Tre libri sopra il cielo

Blog dedicato alla letteratura M/M e Lgbt in tutte le sue sfaccettature

PAROLE NEL WEB: “UNIVERSITAS IN LOVE” di Melian_Belt

Cari amici e amiche, eccoci al secondo appuntamento settimanale della rubrica “Parole nel web“. Francesco l’ha preso proprio proprio male l’incidente occorso ad Andrea. Finalmente comincia a lasciarsi andare con il suo imbranato ragazzo, tutta la dolcezza che ha dentro comincia a emergere. Ma le nubi ormai sono su di loro? Cosa vorrà mai Valerio? Marco Landori proverà ancora a far del male ad Andrea?

Buona lettura.
COVER PER UNIVERSITAS

TRAMA: Andrea è il nuovo arrivato tra i docenti di un’università di legge, e anche il più giovane. Considerato un genio, è arrivato fin lì solo ammazzandosi di studio, ma certo il suo carattere non è proprio quello di un rispettabile professore! Impacciato e confusionario, la presenza di un collega gelido come un iceberg e di un’acidità unica non è proprio la cosa migliore per metterlo a proprio agio! Come farà?

CAPITOLO TRENTASEI – LONG WAY TO HAPPY

Andrea POV

Ripenso un po’ alle mie parole e non posso fare a meno di dargli ragione con una risata. Mi sollevo sulle braccia in una pessima imitazione di un qualche felino, evidentemente con qualche problema alle articolazioni: “Allora mostrami il didietro, tigre”.

Francesco ride appena, passandosi una mano sul viso: “Scemo”.

Balzo a lato, spingendolo per un fianco per costringerlo a rotolare, saltellando con fare molto da adulto: “Dai muoviti”.

Mi scompiglia i capelli, un po’ per allontanarmi un po’ per accecarmi. Con un sospiro si tira a sedere, mostrandomi la schiena. Gattonando gli vado alle spalle, passando piano le dita su un livido in via di formazione poco più a destra della colonna vertebrale, lungo e dall’aspetto piuttosto doloroso. Arriccio le labbra, sedendomi a gambe incrociate.

“Hai uno stampino del marciapiede qui dietro”.

Solleva le spalle in un movimento appena accennato: “Non fa tanto male”.

“Vai a dirlo allo Stregatto”.

Si gira: “A chi?”.

Balzo giù dal letto: “Vado a prenderti il ghiaccio”.

“Stai attento. Il frigo morde”.

“Spiritoso”.

Vado in cucina e ne approfitto per dare un’occhiata ai gattini, in via di addormentamento dopo aver divorato quasi mezzo litro di latte. Dove lo mettano in quei corpi minuscoli, non lo capirò mai. Afferro la portiera del frigo e tiro, ma niente. L’unica cosa che guadagno è un minimo intorpidimento del muscoli. Provo con tutte e due le mani, di nuovo senza successo. La voce di Francesco arriva dalla stanza.

“Si apre da destra!”.

Rimango per un attimo interdetto, tentato di chiedergli come diavolo facesse a sapere dove stessi sbagliando. Ma preferisco non perseverare sul già imbarazzante argomento e tornare da lui. Francesco non si è mosso, se non per il fatto che tiene il mento poggiato su una mano, il gomito ritto sul ginocchio.

“Sei prevedibile”.

Arriccio il naso in una smorfia e mi vado a sedere dietro di lui, trascinandolo con me contro il muro oltre la testata del letto. Mi sistemo contro i cuscini e allaccio le gambe intorno alla sua vita. Scuote la testa: “Puoi passare cinque minuti senza imitare un polpo?”.

“Polpo” ripeto, gonfiando le guance. “È una parola che dà soddisfazione, polpo”.

Non gli do tempo di ribattere, si irrigidisce quando poggio il pacchetto di ghiaccio sulla pelle. È uno di quelli fatti apposta per le contusioni.

“Come mai avevi nel frigo ‘sto coso?”.

“L’ho comprato qualche giorno fa. Dovendo convivere con te ho pensato fosse il caso”.

Prendo un lembo di carne tra le dita e pizzico: “Non sei spiritoso!”.

“Andrea”.

Lascio andare e fingo uno sbuffo da vecchia vaporiera. Rimaniamo così per un po’, io con il viso poggiato contro la sua schiena, borbottando le prime frasi sceme che mi vengono in mente –non che mi debba sforzare più di tanto- per il puro gusto di sentire la voce di Francesco rimbombare dentro il suo corpo, una calda vibrazione. La mano sinistra vaga su e giù per i muscoli flessuosi della schiena, che scattano non appena lui si muove. Ora come ora mi sembra che il suo profumo sia ovunque, al punto da diventare anche il mio.

Dopo una decina di minuti circa, poggio il ghiaccio sul comodino e stringo le braccia intorno al suo collo, portandomelo contro il petto. Francesco sospira: “Non vorrei sconvolgerti, ma non siamo due calamite”. Nascondo un sorriso tra i suoi capelli: “Ti sconvolgerò, sto cominciando a diventare tale”.

“Me ne sono accorto” borbotta, ma non dà segno di volersi staccare da me.

“Come mai così arrendevole oggi?” lo punzecchio, per il puro gusto di farlo.

“Non ti ci abituare”.

I muscoli delle sue spalle sono forti sotto le mie braccia, la schiena calda con l’eccezione del punto dove ho tenuto il ghiaccio. Lascia cadere la testa appena sotto il mio collo e poggio la guancia sui suoi capelli. Tutto ciò è troppo bello, temo che potrei abituarmici invece. Potrei anche addormentarmi, sinceramente. Non ho chiuso occhio la scorsa notte e oggi è stata una giornata… impegnativa. Chiudo gli occhi, giusto per riposarmi un istante, niente di più.

Francesco POV

La stretta intorno al mio collo si allenta, il respiro di Andrea dietro di me si armonizza, diventa profondo. Il bambinone si è addormentato. Stando attento a non svegliarlo, mi libero dalla morsa del cobra e mi alzo, trattenendomi nella stanza il tempo necessario per prendere una coperta e poggiarla su di lui. E per rimanere a guardarlo dormire qualche secondo. Perfetto, sono veramente andato. Andrea si rigira su un fianco, accoccolandosi intorno al suo stomaco, le dita di una mano strette tra i capelli e la bocca leggermente aperta. Un bambino, in tutto e per tutto.

Prendo una maglietta e un golf, per poi uscire silenziosamente dalla stanza. Mi vado a sedere sul divano in salone, osservando il cielo fuori dalle finestre prendere i colori della notte. Sono le sei e mezza, non ho fame, non ho la minima voglia di stare a letto, è troppo presto per portare fuori Brioche, mi trovo d’improvviso talmente tanta adrenalina in corpo che non mi va nemmeno di leggere o preparami una lezione. Mi alzo, accostandomi alla finestra per guardare fuori. Claudio mi ha assicurato che quel folle di suo fratello è partito, per quanto io sia sicuro che la sorella maggiore di Landori possa essere un Fuhrer provetto, questo non mi tranquillizza. Milano e Venezia mi appaiono all’improvviso troppo vicine e scruto la strada, studiando ogni angolo avvolto nella penombra. Il telefono squilla e sobbalzo, una mano sul cuore in un gesto da vecchietto che fino a ora non avevo mai fatto. Prima che il rumore possa svegliare il disastro ambulante, mi lancio sul telefono. A vedere il numero un’ombra mi passa sul viso, ma rispondo comunque.

“Si può sapere che vuoi ancora?”.

Silenzio.

“Il tuo affetto fraterno mi commuove, Francesco”.

Mi abbandono sul divano, una mano tra i capelli: “Io non riesco a capirti. Non ci siamo parlati per anni e ora chiami ogni giorno. Hai bisogno di un sacco per le tue frustrazioni matrimoniali?”.

“Ma si può sapere che cazzo ti cambia passare due minuti al telefono con me o meno?”.

Rimango zitto, non so se per il fatto che in questa frase non ci siano insulti diretti nei miei confronti o per la strana piega che la voce di Valerio ha preso alla fine della frase.

“Va bene ho capito. Scusa se ti ho rubato tempo. Ma in fondo che mi aspettavo, a te non te n’è mai fregato niente, hai sempre fatto quel che ti pareva giusto?”.

La mia incertezza scompare subito, stringo le dita intorno alla cornetta: “Non ero io quello che quando nostro padre si incazzava si rinchiudeva nella sua stanza e non ne usciva fino al giorno dopo”.

Sento il rumore di qualcosa che si rompe, presumibilmente per mano di quella piaga di mio fratello, per un attimo spero che si tratti del telefono stesso così si interromperebbe questa dannata telefonata. Invece la sua voce ritorna, gelida se non per il tremolare della rabbia: “Io non lo provocavo! Io non mi mettevo a insultarlo e a fargli raggiungere quegli eccessi che rendevano la casa un campo di battaglia! Anzi la vuoi sapere una cosa? Quando ti ha tagliato con quel cazzo di vetro la prima cosa che ho pensato è che te lo meritavi!”.

Una scossa mi attraversa il corpo, per qualche istante sono incapace di formulare le parole, l’ira che le confonde le une con le altre. Mi sforzo di trattenere un tono di voce basso, di non gridargli contro gli insulti peggiori, tutti quello che ho sentito e pensato negli anni per quella famiglia che purtroppo mi è stata accollata.

“Però, da quando ho cominciato ad affrontarlo, mamma non è più finita all’ospedale, o sbaglio?”.

Ci sono finito solo io. Questo però non lo dico, attacco la cornetta e allungo una mano per staccare la linea telefonica. Tutte le emozioni mi scivolano dentro, fino al pavimento per dissolversi nel nulla. Poggio una mano sulla fronte e chiudo gli occhi, guardando piccoli cerchi estendersi nel buio quando vi premo contro i pugni. Li lascio cadere sul divano quando squilla il cellulare. Il mio primo istinto sarebbe chiudere senza nemmeno guardare, poi ricordo che Valerio non ha quel numero, ma solo quello di casa. Rimango lo stesso immobile, lo sguardo concentrato nel vuoto. Perché ho sensazione che questo squillare ricordi le campane delle brutte notizie? Lo tiro finalmente fuori dalle tasche, trattenendo il respiro a leggere il nome sul display.

Claudio Landori.

Accetto la chiamata e porto l’apparecchio all’orecchio.

“Sì”.

Un respiro profondo, poi un lungo sospiro. Mi stringo la cima del naso tra due dita: “Claudio, dimmi che c’è”.

“Mi dispiace”.

Se non sapessi che è lui, non lo riconoscerei in quel mormorio.

“Marco è riuscito a scendere dal treno. Non chiedermi come, ma non è mai partito. L’ho… visto fuori dalla stazione, poco fa”.

Fatica a seguire un percorso logico, il sempre sicuro di sé Claudio Landori. “Ero rimasto qui…non si sa mai. Ad aspettare che mia sorella mi chiamasse per darmi la conferma che era arrivato. L’ho visto tra la folla ma…è scappato, mi dispiace, mi dispiace davvero…”.

Prende di nuovo un respiro: “Se volete denunciarlo ora…capisco”.

Decisamente, il mondo della telefonia deve avercela con me.

“Va bene, ho capito”.

Rimango per un po’ assorto prima di ribattere, il tono più pacato possibile: “Ci penserò io ad Andrea. Tu non agitarti, ok?”.

Sforzo un sorriso: “Il mio antagonista non può perdere pepe”.

Lo sento ridacchiare, ma la sua voce rimane tesa come una corda di violino.

“Va bene, grazie. Ma ormai mi sa che ne abbiamo perso tutti e due”.

“Hai ragione… buona serata”.

“Grazie. Stai attento Francesco, va bene?”.

“Sono lusingato, ma sto con Andrea per ora. Ti terrò in debito conto, comunque”.

Stavolta ride davvero, colpito alla sprovvista dalla battuta anomala per i miei standard.

“Deficiente”.

Nel silenzio seguente alla chiamata, raccolgo le mani in una morsa ferrea. Non permetterò che si avvicini ad Andrea, fosse l’ultima cosa che faccio. Mi alzo e in pochi passi sono nella stanza, dove sta ancora dormendo, ignaro del putiferio telefonico dell’ultimo quarto d’ora.

Lo scuoto per una spalla senza perdere tempo.

“Ehi bella addormentata, svegliati”.

Geme, allontanandosi un poco: “Hm…no, lasciami dormire”.

Senza preavviso, accendo la luce potente. Andrea porta le mani agli occhi: “La luce! Fa male agli occhi!”. Non posso fare a meno di sorridere, notando che in dormiveglia è ancora più delirante.

“Aprili, vampiro di terza categoria”.

Con un broncio poco da maggiorenne allontana le mani dal viso, pur continuando a tenere le palpebre mezze serrate: “Cosa c’è? Guarda che sei vuoi darti al sesso selvaggio hai perso la tua chance prima”.

Lo colpisco in testa con il cellulare.

“Ehi!”.

“Piantala di dire scemenze e ascoltami. Devi andare a casa per un po’, va bene?”.

Ora è bello sveglio, i grandi occhi marroni puntati nei miei in un misto di stupore e confusione: “Perché?”. Mi accosto ancora un po’ più a lui, poggiando una mano sul suo braccio: “Mi spiace, lo sguardo da cucciolo bagnato non funziona ora”.

Lo interrompo prima che possa ribattere: “E con casa intendo quella nel Lazio, con la tua famiglia”.

Spalanca la bocca: “Ma perché?”.

Lo fisso negli occhi, sperando di far capire al suo cervellino a volte non troppo reattivo che si deve fidare di me.

“Te lo chiedo per favore, Andrea. Ho…degli affari di cui occuparmi. Vai e basta”.
Andrea continua a fissarmi, gli occhi incupiti da una serietà nuova, lo sguardo del ragazzo intelligente che realmente è. Raccoglie il mio viso nelle sue mani calde e poggia un bacio sulle mie labbra, lento ma di mero appoggio. Bene, sono perso in un mare di cioccolata, nel suo sguardo che ricorda il ripieno dei cioccolatini. Potrò scrivere le frasi dei baci perugina se continuo con questi paragoni.

“Va bene” mormora, la bocca piegata in una smorfia indecisa.

“Qualunque cosa tu debba fare…non farti male però. Insomma, quel che voglio dire…”.

Sorrido, spostandogli una ciocca di capelli dalla fronte: “Stai tranquillo”.

Sospira e balza giù dal letto, prendendo il piccolo zainetto in cui tiene le sue cose. Ci infila una felpa e, senza dire niente, si allaccia le scarpe. Con una normalità di movimenti che in genere non si accosta con Andrea Marinetti, è quasi subito pronto per uscire. Tiene lo sguardo verso il basso, i piedi che alternano il peso con fare sconsolato. Mi verrebbe da dirgli di lasciar perdere, che può restare. Ma più sta lontano da Milano per questi giorni, meglio è.

Sapere che è quel mentecatto di Marco Landori a provocare tutto questo nelle nostre vite, mi provoca l’irrefrenabile desiderio di scagliarlo davvero contro qualche vetrina a prima vista. Anche se dubito che riuscirei a farlo, non mi sono dimenticato il senso d’impotenza provato nel contrastarlo solo questa mattina. È più giovane, più grande e più forte e il mio braccio sinistro non funziona più come dovrebbe. In quello che spero sia un gesto rassicurante, lo prendo per mano mentre usciamo di casa, diretti alla stazione per mettere Andrea sul primo treno per Roma.

Per tutto il viaggio, le nostre mani non si separano. So che non è il massimo per la guida, ma al momento non mi interessa. Specialmente perché un paio di volte Andrea si passa la manica sugli occhi, in uno scarso tentativo di nascondere le lacrime. Questo piccolo ipersensibile. Quando arriviamo alla biglietteria, non parla nemmeno, lascia che faccia tutto io.

“Parte tra un’ora”.

Annuisce, andandosi a sedere sulle sedie della grande hall della stazione. Mi metto accanto a lui, non abituato a un Marinetti silenzioso. Ma non mi viene niente in mente da dire, quindi rimaniamo così.

“È tornato quel Marco, vero?” dice all’improvviso, il tono smorzato. “Te l’ha detto Claudio”.

Annuisco, cercando di leggergli il viso. Di colpo si gira verso di me, la bocca piegata in un’espressione tendente al piagnucoloso: “Allora perché mi mandi via?”.

Non riesco a dire nulla, la sua voce tradita, troppo sofferente per i miei gusti, mi abbatte il self control di cui sono andato fiero finora. Si tira in piedi, le mani strette in pugni: “Un pervertito alto due metri è in città per il mio ragazzo…”. Si indica il petto con un dito. “…ed io salgo sul primo treno per tornare a casa. Invece di stare qui con te, invece di…”.

Agita le mani in aria, a corto di parole per descrivere le mille cose che gli stanno passando per la mente. Mi alzo anche io, stringendolo in un abbraccio. Subito si afferra a me, nascondendo il viso nell’incavo del mio collo.

“Non voglio andare via…” mormora, le parole soffocate contro la mia giacca.

“È solo per qualche giorno”.

La voce mi esce più roca di quanto avrei voluto.

“Devo sistemare tutto questo. Non posso sapendo che tu sei in prima linea”.

Alza la testa, gli occhi lucidi mentre lo vedo piangere per la prima volta. Singhiozza, di colpo mi sembra più piccolo di quanto non fosse già.

“Ma io voglio stare con te. Se…se quel tizio dovesse farti male…”.

Sorrido, asciugandogli le lacrime con il dorso della mano: “Dai, falla finita con queste scene da telenovela. Andrà tutto bene”.

Ride, una strana unione con le lacrime e i singulti: “Sarebbe davvero una telenovela scarsa, vero?”. Annuisco, chinando il viso verso il suo per un bacio, più dolce di tutti quelli dati finora, una perfetta unione di labbra e di vicinanza, più salato, perché sento le sue lacrime sulle labbra.

“Assolutamente sì”.

 

CAPITOLO TRENTASETTE – TE AMO

Francesco POV

Sono sul divano quando, per la terza volta in due ore, il cellulare squilla. Sospiro, dando una pacca sulla testa di Brioche prima di rispondere.

“Sì Andrea, sono vivo”.

“Colgo del sarcasmo nelle tue parole”.

“Perspicace”.

“Non sei spiritoso e non ti perdono di avermi caricato su quel treno, specialmente per avermi fatto tornare in questa gabbia di matti”.

Si sentono dei rumori confusi, poi la voce di Andrea in distanza.

“Vattene via, sono al telefono!”. Altri rumori, tra cui una sedia che viene trascinata via.

“È il tuo tipo vero? Dai passamelo”.

Devo essermi perso qualcosa. Da quando la mia esistenza è fatto noto in quella famiglia?

“Andrea” chiamo, minaccioso. “Ma che hai combinato?”.

Dopo una breve colluttazione torna in possesso del telefono.

“Francesco, ti giuro che ha capito tutto da sol… mamma!”.

Mi sposto i capelli dalla fronte, rimanendo ad ascoltare gli improperi originali che si scambiano. Non so se essere divertito all’idea di avere a che fare con il clan dei Marinetti, o terrorizzato. Decisamente non mi paiono tipi tali da rispettare gli spazi personali. Tra i vari rumori, si fa strada la voce di una ragazza.

“Ciao! Allora, com’è mio cugino a letto?”.

Nel riflesso della finestra, riesco a vedere la mia espressione pietrificata.

“C-cosa?”.

Questa sì che è bella. Possibile che Andrea sia il più normale della famiglia?

“Carlotta! Ridammi quel telefono o ti cancello la collezione di porno!”.

“Non è porno! Sono fanfiction!”.

“Qualsiasi sia il loro nome! Pervertita sei e pervertita rimani!”.

Si sente un grande respiro, di quelli che alcune persone particolarmente teatrali emettono quando sono offese.

“Pervertita a me?”.

Altri rumori. Era un vaso che si rompeva quello? Decisamente, devo trovarmi in uno di quei film demenziali. Nemmeno due ore fa ho deciso di riattaccare il telefono di casa. Con il fatto che il cellulare è stato quasi sempre tenuto impegnato dalle inutili telefonate di Andrea in questi ultimi due giorni, ho preferito dare il numero di casa a Landori in caso avesse comunicazioni urgenti. Non l’avessi mai fatto, perché proprio in questo momento di caos squilla, facendo sobbalzare Brioche. Senza badare ad avvisare Andrea, impegnato nel suo scontro tra titani, rispondo: “Pronto?”.
“Bravo, molto maturo staccare il telefono”.

Sollevo gli occhi al cielo: ma è mai possibile che questi telefoni partano sempre in contemporanea? È una maledizione! O forse dipende dal fatto che Andrea ha chiamato ininterrottamente da quando è partito.
“Senti Valerio, non è il momento”.

“Lo è mai?”.

Il suo tono è più calmo del solito, quasi tranquillo per i suoi standard.

“Non fare la vittima adesso. Rompere i ponti è stata una scelta bilaterale”.

“Ma come parla bene, professore”.

La voce di Andrea torna ad imperare nel trambusto: “Francesco, ci sei?”.

“Davvero, adesso non posso. Sono disponibile ad essere insultato dalle sei alle sette”.

Attacco senza dargli il tempo di rispondere. Rimango incerto per qualche secondo, per quanto i rapporti con mio fratello non siano proprio rosei forse stavolta ho un po’ esagerato io.

“Francesco?”.

“Sì”.

“Ehm…scusa per prima. Si divertono con poco”.

Guardo l’orologio: “Immagino. Devo andare, ho lezione tra meno di un’ora”.

“Va bene” risponde mogiamente. “Però potresti anche guidare con il cellulare, basterebbe usare..”.

“Andrea…”.

“Ok, ok! Piantala di usare il mio nome come se fosse una minaccia!”.

Mi dirigo in corridoio e prendo le chiavi.

“Senti, Francesco…”.

Silenzio. Chiudo la porta e do una mandata: “Che c’è?”.

Si schiarisce la voce: “Ehm…sì insomma…ti amo ecco…”.

Rimango sul posto, congelato con le chiavi ancora nella toppa. Con un sospiro, poggio la fronte sulla porta. Oh andiamo, almeno al telefono dovrei riuscire a dirlo. L’ha anche detto prima lui, basterebbe dire…

“Anche io”.

Le parole escono da sé, con una leggerezza che quasi mi sembra di non averle dette, rimango stranito.

Lo sento ridere: “Fantastico”.

“Che risposta sarebbe?”.

Andrea deve essersi allontanato da lei, ma sento lo stesso la voce della madre.

“Che ti ha detto?”.

“Affari miei!”.

Imbocco le scale.

“Ciao Andrea”.

“Ciao, chiamami quando hai finito eh?”.

Ciondolando il capo, ripongo il cellulare in tasca. Appena fuori dal portone, scruto i dintorni, ma niente. Di Marco Landori non c’è traccia, né qui né dove ho parcheggiato la macchina. Nel tragitto per l’università, non posso fare a meno di pensare a cosa potrei fare anche nel caso in cui lo trovassi. Potremmo allontanarlo di nuovo, ma ancora lui sarebbe in grado di tornare. L’unica soluzione che mi viene in mente è trasferirci noi, ma col cavolo che permetto ad un pazzoide di fare tanti danni nelle vite mie e di Andrea. Ha già causato abbastanza problemi. Ma non trovo soluzioni, in alternativa a sporgere denuncia con tutte le relative conseguenze, a parte buttarlo sulle rotaie del prossimo treno in partenza. Per la prima non ci sarebbe problema, vari studenti l’hanno visto spingere Andrea. Io l’ho visto.

Per la prima volta nella mia carriera, perdo il filo nel corso della lezione. È questione di pochi secondi, di bloccarmi a metà di una parola per ricominciare con una del tutto diversa, quasi nessuno ci bada, ma succede. Al momento delle domande, la mia mente vaga verso altri argomenti e costringo la studentessa a ripete da capo. Al termine dell’ora, appena fuori dall’aula c’è il Landori sbagliato. Sta parlando al telefono, una mano poggiata sull’altro orecchio per tenere fuori il rumore del corridoio. Mi fa cenno di aspettare con una mano.

“Sì, va bene. Ti ringrazio tanto”.

Attacca e in due passi veloci mi si avvicina. Rimango un po’ preso in contropiede, non avevo calcolato che quelle gambe lunghe gli permettano di chiudere le distanze in mezzo secondo.

“Hanno visto un ragazzo simile a Marco nella piazza del Duomo. Non ne sono sicuri, ma potrebbe…” Corrugo la fronte.

“Hai sguinzagliato l’FBI?”.

“No, solo un vecchio amico in polizia. Io sto andando lì, tu che vuoi fare?”.

Sono le cinque di pomeriggio, Brioche non è uscita ancora e i gatti avranno fame. Sono passate sei ore dall’ultima volta che ho sentito Andrea, non ci ho parlato nemmeno nella pausa tra i due blocchi di lezioni. Conoscendolo starà guardando il display come se aspettasse di vederci apparire un unicorno.

“Ti raggiungo poi, il tempo di fare un paio di cose urgenti. Dovrei essere lì verso le sei, sei e mezza. Avvisami se ci sono novità”.

Annuisce, sgusciando nella folla con una velocità davvero notevole. Cambio la mano con cui sto tenendo la cartellina e lo imito, cercando di fare in fretta pur senza provocare qualche vittima nel corpo studenti. Spero davvero che il tentativo di Claudio sia buono, ma non riesco ad essere ottimista. Mi sembra improbabile che quel ragazzo possa essere proprio Marco, Milano è grande, non sarà l’unico bestione di due metri con i capelli corti e marroni.

Quando parcheggio sotto casa scruto i dintorni senza trovare praticamente nessuno, a parte una sagoma che si allontana in lontananza. È un’ora deserta questa, non che il mio quartiere sia particolarmente vitale in genere. Rimango per qualche secondo in più in macchina, dubito di avere un senso di ragno come quel tizio della Marvel, ma ho una strana sensazione che non mi convince.

Apro la portiera e scendo, ma ancora niente, solo una donna esce da un portone e se ne va. Sono pochi i passi che dividono il mio palazzo dal parcheggio condominiale, un paio di strade laterali e si arriva. Prendo un respiro profondo e mi incammino, lasciando la cartellina in macchina per la lezione di domani. Il fatto che questo sia un quartiere tranquillo fino ad ora è stato un fattore positivo, ma al momento non mi entusiasma particolarmente. Una macchina mi passa accanto e sussulto, rimproverandomi l’essere teso come una corda di violino. Rimango immobile per qualche secondo e riesco a vedere una sagoma alla mia destra, prima che mi afferri il braccio. Il pugno sinistro già chiuso, mi giro, trovandomi faccia a faccia con un Marco Landori dagli occhi sbarrati.

 

 

 

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Questa voce è stata pubblicata il 5 dicembre 2015 da in Parole nel web, Racconti originali e talenti nascosti con tag , , .

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