qualche ora perché nel frattempo, sul luogo del «suicidio», era stata trovata una rivoltella coperta da un pugno di terra, per giunta con la sicura abbassata. E allora i conti cominciarono a non tornare. Com’è possibile abbassare la sicura di un’arma, fare alcuni centimetri e sotterrare la pistola dopo essersi fatto saltare il cervello?

francesco-messinaIl giorno dopo cambiò tutto, la dinamica, il movente, lo scenario. Non più suicidio ma omicidio. Improvvisamente uscì fuori «l’assassino». Mica un delinquente incallito o un uomo adulto e vaccinato, ma un bambino di 12 anni, Francesco Messina, nipote di una delle due vittime (Antonino Galatola). Un semplicione forse un po’ ritardato, il volto lentigginoso e paffuto, che dall’alba al tramonto aiutava i nonni in campagna con i quali viveva da molti anni e ai quali, secondo i parenti, voleva più bene che agli stessi genitori. Ai carabinieri di Giarre confessò di essere stato lui l’uccisore dei due omosessuali: «Mi hanno detto di premere il grilletto e l’ho fatto. O ci ammazzi con questa pistola o noi uccidiamo te».

I conti non tornarono però in merito ai colpi sparati. Prima si disse che erano stati sette, poi tre: due avevano centrato la testa di Giorgio, uno quella di Antonino. La pistola (una calibro 7,65), secondo la versione del bambino, gliel’aveva data lo stesso zio quindicenne che, assieme all’amico, lo aveva istigato a commettere il duplice delitto. Ma lo zio Antonino, secondo un giudizio unanime, era uno che un’arma non l’aveva mai vista in vita sua. E allora quella pistola da dove era saltata fuori? Mistero. «Prima che io li uccidessi», disse Francesco Messina, «Giorgio e lo zio mi avevano regalato un orologio». Per i carabinieri e il pretore non c’erano più dubbi: erano stati scoperti l’assassino, il movente e l’arma del delitto. Caso chiuso. Fine della storia.

indexMa solo per un giorno. Poi Francesco, avvicinato da un giornalista del quotidiano “L’Ora” di Palermo, raccontò alcuni inquietanti retroscena: «Non è vero, non li ho uccisi io. Ai carabinieri ho detto così perché mi avevano dato schiaffi, mi sono fatto pure la pipì addosso e poi loro dicevano che se non confessavo arrestavano il nonno Francesco».

A quel punto scoppiò il finimondo. A Giarre arrivarono gli inviati dei giornali nazionali che trovarono un paese diviso in due: da un lato i carabinieri e il pretore che non ritennero di seguire altre piste, dall’altro la città, la stessa città che fino a pochi giorni prima rideva al passaggio dei «puppi» e che adesso non credeva alla tesi del «baby killer». Persino i quotidiani tradizionalmente più moderati come “Avvenire”, “Il Messaggero”, “Il Piccolo”, “La Sicilia” attaccarono gli inquirenti per quell’inchiesta «fatta male» che «potrebbe segnare per sempre la vita di un bambino di 12 anni».

La stessa posizione fu assunta dall’allora sindaco Nello Cantarella: «Io non credo assolutamente che un bambino di 12 anni abbia potuto sparare a freddo, uccidere due ragazzi senza avere nessuna reazione visibile per quindici lunghissimi giorni. Questo farebbe saltare tutte le regole della psicologia. E io, se mi permettete, sono un medico e capisco di queste cose».

120px-Giarre_omocidioIl quotidiano “La Sicilia” avanzò tre ipotesi: «1) È stato Francesco a premere il grilletto della pistola; 2) Il dodicenne cui si addebita il duplice omicidio era presente all’“esecuzione”, anche se non fu lui a portarla materialmente a compimento. In tal caso egli è ora spinto a tacere il nome del vero killer per paura di chissà quale rappresaglia; 3) Egli non era nemmeno nella zona teatro del delitto. Ed è stato costretto ad accollarsi tutto (perché minorenne e non imputabile) da chi gli ha imposto di recitare a memoria un “copione” che gli ha fatto ripetere chissà quante volte. Tant’è vero che il fanciullo ripete pappagallescamente ciò che fece nel pomeriggio di quel tragico giorno».

In più non è chiaro come mai durante le ricerche dei giovani, che si svolsero anche nell’agrumeto, i due corpi non fossero stati scoperti, come un dodicenne potesse impugnare una Bernardelli calibro 7,65 e come mai nessuno dei familiari delle vittime avesse riconosciuto la calligrafia sul bigliettino.

b1167.previewAd acuire le polemiche fu un’intervista rilasciata in quei giorni a Vanna Barenghi di “Repubblica” dal sostituto procuratore di Catania, Giuseppe Foti, titolare dell’indagine, il quale denunciò che a distanza di sei giorni dal ritrovamento dei cadaveri non aveva ancora ricevuto una sola carta sul caso, né tanto meno alcuna notizia «che da Giarre avrebbero dovuto darmi». Alla giornalista confidò di non credere alla versione ufficiale: «Direi che sono perplesso, e molto. I carabinieri si affannano tanto a dire che il caso è risolto. E questo mi preoccupa. Io sono portato a pensare che quei riscontri “obiettivi” di cui parlano possano essere messi in discussione». E il magistrato li mise in discussione in questo modo: «Mi sembra sbagliato aver ristretto le indagini al bambino. Perché, per esempio, non si interrogano i congiunti? Un fatto di omosessualità, qui in Sicilia, è qualcosa di tremendo. Perché escludere che un parente abbia potuto seguire i due ragazzi e ucciderli?». Quindi una frase inequivocabile: «Una esecuzione! È solo un’ipotesi. Ma perché non indagare in questo senso?». Solo ingenue congetture, quelle del magistrato, dato che il fascicolo non era ancora arrivato in Procura, o un ragionamento che scaturiva da notizie «ufficiose», magari sussurrate da fonti autorevoli? Possibile che Foti non avesse calcolato le conseguenze di quelle parole? Parole che cominciarono a pesare come macigni quando indirettamente lui stesso accusò i carabinieri di avere estorto la confessione del bambino: «Ma certo. Sa come vanno queste cose. “Sparasti tre colpi?”. E lui dice sì. Conosciamo questi trasferimenti di parole». La replica del pretore di Giarre Antonino Assennato non si fece attendere: «Ma perché Foti parla se non ha ancora visto gli atti? Che cosa ne sa di quello che hanno fatto i carabinieri? Come può dire che non hanno interrogato i parenti?». Già, come? Ma i parenti furono o non furono interrogati? chiese la giornalista. Risposta: «Non dico che l’abbiamo fatto, ma lui, Foti, non può saperlo». Il pretore dunque, seppure a mezze parole, poi confermò che i familiari di Francesco Messina non erano stati ascoltati.

L’OMERTA’

Giarre, a quel punto, entrò in un silenzio omertoso quando giornalisti e telecamere si recarono sul posto da tutta Italia per rendere nota la tragedia. «Che vergogna – gridavano in paese – penseranno a Giarre come al paese dei finocchi». Il funerale fu già una sentenza. Duemila persone dietro al feretro del ragazzo di 15 anni, nessuno per Giorgio Giammona, il “puppu cu’ bullu”. L’inchiesta andò avanti fra Giarre e Catania, ma non si approdò mai a nulla. Franco Messina, il bambino di allora, porta addosso i segni pesanti di quella tragedia. Tante le ipotesi date ma mai nessuna certezza, grazie a un silenzio che nelle famiglie siciliane, specie dell’epoca, si trasformava in omertà.

È la terribile ombra del delitto d’onore, avvenuto su incarico, forse con il benestare dei due ragazzi, convinti che non avrebbero mai potuto vivere serenamente. Tra le mille ipotesi che si fecero sulla morte dei due giovani (omicidio di mafia, vendetta di un amante ricattato da uno dei due ragazzi, “doppio suicidi di uomini-sessuali” e così via) la più probabile, a distanza di anni, sembra essere che Francesco, dodicenne non imputabile, sia stato costretto ad addossarsi l’omicidio per coprire quel familiare che aveva lavato con il sangue il disonore di un omosessuale in famiglia. Nessuno si è però preoccupato di capire che cosa realmente accadde a Giarre nel 1980 e il caso fu archiviato in tutta fretta e dimenticato. Sulla storia calò l’oblio e tutto fu rimosso dalla memoria storica del paese. Soltanto il mondo omosessuale fu scosso da un sussulto di indignazione e l’opinione pubblica italiana dovette riconoscere l’esistenza di un problema di discriminazione contro gli omosessuali.

LA REAZIONE

Le popolazioni del sud, specie in Sicilia, vivono grandi dicotomie, uccidendo spesso l’amore fra ragazzi, ma avendo dato vita nel 1980 alla prima grande aggregazione gay in Italia. Il delitto di Giarre mise di fatto il seme per la nascita del movimento omosessuale italiano contemporaneo, dopo le prime esperienze di associazionismo fatte a Roma negli anni sessanta. Infatti, i militanti del Fuori!, (Fronte unitario omosessuale rivoluzionario italiano), organizzarono un contestato incontro-dibattito intitolato “Omosessuali: orgoglio e pregiudizio nel palazzo comunale di Giarre”.

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Tra coloro che intervennero, come attesta una fotografia, un giovanissimo Francesco Rutelli, allora radicale, molto impegnato negli anni ottanta nelle battaglie per i gay.
L’incontro del Fuori! si svolse in un clima molto teso: «Fischi, brusii, risolini. C’è tutta la città fuori a vedere gli “uomini sessuali”, come li chiama qualcuno e molti hanno rinunciato ad andare al cinema Ambra che quella sera proiettava Clito, il petalo del sesso. C’è Giuseppe u’n Schichignu, lo chiamano così perché è superdotato ma, qualcuno confessa al giornalista dell’Espresso “ha molti amici: ma lui ‘fa la parte dell’uomo’, non quella della donna, e perciò non è marchiato come uomo-sessuale”»

Venti giorni dopo l’evento che fece discutere tutto il Paese, Giarre torna alla ‘normalità’: «Se chiedi di Giorgio e Toni […] la gente non si infastidisce neanche, come succedeva un paio di settimane fa. Si limita ad alzare le spalle quasi a dire “quelli morti sono, noi pensiamo a vivere”».

Cosa resta di Toni e Giorgio oggi? Solo qualche fotografia sgranata e fredde pagine di cronaca nera? No. Resta l’orgoglio delle loro mani intrecciate e la vergogna di chi o ha costretto i due giovani a scegliere la pace dell’aldilà o ha distrutto il loro amore. Quell’orgoglio lanciò una sfida.
49Felix Cossolo, che festeggia quest’anno trent’anni di militanza, diceva a tal proposito su “Lotta Continua”: «E’ necessario organizzarsi al più presto, l’isolamento, l’individualismo, l’indifferenza fanno il gioco del potere e della cultura sessuofobica dominante. E’ tempo di scelte radicali. L’omosessuale del più piccolo paese sperduto del profondo sud, di campagna e di montagna, ma anche i gay di città, devono avere degli spazi, dei punti di riferimento, solo con l’aggregazione possiamo far fronte agli attacchi più duri, altrimenti la caccia alle streghe continuerà ancora per molto tempo. E’ ora di dire basta»
Fu preso in parola e nel gennaio 1981, Marco Bisceglia, un sacerdote che aveva abbracciato la causa dell’omosessualità e che ricopriva una carica in Arci, si precipitò a Palermo per fondarvi, con l’apporto di numerosi omosessuali siciliani, in assoluto la prima storica associazione Arcigay in Italia dove un giovanissimo obiettore di coscienza di nome Niki Vendola ne divenne il segretario. 440px-Vendola,_Nichi_-_al_Pride_di_Roma_16-6-2007_-_Foto_Giovanni_Dall'Orto2Nel giugno 1981, ancora a Palermo, si ebbe la prima festa nazionale gay e un incontro tra Arcigay e i partiti con la presentazione di un programma e di una serie di richieste.
Arcigay cominciò così a muovere i primi passi nel tentativo di costruire un altro mondo.
Quel mondo in cui Giorgio e Toni avrebbero potuto, senza timori, tenersi per mano.

PER NON DIMENTICARE

Non c’è più il pino marittimo, che svettava alto sopra gli aranci. I vecchi del paese dicevano che «soltanto il pino aveva visto», solo «il pino sapeva». Sono passati 35 anni e di quel pino marittimo è rimasto soltanto il ceppo, tagliato a raso in quello che oggi è un parcheggio davanti all’istituto Itis di Giarre. Non ci sono più gli aranci. Solo case, condomini, supermercati, istituti di bellezza e scuole. E per Giorgio e Toni, nel paese fra l’Etna e il mar Jonio, non c’è più nemmeno la memoria.

Eppure, ogni volta che gli uomini e le donne dell’Arci gay si riuniscono per un congresso nazionale o un Gay Pride le prime parole sono «per Toni e Giorgio, i due ragazzi di Giarre».

Franco_Grillini_giacca_in_pelle_rossaNel 2005, Franco Grillini, allora leader del movimento gay e oggi Presidente Onorario, incontrò lo scrittore catanese Riccardo Di Salvo, insegnante di italiano e storia, al quale propose di scrivere un libro: «Sarebbe bello che si ricostruisse la storia dei due ragazzi di Giarre per lasciare la memoria di questo sacrificio alle nuove generazioni». Riccardo si mise al lavoro assieme al collega Antonio Eredia, cerca i giornali del tempo, parla con alcuni conoscenti di Giorgio Agatino Giammona e di Antonino Galatola e in trenta giorni scrisse “Per non dimenticare mai” (Aletti editore), un romanzo che ripercorreva la vicenda umana della coppia assassinata.

«Era una storia che conoscevo e dalla quale all’epoca ero rimasto molto scosso», disse Di Salvo. «Anche perché a quel tempo, pur essendo felicemente sposato e con una figlia, cominciavo ad avere i primi sentori della mia omosessualità». «A Catania ho trovato pochissimi documenti, mi sono rivolto all’Arcigay nazionale, all’associazione Sandro Penna di Torino e a Pride, una delle riviste più importanti del mondo omosessuale. Fortunatamente ho incontrato dei colleghi che a quel tempo insegnavano a Giarre e che conoscevano i ragazzi. Mi hanno raccontato delle cose allucinanti: il luogo dove furono trovati Giorgio e Antonino (nel romanzo Alfio e Michele) in questi venticinque anni ha subito una incredibile cementificazione, l’albero sotto il quale i due furono trovati morti è stato incenerito da un fulmine. L’assassino ufficiale oggi ha problemi mentali e vive in condizioni di degrado. A mio parere non fu lui l’autore del duplice omicidio: un ragazzino non avrebbe potuto sparare con una pistola 7,65. Secondo le ipotesi fatte da esperti, un braccio così esile non avrebbe potuto sopportare i forti contraccolpi di un’arma di quel calibro». Cosa ti ha colpito di questa storia? «Soprattutto la reazione della società di allora: non ci fu alcuna pietà nei confronti di questi due giovani che avevano manifestato il loro amore e il desiderio di viverlo. Mi ha colpito l’indifferenza, l’ipocrisia, la cattiveria, atteggiamenti che uccidono l’essere umano. Ho scritto questo libro per evitare che casi del genere abbiano a ripetersi. Ancora oggi sono tanti i pregiudizi contro gli omosessuali». Secondo te chi è stato l’assassino? «Il sostituto procuratore Giuseppe Foti parlò chiaramente di un’esecuzione. Un’esecuzione organizzata da chi? È questo il punto oscuro sul quale non si è fatta luce. Qualcuno ha parlato di certi ambienti collegati da un vincolo di parentela con una delle due famiglie. La verità è che questi due ragazzi erano scomodi alle famiglie, molto scomodi per lo scandalo che suscitavano in paese». Il libro di Di Salvo e di Eredia scava nella vita di questi due «pionieri del coraggio e dell’orgoglio omosessuale, che allora dovettero affrontare una vita piena di ostacoli e di difficoltà». «Basti pensare», seguita Riccardo, «che nella famiglia di Antonino c’erano dei forti attriti causati dall’ostilità nell’accettare questa situazione e dal fatto di essere oggetto della derisione di tutto il paese. Basti pensare che il padre di Giorgio mandò il figlio fuori dalla Sicilia per allontanarlo dal paese. Poco tempo dopo lui tornò a Giarre e riprese la storia d’amore con Antonino. Una storia bellissima perché vissuta con grande libertà, una storia in cui si coglie il coraggio di sfidare l’ipocrisia e il bigottismo».

 

Selvaggia

fonti: http://www.wikipedia.org

http://www.repubblica.it

http://www.guazzintonpost.blogspot.it

http://www.wikipink.org

4 commenti su “CORREVA L’ANNO… 1980

  1. mokina
    27 novembre 2015

    Articolo interessantissimo (come sempre) che mi ha lasciata con l’amaro in bocca. Sicuramente la famiglia si è disfatta del proprio vergognoso congiunto, facendo accollare la colpa a quell’altro povero ragazzino. Sinceramente non conoscevo questa storia così triste che ricorda tanto quella di Giulietta e Romeo, avendo in comune lo stesso tragico finale. Quello che mi ha colpito è stato il coraggio dei due giovani, che nonostante gli sberleffi dell’intero paese, hanno vissuto il loro amore in pieno sole. Certo, non si può nascondere che c’era anche un certo divario di età e che uno dei due fosse minorenne, ma incredibilmente, la “colpa” (se di colpa si può parlare) non è mai stata quella dell’età, bensì il fatto che fossero dello stesso sesso. Fortunatamente le cose stanno cambiando, ma non bisogna mai dimenticare quanti ragazzi hanno sofferto (e sono morti) per il diritto a vivere liberamente la propria vita.

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    • selvaggia
      27 novembre 2015

      Personalmente, quello che più mi ha colpito di questa storia è stato il fatto che non c’è memoria di nulla. Anche fare delle ricerche è stato estremamente complicato e per quanto mi sia impegnata, questo è tutto quello che ho trovato. Dispiace molto che due poveri ragazzi siano stati cancellati così dalla memoria storica di chiunque, persino della famiglia. Speriamo davvero che le cose continuino a cambiare. A presto

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  2. perrypotter
    5 dicembre 2015

    Onestamente non conoscevo questa storia tristissima. Il pensiero che due ragazzi siano morti per il solo fatto che si amavano mi riempie di tristezza e rabbia e le cose, a distanza di tanti anni, devono ancora migliorare perchè troppi ragazzi vivono nel terrore dei propri sentimenti, della propria natura, della reazione della famiglia e di tutti coloro che li circondano. Ancora troppi ragazzi non si sentono sicuri a camminare mano nella mano col proprio compagno ed è assurdo.
    Grazie per questo articolo tanto triste quanto importante.
    Patrizia

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    • selvaggia
      6 dicembre 2015

      Grazie a te per averci lasciato il tuo pensiero, cara Patrizia. In effetti, di questo fatto di cronaca si conosce davvero poco, per non dire nulla. Io stessa ho scoperto di questo evento unicamente per caso. Concordo con te sul fatto che purtroppo da noi la situazione è ancora insostenibile. Sta cambiando sì, ma in modo così lento da essere quasi impercettibile. Ecco perchè ci teniamo anche a pubblicare questo tipo di articoli… perché certe cose non devono essere dimenticate, anzi. Dobbiamo parlarne e dobbiamo parlarne spesso perchè si diffondano il più possibile. Continua a seguirci e un abbraccio.

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Questa voce è stata pubblicata il 27 novembre 2015 da in Correva l'anno con tag , , .

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