Tre libri sopra il cielo

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PAROLE NEL WEB: “UNIVERSITAS IN LOVE” di Melian_Belt

Cari amici e amiche, eccoci al primo appuntamento settimanale della rubrica “Parole nel web“. Il freddo e scorbutico Francesco finalmente comincia a sgelarsi un poco, vedrete… nel secondo capitolo avrete pure una sorpresa inaspettata. Del resto quella macchina che sembra puntare Andrea, farebbe smuovere il cuore di chiunque. Ma intanto gustiamoci Andrea in tutto il suo magnetico splendore.

Buona lettura.
COVER PER UNIVERSITAS

TRAMA: Andrea è il nuovo arrivato tra i docenti di un’università di legge, e anche il più giovane. Considerato un genio, è arrivato fin lì solo ammazzandosi di studio, ma certo il suo carattere non è proprio quello di un rispettabile professore! Impacciato e confusionario, la presenza di un collega gelido come un iceberg e di un’acidità unica non è proprio la cosa migliore per metterlo a proprio agio! Come farà?

CAPITOLO TRENTADUE – INTO YOUR LOVING ARMS

Un gelo mi invade il petto, contro il quale il cuore dà una botta pazzesca tanto che forse si è rotto. Chiudo gli occhi e poi tutto è confuso, l’unica cosa che so: lo scontro non arriva. Qualcosa mi afferra per i fianchi, tirandomi indietro e di colpo mi trovo a guardare il cielo grigio, una cinta calda intorno alla vita.

“Andrea…” è appena un mormorio, emesso a fatica tra un respiro spezzato e un altro. Sollevo la testa, incontrando un grigio che mi piace molto più di quello del cemento e delle nuvole. Intontito, non dico niente, mi sforzo di abbozzare un sorriso ma lo sento che non è granché. Decisamente un sorriso bruttino. Una mano si poggia a lato del mio viso, spostando i capelli in un gesto rassicurante. Il petto di Francesco si alza e abbassa contro la mia schiena e sospira, una lieve nuvoletta di vapore si solleva nell’aria. Una donna si avvicina di corsa, dev’essere uscita dalla macchina che ha avuto la sfortuna di passare in quel momento. È pallida per lo spavento e solo ora mi rendo conto di quanto il parafango sia vicino.

Il veicolo si è spostato su una fiancata per la frenata brusca, due linee nere marcano l’asfalto.

“Ha…” mi schiarisco la voce. “…dei buoni riflessi, signora”.

“Vuole… che chiami l’ambulanza?”.

Lentamente la mia mente riprende a ragionare. Sono tra le braccia di Francesco, sulla strada davanti alla facoltà: ciò non è bene.

“No” rispondo, con voce flebilmente più stabile. “Sto bene”.

Stringo uno degli avambracci di Francesco, ancora stretti intorno alla mia vita.

“Sto bene” ripeto, incrociando gli occhi con i suoi. Mi scannerizza dalla testa ai piedi e i suoi lineamenti si rilassano a capire che è vero. Sento la presa intorno a me stringersi, prima che mi lasci andare e si tiri in piedi: stare per terra con la schiena mezza sul marciapiede non doveva essere molto comodo. Ma non è per questo che si è alzato così in fretta. I presenti che si sono avvicinati indietreggiano quando Francesco si fa strada tra di loro, cercando qualcuno.

Una ragazza si avvicina, porgendomi una bottiglietta d’acqua: “Professore, vuole…”.

Nego con il capo, poggiandomi su un gomito e tirandomi su. Mi accorgo solo ora del bruciore sullo zigomo, dove sono caduto sull’asfalto. Ci passo sopra due dita e si sporcano appena di sangue.

“No, grazie…ma che è…”.

Corrugo la fronte, cercando di ricordare. Qualcuno mi ha spinto. Sposto lo sguardo dal marciapiede al punto dove sono caduto. “E anche piuttosto forte” mormoro.

La stessa ragazza mi tende un fazzoletto, che accetto cercando di abbozzare un sorriso. Non sento dolore, né paura, ma la mano mi trema lo stesso mentre la porto alla ferita. Francesco si è fermato, i pugni stretti che vengono sciolti solo per nascondere le dita tra i capelli. Prende grandi respiri con il naso e porta indietro una spalla per stirare la schiena. Ci saranno almeno una decina di studenti, alcuni guardano da lontano, altri si sono avvicinati per capire cos’è successo.

“Ma cos’è successo?” sussurra un ragazzo.

Una studentessa risponde con lo stesso tono di voce: “Uno l’ha spinto sulla strada ed è scappato, l’ho visto andare di là”.

“La macchina lo stava per prendere”.

“Ma avete visto chi è stato?”.

“Un ragazzo alto, è corso via per quella strada”.

Anche Francesco li sente, perché subito si volta per imboccare quella direzione.

“Francesco!” lo chiamo, lui si gira. È talmente teso che i muscoli del collo sono rigidi e ingrossati. Non sarò una faina, ma non ho la minima intenzione di permettere a Francesco di inseguirlo, soprattutto perché immagino bene di chi si tratti. Mi avvicino, combattendo il desiderio di prenderlo per mano.

“Mi accompagneresti a casa, per favore?”.

La signora della macchina interviene dalle mie spalle: “Forse sarebbe il caso di chiamare la polizia”.

Non distolgo l’attenzione da Francesco e nemmeno lui da me. “Per favore” ripeto.

Dopo qualche secondo, rilascia un profondo respiro e annuisce. Il rumore di una portiera che si chiude e dei passi in corsa, Claudio Landori scende dalla macchina a gran velocità, superando quelle rimaste in fila per il rischiato incidente. È senza fiato e si passa una mano sul viso.

“Miseria” mormora.

Senza gli occhiali e la solita aria sicura di sé, non sembra più lui.

“Mi dispiace”.

Non riesce a dire altro, agita le mani nell’aria per trovare le parole ma gli sfuggono via. Lascia cadere le braccia ai fianchi: “Avete visto dov’è andato?”.

Francesco indica la prima strada a destra, il viso chiuso in una maschera imperscrutabile. Claudio fa un cenno di assenso.

“Scusate… davvero”.

Risale in macchina e in pochi secondi scompare dietro l’angolo.

Francesco mi poggia la mano sulla schiena, indirizzandomi verso il parcheggio della facoltà: “Vieni”.

I miei passi sono tutto tranne che composti, cerco di camminare più in fretta possibile sotto gli sguardi fissi su di me. Mi giro appena verso la ragazza che mi ha dato il fazzoletto: “Grazie”. Lei sorride, inarcando le spalle in un non c’è di che.

Francesco non dice niente, nemmeno quando fa scattare la sicura delle portiere ed entriamo in macchina. Mette in moto e con la disinvoltura di anni di pratica esce dal parcheggio, imboccando la strada nonostante il tremore irato che lo scuote. Il silenzio è opprimente ma al momento mi trovo a corto di parole. Cerco di ricostruire i passaggi di quanto appena successo, sembra tutto così surreale, onirico. Nascondo le mani sullo stomaco e incrocio le dita, cercando di assorbire il fatto. Fa paura, incidenti me ne sono capitati spesso ma mai prima d’ora qualcuno aveva cercato di farmi fisicamente del male. Mi scuote un tremito, ma lo nascondo.

Ci fermiamo a un semaforo e le parole quasi mi saltano fuori dalle labbra: “Grazie”.

Francesco tiene le mani sul volante, insieme allo sguardo. Con quella che a me sembra una lentezza esasperante si gira verso di me, la bocca piegata in una smorfia incerta e gli occhi lucidi.

“Ti pare”.

I rumori dal di fuori sono lontani, come se tutto il mondo ora si fosse concentrato in questa macchina. “Hai… sbattuto la schiena?”. Ovviamente fa un cenno di diniego. Mi sforzo di usare un tono allegro, tutto quello che esce fuori è una cantilena storpiata: “Certo, sollevare all’indietro un ragazzo ben più che ventenne cappottandosi contro il marciapiede con tutto il suo peso addosso, non farebbe male a nessuno”. Abbozza un sorriso, tutt’altro che convinto.

“Beh…” mi schiarisco la voce. “Com’è successo insomma… tu dov’eri quando…”.

Inizialmente non sembra capire, quasi la sua testa sia in un mondo parallelo. “Ah” dice dopo un po’. “Sono uscito poco dopo di te dall’università. Stavo aspettando la fine della riunione, ma un’assistente mi ha visto e mi ha chiesto di darle dei documenti quindi… mi sono allontanato, mentre tu uscivi, ho trovato la stanza vuota…”. Finalmente allontana le mani dal volante, scostandosi i capelli e abbandonandosi contro lo schienale.

“Ti ho visto uscire e ti sono venuto dietro. Stavi andando verso la fermata dell’autobus e… poi quel pazzoide è arrivato dall’altra parte della strada”. Irrigidisce i muscoli, lo sguardo si indurisce. Rivedo la scena, nemmeno avessi assistito. Gli occhi mi si inumidiscono e il naso comincia a prudere: “Ti sei… gettato per strada, lo sai?”.

Si gira verso di me, senza rispondere. Mi sento andare a fuoco e devo sforzarmi per chiedere: “Perché stavi aspettando?”.

Quasi come se temesse che io scappi via, si accosta a me, una sua mano si poggia piano alla base del mio collo. Mi spinge un poco verso di sé e si allunga il minimo indispensabile per poggiare le labbra sulle mie, un lieve strofinio che scioglie tutti i nodi che mi si erano creati nello stomaco, la tensione scivola lontano. Ho socchiuso gli occhi, quando li riapro i suoi sono fissi nei miei.

“Mi dispiace” dice, le dita che salgono a chiudersi intorno ai capelli alla base della mia nuca. Tiro su con il naso, in un gesto che rovina in mezzo istante il momento assolutamente perfetto.

“Così mi fai piangere però”.

Sorride e avvolgo le braccia intorno al suo collo, nascondendoci il viso mentre le sue braccia si stringono intorno a me. Mi abbraccia e finisco più sul suo sedile che sul mio. Affondo nell’odore leggero e rassicurante, come le braccia che mi cingono la schiena e le spalle, come il petto solido contro il quale mi appoggio. Non dovrebbe essere un equilibrio difficile da mantenere, ma chissà come riesco a perderlo. Sbatto il ginocchio contro il cambio delle marce e sento un botto, accorgendomi che si tratta della schiena di Francesco contro la portiera quando alzando le mani incontro il freddo del finestrino. Mi tira su per le spalle, con la vecchia espressione scocciata che mi è mancata. È passato solo un giorno lo so, quindi cosa?

“Ma come diavolo fai?”.

Sorrido colpevolmente: “Talento naturale”.

Anche le sue labbra si distendono, mentre con le dita mi sposta un ciuffo di capelli: “Già”.

Il semaforo torna verde ma non ne voglio sapere di lasciarlo andare. Gli afferro la mano destra e lui non la porta via, arrendendosi con un sospiro a guidare con la mano acciaccata. Incrociamo le dita e continuo a sorridere come un idiota, asciugandomi con la manica le lacrime che per un attimo hanno minacciato di scendere. Lo vedo sorridere e ciondolare il capo.

“Che c’è?” chiedo, incapace di capire a cosa stia pensando. Mi lancia una breve occhiata prima di tornare a guardare la strada.

“Da quando ti conosco ho rischiato di essere investito due volte, sono caduto per una rampa di scale, due pazzi mi hanno baciato e dichiarato il loro amore, mi è morto il gatto e per compenso ne ho presi quattro. Mio fratello che non chiamava da anni mi ha ricontattato e ho un rapporto quasi civile con Landori. Ah, ho anche fatto sesso con uno parecchio più giovane”.

Si ferma ad un secondo semaforo: “Un bel po’ di roba”.

Mi mordo il labbro: “Già”.

Di colpo mi accorgo che qualcosa non torna: “Due pazzi?”.

Mi guarda con il caro sorrisetto bastardo. Spalanco la bocca, prima di colpirlo con un pugno sul braccio: “Maledetto!”.

 

CAPITOLO TRENTATRE – DUE SU DUE

Raccolgo le braccia al petto, ma non posso fare a meno di sorridere.

“Io non sono un pazzo, tanto per informazione. E tu sei antipatico”.

Scrolla le spalle: “Talento naturale”.

“Ma che mi fai il verso?”.

“Sì”.

Rido e mi appoggio con la testa sul finestrino, sospirando. Rafforzo la stretta intorno alla sua mano: “Alla fine è andato tutto bene”.

In modo appena percettibile, ma pur sempre presente, anche lui ricambia, le dita che si stringono sulle mie. Non dice niente, riprende a guidare. So che non gli piace distrarsi mentre lo fa e, anche se a me diverte tantissimo dargli fastidio, lo lascio stare. Gira ad un angolo, dopo il quale si ubica il mio portone. So che sono stato io ad andarmene da casa sua, sinceramente non so nemmeno come sia successo che dopo nemmeno una notte di relazione io mi sia piazzato da lui. Vorrei restare con lui, specialmente con le cose che sono successe nelle ultime ore. Ma non oso parlare di questo argomento e mi tolgo la cintura senza dire una parola, non appena si accosta al marciapiede. Mi giro per salutarlo e mi accorgo che si è sciolto anche lui, ora sta proprio uscendo dal veicolo. Mi sporgo: “Ma che fai?”.

Con il capo mi invita a scendere: “Con la tua capacità di sopravvivenza, rischi di farti uccidere dallo zerbino. Scendi, ti accompagno su”.

Mi stendo ancora di più, cercando di guardarlo in viso. Com’è prevedibile, ha il solito cipiglio scocciato: “Beh, che aspetti?”.

Guardo rapidamente i dintorni: “Ma qui non si può parcheggiare”.

“Quanto vuoi che ci mettiamo a prendere quei quattro folli e a tornare giù?”.

Corrugo la fronte: “Tornare giù?”.

Sbuffa: “Sì, tornare giù. Datti una mossa, da qui a casa mia saranno almeno trenta minuti”.

Il mio cervello, che va faticosamente avanti grazie a un vecchio criceto che gira su una ruota, ovviamente non comprende subito le implicazioni: “Vuoi dire che… torno da te?”.

Appoggia un braccio sullo sportello aperto: “E dire che mi sembrava una cosa semplice, da capire…”.

Con un gesto di vittoria, mi catapulto fuori dalla macchina. Il piede mi si incastra nello spazio che la divide dal marciapiede, ma in modo molto poco composto riesco a ritrovare l’equilibrio.

“Decerebrato” sento borbottare, prima che scatti la sicura della macchina. Mi giro e sorrido, passandomi una mano tra i capelli. Riesco a trovare le chiavi, immerse negli abissi profondi delle tasche. Mentre le infilo nella toppa, riesco a guardarmi nei vetri del portone a specchio. Però, uno zigomo arrossato niente male. C’è il riflesso di Francesco, si guarda intorno come se si aspettasse di vedere uscire da un momento all’altro un lupo mannaro. Lo capisco da come sposta lo sguardo da un punto all’altro, da come le sue spalle sono tese e i pugni chiusi nelle tasche del cappotto.

“Francesco”.

Mi punta gli occhi addosso: “Che c’è?”.

“Stai tranquillo”.

Solleva gli occhi al cielo: “Disse l’uomo che si incastrò la testa in una finestra”.

Spalanco gli occhi, prima di scoppiare e ridere: “Te lo ricordi?”.

“Dettaglio piuttosto indimenticabile”.

Ci mettiamo pochi minuti a prendere lo scatolone contenente le fiere, che ho imbottito con uno dei due cuscini che avevo in casa. Ora ci somiglia soltanto lontanamente. Francesco sembra appena uscito da un film di gangster americani. Squadra ogni angolo, tiene le mani in tasca quasi ci nascondesse una pistola pronta all’uso. Di una cosa sono sicuro: se quel Landori sbucasse in questo momento, non avrebbe nemmeno il momento di aprire bocca prima di trovarsi Francesco addosso. Mi viene da sorridere quando aspetta che io entri in macchina, prima di fare lo stesso dopo un’ultima occhiata ai dintorni. Incastro con cautela lo scatolone tra il sedile di dietro e il mio e sistemo i vestiti di ricambio sulle mie gambe, giocherellando con la manica della felpa.

“Hai del latte a casa?”.

“No, devo fare la spesa. E tu vieni con me”.

“Perché? Hai paura che ti faccia esplodere qualcosa?”.

“C’è da chiederlo?”.

Ignorando la sua scarsa fiducia in me, poggio il gomito sul finestrino e sorrido, notando un particolare a cui prima non avevo fatto caso.

“Hai la cravatta grigia”.

Corruga la fronte: “Eh?”.

China il capo, controllando in effetti di essersi messo proprio quella. Abbozza anche lui un mezzo sorriso: “Già. Dovevo farmi perdonare”.

Rido, allungandomi per afferrare l’oggetto discusso: “Ti avrei perdonato lo stesso, specialmente se…”.

Infilo due dita nel taschino della sua giacca, estraendo gli occhiali da vista. Cerco di inforcarglieli, ma quando capisce che probabilmente ne uscirebbe cieco fa da solo.

“Questo che starebbe a significare?”.

Scosto un po’ la testa in fare ammiratore: “Ci stai bene. Ti fanno meno bastardo”.

Rimane impassibile per qualche secondo, prima di ciondolare il capo: “Tu sei tutto scemo”.

Si immette nella strada e toglie gli occhiali, stropicciandosi un occhio con il dorso della mano.

“E in ogni caso…” borbotta, lanciandomi un’occhiata di sbieco. “…devi ancora spiegarmi come si fa ad origliare senza volerlo”.

Mi schiarisco la voce con un colpo di tosse, imbarazzato sento le mie gote arrossarsi.

“Ecco…ho dato una botta al ricevitore…ero seduto sul letto, mi è suonato il cellulare, mamma ha chiamato…insomma ho dato una botta…”.

Con un gesto della mano mi ferma: “Ho un quaderno nella cartellina. Puoi fare uno schema concettuale se vuoi”.

“Spiritoso. Comunque niente, la cornetta si è spostata e si sentiva tutto. Non ho osato rimetterla al suo posto perché si sarebbe sentito”.

Il viso corrucciato e pensieroso, lo vedo dall’espressione che sta assorbendo quello che ho appena detto.

“E non potevi allontanarti e non sentire?”.

Silenzio.

“Ecco…”.

“Idiota”.

Scuote il capo ma il suo cipiglio non è particolarmente arrabbiato, sembra più la madre di un figlio particolarmente propenso ai disastri che ormai si è arresa. Sospiro e mi accoccolo con gioia sul sedile, anche se ho un fianco un po’ acciaccato dallo scontro con la strada. Stringo le dita nella felpa a pensare a quanto successo e mi chiedo come si siano risolte le cose. Claudio è stato il primo a essere amichevole con me ed è stato ad entrambi vicino dopo l’incidente di Francesco, pur con quel suo modo di fare strafottente. So che anche Francesco non ha insistito sulla polizia per questo motivo, ma l’idea che quel tipo possa tornare mi inquieta abbastanza. Spero solo che Claudio sia in grado di renderlo innocuo, non ci tengo a rivederlo.

Quando arriviamo al supermercato non c’è molta gente e a trovarmi qui con Francesco mi prende uno strano entusiasmo. Stiamo facendo la spesa insieme! Per una persona che come me venera il cibo, questo è un rito di estrema importanza. Caccio via i brutti pensieri e trotterello allegramente verso i carrelli. Dopo una lotta ardua tra me ed il congegno bloccante, terminata solo quando Francesco mi ha spostato di peso e ha fatto lui, ci inoltriamo tra gli scaffali.

Sorrido che tutta la pelle del viso tira in maniera vergognosa.

“Che hai da sorridere così?”.

Mi volto verso Francesco, intento a maneggiare una scatola di pelati.

“È la prima volta che facciamo la spesa insieme”.

“Emozionante. Quindi?”.

Sollevo le spalle, congiungendo le mani dietro la schiena.

“Cosa da coppia”.

Rimane in un silenzio perplesso. Per un attimo temo che voglia tirarmi addosso l’intero settore di passate, poi lascia cadere nel carrello il barattolo che aveva in mano. Mi supera, diretto verso il settore con il cibo per animali.

“Scrivitelo sul diario quando torni a casa, hm?”.

Mi guarda male quando la punta del mio piede colpisce il suo polpaccio.

“Ce la fai a prendere la pasta, o finirai stritolato dagli spaghetti?”.

Le braccia incrociate al petto, mi dirigo verso il settore giusto. O almeno, così mi era sembrato. Per la miseria, siamo in Italia, dovrebbero esserci scaffali pieni! Allora com’è possibile che mi sia girato l’intero supermercato senza trovare niente?

Qualcosa di metallico mi colpisce la gamba e schizzo in aria, una mano all’altezza del cuore. Mi giro, scoprendo che è stato il dolce Francesco a prendermi con il carrello. Scuote il capo, poggiando con abbandono la fronte su una mano.

“La pasta era nello scaffale davanti a te”.

“Eh?”.

“Quando te l’ho chiesto, ce l’avevi davanti”.

Rimango per un attimo perplesso. “Mi hai seguito per tutto questo tempo?”.

Annuisce. Sollevo le mani in aria in un gesto stizzito: “E non potevi dirmelo prima?”.

“E che ne so io che oltre ad essere celebroleso sei anche cieco!”.

“Non sono cieco! Ero distratto!”.

“Allora il celebroleso lo ammetti”.

“Non ho detto questo!”.

Ci immobilizziamo, consci di aver attirato lo sguardo dei presenti. Trattengo a stento una risata, prima di sentirmi trascinare da Francesco verso la cassa. Siamo quasi arrivati a casa, quando Francesco si irrigidisce leggermente. È questione di un secondo, stranamente nella mia scarsa presenza di spirito lo noto. Parcheggia rapidamente: “Andrea, ti spiace aspettarmi sopra?”.

“Perché?”.

“Niente di importante, arrivo subito. Hai le chiavi?”.

“Le tue?”.

“No, quelle di Buckingham Palace”.

“Ah, ah” imito una moscia risata. “Sì, le ho”.

“Sicuro che siano proprio quelle?”.

“Certo, per chi mi hai preso?”.

“Per Andrea Marinetti”. Con un cipiglio falsamente offeso scendo dalla macchina, prendendo i gattini con una manovra troppo contorsionistica per i miei gusti. Mi guardo intorno, cercando di capire cosa possa aver spinto Francesco a voler rimanere giù. Mi arrendo all’ignoranza e apro il portone.

Francesco POV

Andrea scompare dietro la grande porta marrone. Sospiro, poggiando stancamente la mano sinistra sul volante. Apro e chiudo le dita, non riesco a trattenere una smorfia al dolore che lancinante sale su per il braccio, verso i muscoli della spalla. Con la destra mi porto indietro i capelli, cercando inutilmente di spostarli dagli occhi. Continuo a rivedere la scena di ciò che sarebbe potuto essere. La macchina che invece di mancare il suo bersaglio lo prende in pieno. Prendo un respiro profondo, cercando di calmare la rabbia che mi sale al petto. Al solito, le mie capacità di placare il caratteraccio non sono granché. Spalanco la portiera e la chiudo con più forza del necessario, mentre mi dirigo dall’altra parte della strada.

Da una macchina nera, esce Claudio Landori. Lo vedo dalla tensione del suo viso che prova a sorridere, ma demorde subito. So che lui non ha colpe, nonostante il modo in cui stringe le chiavi della macchina e cerca di evitare il mio sguardo mi spinga a credere che lui possa pensarlo. Per questo mi sforzo di assumere un’aria pacifica, ma la mia immagine riflessa in una vetrina mostra il fallimento.

“Come…sta Andrea?”.

Salgo del tutto sul marciapiede. Già quest’uomo è decisamente più alto di me, cosa a cui non sono del tutto abituato, meglio non dargli altri centimetri di scarto.

“Per ora bene” rispondo, il tono impassibile. “Il piccoletto è forte”.

Claudio sorride: “È un po’ grande per chiamarlo piccoletto”.

Scrollo le spalle, incurante di rispondere.

Si schiarisce la voce, visibilmente desideroso di terminare la discussione il prima possibile: “Mi dispiace per Marco. Credevo che gli fosse passata. Soprattutto…non credevo che…” si interrompe, a corto di parole. Non dev’essere facile accostare il proprio fratello alla parola uccidere o spingere sotto una macchina, almeno per lui. Io il mio ce lo spingerei volentieri, giusto per il gusto di fargli prendere uno spavento. Nascondo le mani nelle tasche della giacca: “Ho capito. Io non lo denuncerò, nemmeno Andrea credo. Gli sei troppo simpatico”.

Claudio sembra sgonfiarsi, quasi diventare più basso.

“Grazie” la voce gli esca roca, appena un sussurro. Lo fisso negli occhi, cercando di comunicargli il messaggio con l’incisività necessaria: “Ma se si avvicina anche solo di dieci metri ad Andrea, lo schianto nella prima vetrina disponibile. Sono stato chiaro?”.

Annuisce: “L’ho messo sul primo treno per Venezia. Nostra sorella è una belva, avrebbe avuto fortuna in un regime autoritario”.

Abbozzo un sorriso: “Immagino le vostre cene di Natale”.

Claudio si lascia sfuggire una risatina: “Prima o poi ci scapperà il morto”.

Mi tende la mano ed io la stringo.

“Grazie”.

“Non c’è di che”.

Prima ancora che la macchina di Landori sia scomparsa dietro l’angolo, prendo la spesa ed entro nel portone. C’è l’ascensore e per una volta sono troppo stanco per andare a piedi. Mi abbandono con la schiena contro la parete, pigio il pulsante del mio piano. Sospiro, chiudendo gli occhi per un attimo. Dall’incidente la mia capacità di resistenza ha subito un brusco calo, spero solo che con il tempo le cose si sistemino. Anche se alla mia età non so in che possibilità di rigenerazione stia contando. Quarantadue anni sembrano d’improvviso un’eternità. Quando mi stacco dalla parete la schiena chiede pietà, pulsante nel punto dove sono andato a sbattere questo pomeriggio. Claudio ha ragione: Andrea decisamente non è un piccoletto e io non ho più l’età per certe cose.

Esco silenziosamente dall’ascensore, rimanendo di sasso ad accorgermi che Andrea è fermo davanti alla porta. Le braccia piene di uno scatolone miagolante, i capelli castani in completo disordine e gli occhi troppo grandi che gli danno un’aria da bambino. Sorride, le gote arrossate per l’imbarazzo.

“Ho… preso le chiavi sbagliate”. Signore e Signori, Andrea Marinetti in tutto il suo splendore!

 

6 commenti su “PAROLE NEL WEB: “UNIVERSITAS IN LOVE” di Melian_Belt

  1. Manuela
    28 novembre 2015

    ahahahahahahah….. un mito!!1

    Mi piace

  2. Anna
    28 novembre 2015

    Bello! Io adoro i pov …. è molto interessante conoscere i sentimenti di controparte.

    Mi piace

    • selvaggia
      28 novembre 2015

      Vero… quando ho letto POV Francesco ho cacciato un urletto alla “Andrea”…

      Mi piace

  3. Milly
    28 novembre 2015

    Io conoscevo già la storia, l’avevo letta parecchio tempo fa ed era già molto ben scritta e molto divertente, ma la riedizione, secondo me, è davvero geniale.
    Grazie Melian e grazie Tre Libri Sopra il Cielo!

    Mi piace

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Questa voce è stata pubblicata il 28 novembre 2015 da in Parole nel web, Racconti originali e talenti nascosti con tag , , .

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