Tre libri sopra il cielo

Blog dedicato alla letteratura M/M e Lgbt in tutte le sue sfaccettature

PAROLE NEL WEB: “UNIVERSITAS IN LOVE” di Melian_Belt

Cari amici e amiche, eccoci al primo appuntamento settimanale della rubrica “Parole nel web“. Che paura, povero Francesco. Per un attimo ha davvero pensato di aver perso il suo goffo e impacciato Andrea. Per fortuna questa volta è andato tutto bene, ma non adagiatevi troppo sugli allori… altri disastri si prospettano all’orizzonte. Nel frattempo, godiamoci questi rari momenti di dolcezza del nostro burbero Professore di Costituzionale.

Buona lettura.
COVER PER UNIVERSITAS

TRAMA: Andrea è il nuovo arrivato tra i docenti di un’università di legge, e anche il più giovane. Considerato un genio, è arrivato fin lì solo ammazzandosi di studio, ma certo il suo carattere non è proprio quello di un rispettabile professore! Impacciato e confusionario, la presenza di un collega gelido come un iceberg e di un’acidità unica non è proprio la cosa migliore per metterlo a proprio agio! Come farà?

CAPITOLO TRENTAQUATTRO – ME AND MY MONKEY

Stranamente, invece di arrabbiarsi o lanciarmi una delle sue solite battutine, Francesco sorride e solleva gli occhi al cielo. Tira fuori le chiavi di casa dalla tasca e apre la porta, accolto da una Brioche più pazzoide del solito, che quasi sembra ballare il tiptap per come sbatte le zampe a ritmo sul pavimento. Camminando rasoal  muro e attento a tenere i gatti fuori dalla portata della belva, riesco ad arrivare sano e salvo in cucina. Francesco mi segue a ruota, portando con sé la busta della spesa. Estrae il latte e lo poggia sul tavolo, mentre sistema le poche altre cose nel frigo e nella dispensa. Mi lascio cadere sulla sedia in modo tutt’altro che aggraziato, portando la mano a coprire la ferita sullo zigomo. Comincia a bruciare e tornano forti i ricordi della giornata, immancabilmente uniti a fantasie tutt’altro che da maturo professore d’università.

“Sai” esordisco, sorridendo come un beota. “Avremmo fatto molta più scena se dopo avermi salvato tu mi avessi dichiarato eterno amore”.

Per una volta, il composto Francesco Calandra cade dal suo piedistallo. La sua testa va a sbattere rumorosamente contro lo sportello, facendo tintinnare le posate impilate nello scolapiatti lì vicino. Si volta, fissandomi con sguardo assassino, una mano poggiata sul punto dove credo uscirà un bel bernoccolo: “Prego?”.

Trattengo a stento una risata, conscio che se gli scoppiassi a ridere in faccia mi tirerebbe addosso tutto il lavello: “Allora è vero che sono contagioso”.

Piega la bocca in una smorfia, chinandosi per prendere un pacco di pasta: “Se hai simili fantasie, vatti a guardare un cartone in salotto”.

Scuoto il capo e sbuffo, allungandomi per prendere Sherlock, impegnato in una scalata senza senso su Spike. “Ma tu guarda” borbotto, più tra me e me che altro. “Io gli dico quelle cose e lui niente. Nemmeno un sorrisino, mi fissa così e basta. Ma veramente…”.

Imbronciato, cerco di mettere la belva formato tascabile in una posizione che non implichi la sua testa dove dovrebbe esserci la coda. Ok, contano più i fatti delle parole e oggi in teoria Francesco ha dimostrato molto, ma un po’ di romanticismo non guasterebbe ecco! In realtà non sono davvero arrabbiato, ma chissà, con questa scena potrei ottenere qualcosa. I miei piani malefici finiscono miseramente, principalmente per il fatto che il collegamento causa-effetto non funziona con me. Nel senso: io faccio una cosa in previsione di ottenerne un’altra, come fanno tutti, ma chissà perché i corsi degli eventi finiscono per prendere vie del tutto anarchiche. Quindi anche questa mia intenzione va a cogliere margherite, perché comincio subito a dire paroline sceme a Sherlock, avvicinando il suo muso alla mia faccia: “Bello pucci pucci!”.

Sento lo sguardo scettico di Francesco su di me, prima che esca dalla stanza. Passano pochi secondi, prima che io lo senta muovere chissà cosa in salone. Portando con me Sherlock –non che io lo voglia, si è improvvisato edera sulla mia camicia- mi affaccio per scoprire cosa stia combinando. C’è uno scomparto, prima d’ora ben chiuso alla base della libreria, nel quale è custodita una notevole quantità di dvd. Francesco è seduto sul tappetto, tirando fuori contenitore su contenitore.

“Che stai cercando?”

Si volta, fulminandomi sul posto: “Non sono affari tuoi. Va’ via”.

Piego la bocca in una smorfia, prima di allontanarmi, cercando invano di dividermi dal gatto che sembra volersi fondere con me. Sento il televisore accendersi, poi un ronzare che dev’essere quello del lettore dvd. Senza capire, continuo nella mia opera da mamma lupa, combattendo con Mycroft che tenta di mandare giù tutto il panno imbevuto invece di limitarsi a ciucciare il latte. Dei passi meccanici nel corridoio e Francesco ritorna, un assetto più rigido del solito nel modo in cui tiene dritta la schiena.

Senza dire niente, prende Mycroft con una mano e con l’altra mi tira su, con una facilità che mette in imbarazzo quel poco di onore virile rimastomi. Mi trascina in salone, tra le mie lamentele sconclusionate: “Ehi…che è? Che fai?”.

Con le labbra serrate in una linea sottile che non riesco a interpretare, indica lo schermo. Mi passo una mano tra i capelli, mentre socchiudo gli occhi e cerco di riconoscere la scena.

“Bridget Jones? Cosa…che c’entra?”.

Mantenendosi nello stesso silenzio, mi spinge a sedere sul divano, tirando fuori il telecomando dalla tasca dei pantaloni. Mi fa un cenno con il capo che ricorda stranamente un ecco, contento adesso?.

In genere sono io quello dal comportamento assurdo, non certo lui, quindi decisamente non riesco a cogliere bene il punto nello sviluppo degli eventi. Scrollando le spalle, mi arrendo a guardare lo schermo, i gomiti poggiati sulle ginocchia. Ricordo questa scena, mia cugina adora Colin Firth, mi ha fatto vedere la serie almeno cinque volte. È la parte in cui Mark e Bridget stanno insieme sulle scale, nel primo film. Ma non capisco che diavolo c’entri adesso…

…io mi sento già una perfetta idiota per la maggior parte del tempo in ogni caso, con o senza palo dei pompieri”.

Una volta, alle elementari, siamo andati in gita ad una caserma dei pompieri. Abbiamo ancora nei vecchi album la foto che testimonia la mia perfetta discesa, dritto sulla testa del pompiere che stava spiegando alla classe successiva. Non sono voluto andare a scuola per una settimana dopo quella vicenda, alla fine mia madre mi ci ha mandato chiudendomi in macchina con la sicura. Mi sa di aver raccontato questa storia a Francesco, in uno dei miei imbarazzanti soliloqui all’ospedale. Ora come ora, mi viene da ridere al ricordo della mia espressione terrorizzata nello scatto, con quegli occhi grandi da scoiattolo drogato e i capelli all’aria.

“Senti ehm…mi dispiace se sono stato, hm…”

“Cosa?

“Io non penso affatto che tu sia un’idiota”.

Non posso fare a meno di notare una certa somiglianza tra lui e Francesco, sarà l’aria cupa e la lingua decisamente molto poco contenuta.“

Oddio è vero che c’è qualche cosa di ridicolo in te e nei tuoi modi. E tua madre è piuttosto imbarazzante”.

Perché mi sento così terribilmente preso in causa? Mi agito sul divano, la testa che si sporge sempre più verso lo schermo con un’espressione che credo non sia particolarmente arguta.

E devo ammettere che sei veramente pessima quando ti capita di parlare in pubblico”.

“Questo non è vero! Le mie lezioni vanno benissimo!”.

Poi mi accorgo di star sbraitando contro il film, e smetto.

Mi distraggo un attimo a controllare che Francesco non stia sbirciando, ma i rumori dalla cucina mi convincono che la mia ennesima figuraccia sia stata per lo meno un assolo.

Ma il punto è…quello che cerco di dirti, in modo molto confuso è…è che…in effetti, probabilmente malgrado le apparenze, tu mi piaci. Da morire”.

Spalanco gli occhi, ogni frase che acquista un nuovo senso, come se non avessi una cugina che conosce questo pezzo a memoria. Per una volta la mia materia grigia sembra fare il suo lavoro. Prima ho chiesto un minimo di dichiarazione a Francesco, poi lui mi porta qui e senza dire una parole mi pianta davanti a questa scena del film. Mi agito, sbattendo le mani tra loro come uno di quei vecchi orsetti giocolieri a molla con tanto di piatti.

No tu mi piaci da morire Bridget, così come sei”.

Ridendo come un idiota, mi alzo e quasi di corsa mi dirigo in cucina. Mi fermo sulla soglia, poggiando le mani sui fianchi. Francesco finge di non sentirmi, simulando un interesse per i piatti che sta sistemando. Solo dopo un po’ si gira, sbuffa: “Allora, il tuo animo di Cenerentola è soddisfat…”.

Non gli lascio il tempo di finire, zompandogli addosso tipo macaco per intrappolare la sua bocca in un bacio che di composto non ha proprio nulla. Mentre lo bacio sorrido, in fondo contento di non essere il meno imbranato dei due in certe cose. Strofino le labbra sulle sue, cogliendolo con l’effetto sorpresa, per approfondire il più possibile, assaggiando ogni punto. Stringo le braccia al suo collo per accostarlo alla mia altezza, stringo le dita nei suoi capelli e tiro appena, preso da una foga che, nemmeno da dirlo, è tutta colpa sua. Mi stacco da lui, maledetta necessità di respirare!

Francesco mi guarda a occhi sgranati, non essendosi aspettato un simile attacco. Gli prendo il viso tra le mani, poggiando la fronte alla sua. “E così…” dico tra un respiro e un altro, un sorriso canzonatorio stampato sul viso. “Hai il dvd di Bridget Jones eh?” Caro mio, la tua reputazione è nelle mie mani adesso!

 

CAPITOLO TRENTACINQUE – SEXY

“Va bene, va bene” borbotta, mettendo il braccio tra noi due per cercare di staccarmi. “Ora scendi, sei pesante”.

Sollevo le sopracciglia: “Io pesante?”.

“Sì, tu pesante”.

Sbuffo, poggiando le gambe a terra ma non per questo staccando le braccia dal suo collo.

“Andrea” geme, un tono lamentoso che non gli avevo mai sentito prima.

Rido: “Ma che mi diventi un bambinone?”.

Francesco mi guarda scettico, prima di poggiare un dito sulla mia fronte: “Sarei io il bambino eh?”.

Sorrido, in una pallida imitazione di Stich: “Io coccoloso”.

Si passa una mano fra i capelli, scuotendo il capo: “E dopo questa colta citazione, puoi anche staccarti”. Scuoto lentamente il capo: “Non mi stacco. A meno che tu non voglia che tutta l’università sappia che hai il dvd di Bridget Jones”.

Fa per ribattere, ma richiude la bocca dopo un attimo.

“Questo è un ricatto”.

“No, un contratto sotto condizione”.

“Non farmi il maestrino di privato, per piacere”.

Sorridendo, mi accosto per stampargli un bacio sulla bocca. Faccio scivolare una mano su per la base del suo collo e Francesco perde un poco l’equilibrio, fermandosi con la schiena contro il muro della cucina. Ormai lo so qual è il suo punto debole e scendo con un scia di baci leggeri fino all’attaccatura del collo, lasciandomi un po’ prendere la mano quando mordo piano la pelle, giusto il minimo indispensabile per lasciare un segno rosso. Mi sa che il caro professore di Costituzionale dovrà tenere la sciarpa addosso alla prossima lezione. Lo sento trattenere il respiro e quasi alzerei le braccia in un gesto di vittoria per essere riuscito in questa grande impresa.

Il viso nascosto contro di lui, porto le mani ad afferrare la sua schiena, in quello che ricorda molto un abbraccio. Chiudo gli occhi e respiro a fondo, il ricordo della morte che per poco non mi portava via ritorna troppo forte quando la ferita sullo zigomo struscia contro il tessuto della sua giacca. Questo poteva essere il mio ultimo giorno, poi non sarei stato più niente, non avrei più rivisto la mia famiglia, Francesco. Senza nemmeno accorgermene mi stringo a lui con forza, magari un po’ troppa, ma Francesco non si lamenta. Anche perché, figuriamoci se io sarei in grado di fargli male a questo qui, con una mazza da baseball magari. Sento le sue braccia cingersi intorno a me, tenendomi stretto in un gesto che davvero non mi sarei mai aspettato di ricevere da nessuno, talmente assorbente e pieno che non ero mai nemmeno stato in grado di immaginarlo prima d’ora. Sono felice, la paura di scomparire si dissolve alla forza del corpo di Francesco, che mi tiene ancorato qui. Delle dita mi accarezzano lentamente i capelli, prendendo le ciocche già disordinate e tirandole appena. Bene, continuiamo così e mi addormento qui. Se non ci fosse Francesco a tenermi su, probabilmente sarei già scivolato a terra come un grumo di fango spiaccicato contro un parabrezza. Sento il suo petto contro il mio sollevarsi e abbassarsi mentre sospira.

“Non per niente, ma non ho l’età per fare queste cose contro un muro”.

Corrugo la fronte, sollevando il viso verso il suo.

“Quali cose?” sorvolo il fatto che la mia voce somigli a quella di un fattone prima che stramazzi al suolo, cercando di capire perché Francesco tenga il labbro inferiore stretto tra i denti ed abbia le guance leggermente arrossate. Chino lo sguardo, serrando le labbra e spalancando gli occhi quando mi accorgo che in effetti, nella mia foga da sanguisuga assassina, mi sono improvvisato rampicante su di lui e ho il ginocchio ben piantato sulle sue parti sensibili. Inarco un sopracciglio, con quello che spero sia un fare ammiccante e non un tic: “Miao”.

Francesco ovviamente mi congela sul posto, ma gli viene peggio del solito.

“Miao un corno”.

Ondeggiando stile papera, unisco le mani dietro la sua schiena, abbassando il ginocchio ma solo per poggiarmi del tutto su di lui, il mento sul suo petto.

“Ma come sei brutale”.

Rimane impassibile per qualche secondo.

“Sei lunatico, lo sai sì?”.

Scrollo le spalle: “No, non ne è vero”.

Riprendendomi dallo stato letargico lo afferro per un braccio, stavolta facendo attenzione a non sfiorare nemmeno il sinistro.

“Andiamo a letto”.
“Eh? Ma sono appena le sei!”.

“Mica andiamo a dormire”.

“Dai Andrea non mi va”.

“Te la faccio venire io la voglia” ridacchio, chiedendomi questa da dove mi sia uscita. Credo che se lo stia chiedendo anche lui perché tace, quasi mi sembra di sentir cigolare i meccanismi del suo cervello. Scavalco all’ultimo Brioche, stravaccata tipo carcassa in mezzo al corridoio, e mezzo trotterellando arrivo nella stanza, trascinandomi un Calandra poco convinto ma stranamente arrendevole. Lo prendo per le spalle e lo spingo a sedere sul letto, saltandogli in grembo con pochissima coordinazione.

Si irrigidisce, evidentemente contrariato al fatto che gli abbia acciaccato il membro riproduttore. Mi punta un dito sul viso: “Se uno non ha il controllo sulle proprie capacità motorie, certe cose non le fa”.

Sorrido, prendendogli il viso tra le mani e bloccando ogni futura lamentela. Francesco fa cadere il braccio con un tonfo, lasciandomi esplorare la sua bocca come meglio credo, rispondendo ogni tanto ma per il resto aprendosi a me con una disinvoltura che, conoscendolo come ormai lo conosco io, è quasi commovente. Ok, togliete il quasi, mi viene da piangere ma forse non è il caso di farglielo notare. Nemmeno riesco a immaginare gli epiteti poco virili che mi attribuirebbe se lo notasse. Sento la sua mano contro il mio petto, mi accarezza appena mentre in realtà il suo obiettivo è slacciarsi la cravatta prima che ci provi io, finendo per strozzarlo accidentalmente. Già che c’è mi libera anche dalla mia, poggiandole entrambe sul materasso al nostro fianco. Le mie mani scivolano dal suo viso giù per il collo, le spalle, andando a passare una carezza per tutta la lunghezza delle sua schiena. Solo ora lo sento sobbalzare, colto alla sprovvista a sufficienza per non riuscire a mascherarlo. Interrompo il bacio, senza dire niente.

Francesco incontra il mio sguardo per un po’, prima di distogliere il suo e nasconderlo nei cuscini. “Francesco”.

Ah, il tono di mia madre quando sa che gli sto nascondendo qualcosa. Non credevo di averlo ereditato così bene. I lineamenti del suo viso si chiudono in un’espressione imbronciata, se raccogliesse le braccia al petto sarebbe perfetto.

“Dove ti sei fatto la bua?”.

Non credevo nemmeno di aver preso così tanto il suo tono idiota.

“Ripetilo e torni a trovare il pavimento”.

Con un sospiro e sollevando gli occhi al soffitto, mi tiro in piedi. Lascio scivolare la giacca dalle spalle, andando a poggiarla sulla sedia vicino al cassettone.

“Dai, togliti la camicia”.

Sento la sua occhiata omicida su di me: “Che vuoi?”.

Mi giro verso di lui e alzo le mani in un gesto da cattivo dei cartoni: “Ti voglio nudo! Mwa mwa!”.

Capisco che la mira non gli manca, quando un cuscino mi prende in faccia con una precisione da cecchino professionista.

Francesco POV

Mi trattengo a stento dal ridere. Questo piccolo idiota ha un modo di fare che non ho mai visto prima, come se la sua vita fosse in bilico tra il mondo delle fate e quello della realtà. Si toglie il cuscino dalla faccia e ride, i grandi occhi castani inumiditi da lacrime. Non riesco a capire perché debbano essere così lucidi, sembrano di vetro per la patina salata che li ricopre. Evito di commentare, ha una faccia da ebete così felice che non mi va di guastargliela con una battutaccia di troppo, anche se stranamente Andrea sembra non prendersela mai. È incredibile come appena ieri sera credessi che fosse tutto finito, per una litigata così improvvisa e stupida. Non avrei mai pensato che per Andrea la mia fiducia in lui fosse una cosa così fondamentale, ma starò attento d’ora in avanti a non mettere mai più in dubbio la sua onestà, sarà una cosa smielata da dire, e infatti mi limito a pensarla, ma questo strano, assurdo giovane professore è la persona più dolce che io abbia conosciuto in tutta la mia vita. Il perfetto contrario di me, mi chiedo cosa sia stato ad attrarlo così a me in un tempo che in fondo è stato breve.

La schiena si lamenta mentre mi sforzo di togliermi la camicia, ma stavolta riesco a fingere impassibilità. Andrea si è seduto sul letto per togliersi le scarpe, sorrido a sapere che probabilmente se provasse a farlo in piedi finirebbe per schiantarsi come un sacco di patate. Senza badare a slacciarle, mi sfilo anch’io le scarpe e porto indietro la spalla sinistra per portare un po’ di vita nel braccio intorpidito. Sono distratto a osservare il vuoto e non mi accorgo che Andrea si è avvicinato, finché due mani mi prendono e mi tirano giù, la schiena che quasi sospira da sé al contatto con il materasso morbido.

Chiudo per un attimo gli occhi, quando li riapro Andrea è chino su di me, sorridendo con tutto il viso. Vederlo così sorridente, solo per me, mi riesce talmente strano da concepire che per un attimo il mio istinto da lupo della steppa entra in azione e temo una trappola da qualche parte, ma è questione di pochi secondi. Il tempo che questo folle si chini su di me, baciandomi di nuovo. Già nelle mie storie da ragazzo sono stato un tipo freddo e controllato, in situazioni in cui gli altri ragazzi in genere cominciavano a ragionare con una parte del corpo che non era il cervello. Non sono abituato al torpore, scomodo e piacevole, che mi invade la base dello stomaco, al sangue che pompa nelle vene nemmeno fossimo ad una gara di Formula 1. Probabilmente riesco a mantenere abbastanza una parvenza di controllo, quel tanto che basta ad ingannare Andrea.

Non lo avrei mai dato per un tipo particolarmente attivo in ambito letto, da quanto mi ha detto non lo è mai stato. Proprio con me doveva diventare un esagitato con il pudore chiuso nel cassetto? La cosa che più mi spiazza, non che io glielo farò mai notare, è la mancanza di volgarità e l’assoluta scioltezza con la quale gestisce le cose con me. La sua lingua gioca con la mia, accarezza piano il palato in una carezza che mi fa rabbrividire, una scossa all’altezza dello sterno. Mi accorgo solo ora che mi sta accarezzando i capelli, una cosa che gli deve piacere molto. Sollevo una mano verso il suo viso, raccogliendo la curva della sua guancia e sentendo contro il palmo la ruvida ferita. Oggi stava per morire. Andrea Marinetti ha rischiato di essere ucciso, per colpa mia. Se io non avessi agito come uno stupido, se mi fossi accorto prima della pericolosità di quel ragazzo, questo non sarebbe mai successo. La cosa assurda, è che nella mente beota di Andrea questo pensiero non è nemmeno passato in tangenziale, nemmeno una parola, uno sguardo a dirmi che è per me che è stato spinto sotto una macchina.

Un tappo mi chiude la gola, un insieme di sensazioni troppo nuove da affrontare tutte insieme. Rimango qui, immobile, anche quando le labbra di Andrea si separano dalle mie e lui mi guarda, la fronte aggrottata: “Ti sei incantato?”.

“Pensavo”.

Spalanca gli occhi, incrociando le braccia con fare sdegnato: “Ma come? Io sto qui a sbaciucchiarti tipo camaleonte del Borneo e a spalmarmi su di te come un batticarne su dei petti di pollo e tu ti stai a fare i trip mentali?”.

“Tu sì che sai come parlare sexy”.

 

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Questa voce è stata pubblicata il 2 dicembre 2015 da in Parole nel web, Racconti originali e talenti nascosti con tag , , .

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