Tre libri sopra il cielo

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PAROLE NEL WEB: “UNIVERSITAS IN LOVE” di Melian_Belt

Cari amici e amiche, eccoci al primo appuntamento settimanale della rubrica “Parole nel web“. Attenzione, capitolo ad alto contenuto di adrenalina. Leggere con cautela. Che sta succedendo a Francesco?

Buona lettura.
COVER PER UNIVERSITAS

TRAMA: Andrea è il nuovo arrivato tra i docenti di un’università di legge, e anche il più giovane. Considerato un genio, è arrivato fin lì solo ammazzandosi di studio, ma certo il suo carattere non è proprio quello di un rispettabile professore! Impacciato e confusionario, la presenza di un collega gelido come un iceberg e di un’acidità unica non è proprio la cosa migliore per metterlo a proprio agio! Come farà?

CAPITOLO TRENTOTTO – SAVING ME

Non gli do nemmeno il tempo di dire niente, il suo sguardo torbido mi è più che sufficiente per portare indietro il braccio il minimo indispensabile per caricare il sinistro diretto alla sua faccia. Lascia andare il mio braccio per portare la mano alla bocca insanguinata. Indietreggia di un paio di passi, finendo nella stradina laterale. Il mio primo istinto sarebbe non seguirlo, entrare in un vicolo desolato con un pazzo furioso che c’è l’ha con me non è la cosa più saggia da fare.

Porto la mano alla tasca, sperando di riuscire a tirare fuori il cellulare e chiamare Claudio prima che il bestione si riprenda. Ma nella fretta dimentico che il braccio sinistro non è quello che funziona meglio e l’averlo schiantato contro la faccia di un tizio non gli ha fatto bene. Mentre infilo la mano in tasca una scossa mi attraversa le dita, salendo su fino alla spalla. Mi sforzo di non chiudere gli occhi contro il dolore e la sagoma, ora incredibilmente scura, di Marco Landori si lancia su di me con poca grazia, ma il suo peso è più che sufficiente perché la mia schiena abbia un incontro poco diplomatico contro il muro. La mia testa incontra i mattoni con un rumore sordo, per un attimo credo che sia quello del cervello che va a sbattere contro la scatola cranica.

Non l’ho mai fatto prima ma alzo il ginocchio, afferrando Marco per le spalle lo avvicino per prenderlo con forza in mezzo alle gambe. Si piega a metà, senza fiato, ma le sue mani si stringono sulle mie braccia e mi porta giù con il suo peso massiccio. Un ginocchio ormai sul cemento della strada, non mi ci vuole molto per capire che questa non sia la posizione più favorevole per me. Potrei dargli una testata, ma l’emicrania del momento non mi convince che sia una buona idea.

Ruotando appena il braccio destro riesco a rompere la sua presa e ne approfitto per piazzare un secondo pugno sul setto nasale. Cerco di alzarmi, ma incredibilmente il dolore non sembra affievolire la foga con la quale tiene il mio avambraccio sinistro. Le sue dita affondano nella carne, toccando un punto particolarmente sensibile. Stringo i denti, la vista appannata. Abbraccia le mie gambe e perdo l’equilibrio, mi spinge e cado sul fianco destro. Riesco ad attutire la caduta con una mano, sento il dolore freddo della pelle sbucciata su per il palmo. Con una velocità inusuale per la sua stazza, Marco si fionda su di me, si siede pesantemente sulla mia vita. Alzo lo sguardo verso il suo viso, dove il sangue scende in linee confusionarie e va a dipingere il collo, i cui muscoli sono tesi per lo sforzo.

Il naso è gonfio, un’altra botta e potrei romperglielo. Ma mi tiene giù, le dita strette intorno ai miei polsi, sfrutta la propria mole. Quando mi bacia, il mio cervello ci mette qualche secondo a realizzare che sta davvero succedendo a me. Rabbrividisco, schifato dal contatto sporco. Sposto il collo, senza ottenere altro che un morso sulla pelle scoperta. Cerco di liberarmi da sotto di lui, ma a quanto pare pur nella sua apparente mancanza di lucidità ha capito che il braccio sinistro non funziona come dovrebbe. Lo stringe con più forza e lo torce, togliendomi il fiato. Chiudo gli occhi contro le scosse elettriche che mi trapassano i muscoli. La testa rimbomba, il cuore fermo in una gabbia di ghiaccio nel torace.

La torsione continua e non posso fare a meno di commettere quello che so essere un errore. Ne seguo il verso, finendo con il petto contro il cemento duro. Mi irrigidisco quando blocca il braccio tra sé e la mia schiena, cerco invano di ritrovare la piena capacità di respirare. Mi sembra che Landori pesi una tonnellata, una tonnellata che impedisce ai miei polmoni di estendersi come hanno fatto per più di quarant’anni. Una vibrazione si agita contro la mia gamba, qualcuno mi sta chiamando. Il braccio destro ora è libero, ma il cellulare è nella tasca sinistra dannazione e non riesco a raggiungerlo. Stringo i denti nello strenuo tentativo di sollevarmi, di liberare il braccio anche solo per un istante.

“Togliti…” riesco a biascicare tra un respiro spezzato e un altro. Si china ancora di più su di me, il suo fiato caldo contro il mio collo è disgustoso, ammorbante. Sento qualcosa scendere per il mio fianco, farsi strada per la mia vita, allenta la cintura. Spalanco gli occhi, inorridito. Scalcio, poggio la mano libera contro il terreno e cerco di tirarmi su, ma tutto ciò che ottengo è un contatto ancora maggiore con lui. Mi viene da vomitare a sentire qualcosa premere contro la base della mia schiena, decisamente non una mano. La vibrazione cessa.

Non posso permettere che succeda un orrore simile, che mai mi sarei aspettato di dover affrontare nella mia vita. Riesco a poggiare il peso sulle ginocchia per tenermi un po’ su, il minimo indispensabile per afferrare con la destra la mano che viscida come un rettile è ormai riuscita a entrare nei pantaloni, a toccare la pelle. Landori si sposta ancora in avanti, la pressione sulla mia schiena aumenta e finisco di nuovo a terra, il viso contro la strada, ora anche il braccio destro bloccato contro il mio stomaco. La polvere mi entra negli occhi e li chiudo, ora tutto ciò che percepisco è la mano che continua a scendere.

Andrea.

Almeno Andrea è lontano. Ho fallito nella promessa di stare bene, sono stato un idiota. Mi sono sopravvalutato e questa è stata la conseguenza, io che finora ho sempre creduto di essere una persona forte in ogni ambito. In famiglia, nel lavoro, nelle relazioni. Ma almeno queste mani sporche non hanno più toccato Andrea. Nel buio delle palpebre serrate, lo rivedo e mando giù un masso, incastrato nella gola secca. Sono paralizzato. Il mio corpo non risponde più. Devo reagire, devo, ma perché non ci riesco? L’unica parte parzialmente libera sono le gambe, ma cosa potrei farci? Le dita di Marco si chiudono avide intorno a me. Sento un singulto, un misto tra un singhiozzo e un gemito. Con orrore capisco che l’ho emesso io.

Di nuovo, qualcuno mi sta chiamando al cellulare.

Stringo i denti, il viso si contrae per la rabbia che impotente mi scuote.

“Non mi toccare, testa di cazzo!”.

Con un impeto di adrenalina raccolgo le forze rimaste, per cercare di alzarmi ancora una volta. Sbarro gli occhi quando il peso scompare improvvisamente dalla mia schiena, seguito da un colpo e un gemito di dolore. Mi giro, ma la mia visuale è del tutto coperta da un cappotto nero.

Andrea POV

Se Francesco pensa che me ne starò dall’altra parte dell’Italia mentre ci sono problemi di questa entità, simili rischi che si trova ad affrontare, può anche vendere il suo cervello contorto su eBay. Probabilmente convincerlo che in fondo io sia un adulto e non una bambina sarà difficile come cercare di far indossare dei pantaloni a un polipo, l’unico modo per farglielo capire è stargli vicino adesso. Ho preso la decisione poco dopo la telefonata di questa mattina. Sono rimasto incantato a fissare il vuoto per qualche secondo, poi: “Mamma, torno a Milano”.

Avevo le dita incrociate mentre cercavo un posto disponibile sul primo aereo e ho fatto un gesto di vittoria a trovarne uno per la mattina. Sapevo che Francesco sarebbe stato impegnato in facoltà per la maggior parte della giornata e che quindi non mi avrebbe chiamato per trovare il telefonino staccato. Altrimenti, temo che avrebbe capito e mi avrebbe rimesso sul primo aereo per il sud, che si trattasse di Palermo o di Alessandria d’Egitto. Durante il viaggio non riuscivo a stare fermo, controllavo l’orologio di continuo, giocherellavo con il tavolino e ciondolavo la testa in continuazione. Credo di aver fatto venire il mal di mare al vicino, su un aereo è tutto dire. Sospiro e accendo il telefonino. Non trovo nessuna chiamata persa, a parte una di mia madre. Esco dall’aeroporto e riesco a prendere una della navette per il centro poco prima che parta.

“Quanto ci vorrà?” chiedo al conducente, uno strano soggetto con gli occhiali da sole nonostante sia nuvoloso.

“Una quarantina di minuti, se non c’è troppo traffico”.

Mi sistemo nel sedile più vicino a lui, fissando il conducente e ogni tanto la strada.

“Dottore, si calmi. Non per niente, ma è incombente sa?”.

“Dottore?”.

Lascio perdere il discorso e mi sforzo di distrarmi guardando il paesaggio, ma non funziona molto. Riesco a trattenermi fino all’arrivo del bus, prima di chiamare Francesco. Non gli dirò che sono tornato, voglio solo assicurarmi che stia bene. Con ogni squillo che cade nel vuoto, il mio cuore perde un battito. “Rispondi, rispondi” balbetto, dirigendomi quasi di corsa alla stazione dei taxi. Monto sul primo disponibile e gli do l’indirizzo di Francesco.

“Il più veloce possibile, la prego”.

Il tassista mi guarda dallo specchietto: “Che è, una specie d’agente segreto?”.

Gli squilli a disposizione terminano e il cellulare si ammutolisce.

“Quelli dicono segua quella macchina. Ora partiamo per favore!”.

Proprio a me doveva toccare il tassista che si crede in un film di spionaggio. Perché diavolo Francesco non risponde? Eppure lo sa in che stato d’ansia mi trovo. Cerco di trovare dei motivi che potrebbero avergli impedito di rispondere. Magari è in bagno. Prendo un respiro spezzato e le dita si muovono per conto loro, solo dopo aver fatto squilli a mezza rubrica riesco a chiamare Landori.

“Ciao Andrea”.

“C-ciao”.

Bene, non riesco nemmeno a mettere le parole una dietro l’altra, ho in tasca il premio per il miglior sangue freddo.

“Senti… Francesco non risponde al telefono, sai qualcosa?”.

“No” risponde dopo qualche secondo. Sento i rumori dell’accensione di una macchina.

“L’ho visto una quarantina di minuti fa. Dovevamo incontrarci al duomo tra non molto perché… niente, sto andando da lui”.

Un motorino, terribilmente attaccato al mio finestrino, decide in quel momento di suonare il clacson. Sobbalzo, una mano sul cuore.

“Andrea? Ma dove sei tu?”.

Passo una mano sulla fronte, convinto di aver sudato freddo per lo spavento.

“Sono… tornato a Milano. Sto andando a casa sua adesso. Senti… magari non ha sentito il telefono, lo lascia sempre in vibrazione quando sta a lezione e ogni tanto dimentica di mettere il volume poi… Non voglio passarti la mia ansia, insomma…”.

Sto cercando di convincere più me che lui, in realtà.

“Può darsi, ma è meglio controllare. Sarò li tra una ventina di minuti”.

“Io ci sono quasi… a tra poco”.

“Va bene, ciao Andrea. E… scusa davvero per tutto questo”.

“Non è colpa tua”.

“In parte sì”.

Per discendere il più velocemente possibile, preparo già i soldi per il tassista. Non ho la cifra esatta e quando arriviamo gli dico di tenere il resto, al diavolo i cinque euro. Mi fiondo sul suo portone e citofono, ma niente, non risponde. Avrei le chiavi, stavolta quelle giuste, ma preferisco richiamare prima, magari non c’è.

Uno, due, tre squilli. Batto i piedi per terra.

“Rispondi, maledizione!”.

“Non mi toccare, testa di cazzo!”.

Il sangue mi si congela nella vene. Guardo il cellulare e no, non ha risposto. Ma quella era la voce di Francesco, la conosco troppo bene e viene dal vicolo vicino. Il battito del cuore a mille, corro verso quella direzione, saranno meno di venti metri. Sento lo sbattere di una portiera e mi giro nella strada semideserta. Una macchina è parcheggiata dall’altra parte del marciapiede e ne è appena sceso un uomo mai visto prima.

Preso da tutt’altri pensieri, noto solo che è piuttosto alto e che i capelli sono neri come il cappotto lungo che indossa. Sembra piuttosto incazzato. Con una velocità invidiabile, si fonda nel vicolo nel quale mi stavo dirigendo anch’io. Non bada a me, gli occhi grigi fissi su un punto ben preciso, un avvoltoio che ha puntato la preda. Svolto l’angolo subito dopo di lui, in tempo per vederlo afferrare un tizio per il retro della maglietta e tirarlo su con una forza impressionante.

Riconosco subito Marco Landori quando lo sconosciuto lo porta indietro e gli affibbia una ginocchiata nello stomaco che fa male solo a vederla. Per un attimo mi chiedo se io non sia finito in una puntata di Walker Texas Ranger. Landori probabilmente non vede nemmeno il pugno che gli colpisce la guancia con impeto tale da scaraventarlo quasi fuori dal vicolo. Il tipo avanza di un paio di passi, i pugni chiusi pronti a colpire di nuovo, lo sguardo affilato ancora puntato su Landori. Solo ora vedo Francesco, il mio Francesco, fino a ora nascosto. Ha il viso sporco e graffiato, ma sotto il sangue e la polvere è pallido come ai tempi del ricovero. Si tiene il braccio sinistro contro il petto ed è leggermente piegato a metà, la bocca in una smorfia di dolore, ma gli occhi sono spalancati per lo stupore. Qualcosa di molto brutto scatta in me quando noto che ha la cintura slacciata, i pantaloni leggermente calati. Bene, Marco Landori deve morire.

Francesco socchiude gli occhi, sbatte le palpebre per liberarle dalla polvere e sussurra, quasi avesse di fronte un fantasma.

“Valerio?”.

 

CAPITOLO TRENTANOVE – POKER FACE

Andrea POV

Mi sento tirato da tre fili invisibili. Vorrei lanciarmi su Francesco in modo molto poco composto, scagliarmi contro Landori Junior con la stessa grazia, ma allo stesso tempo mi incuriosisce sapere chi sia questo tizio appena uscito da Rocky. A sentirsi chiamare per nome, Valerio sposta leggermente la testa per guardarsi alle spalle, ma è questione di un attimo. Il suo sguardo torna subito su Marco e io faccio lo stesso. Sta ancora cercando di alzarsi, tenendosi la mascella che non mi stupirei se fosse in procinto di svitarsi. Stringo i pugni, i denti serrati: non sono stupido, lo so che è troppo grosso per me, ma finche è a terra del male posso farglielo. Un pensiero da eroe che re Artù andrebbe fiero di me.

In un paio di passi incombo su di lui e l’occhio mi cade su un suo fianco scoperto, dove si pianta la suola della mia scarpa da ginnastica. Spalanca appena la bocca e ricade in ginocchio, sollevando il capo per vedere il suo aggressore. Nel mio sguardo racchiudo tutto l’odio e la rabbia, c’è un momento di assurda empatia quando mi riconosce e i suoi occhi prendono le mie stesse sfumature. Improvvisamente dimentico del dolore, balza contro di me e anche io sembro perdere la mia solita incapacità di movimento. Mi abbasso, sentendo l’aria del pugno che mi ha sfiorato contro i capelli. Afferro la gamba che stava portando in avanti per darmi un calcio e la rigiro con efficacia sufficiente a fargli perdere l’equilibrio. Mi sposto all’ultimo per non finire schiacciato dalla sua mole e, isterico come un gatto a cui hanno rubato il gomitolo, faccio per saltare contro la sua schiena, le unghie già pronte. Non le ho molto lunghe, ma sul momento mi passa di mente.

Ma qualcosa mi ferma, una mano sul cappuccio della mia felpa. Alzo la testa, incontrando due occhi grigi, più chiari di quelli di Francesco, o forse è la pelle più scura a trarmi in inganno. Il ninja di prima mi porta indietro, avvicinandosi al ragazzo che minaccia di tirarsi ancora in piedi. È disgustosamente resistente quel bestione. Mentre il tale di nome Valerio si piazza davanti a me, le sue iridi non lasciano mai le mie. “Permetti?” chiede, la voce roca rende difficile stabilire la sua età. Sicuramente ha più di trent’anni, però… annuisco, arretrando di un paio di passi. Marco si solleva in tutta la sua altezza, togliendosi il sangue con il dorso della mano. Dei passanti si sono fermati a guardare, ma rimangono a debita distanza. Una sta tirando fuori il cellulare, forse per chiamare la polizia.

Landori fissa Valerio come se volesse sbranarlo: “E tu chi diavolo sei? Di che t’impicci?”.

Valerio si limita a sollevare appena un sopracciglio, per il resto l’espressione rimane immobile nella sua rabbia fredda. Marco torna a guardare me con la stessa espressione del giorno prima, di quando Claudio lo aveva trascinato fuori dalla stanza. Mi verrebbe da arretrare ma rimango ben piantato sul posto.

“Tu” sibila, avanzando. Non si dimentica dell’ostacolo che si interpone tra di noi e alza un braccio per non so quale colpo poco preciso, ma sicuramente potente per la quantità di massa che mette in campo. Di nuovo mi sembra di essere finito in un film, quando Valerio afferra Marco per il polso e glielo gira, affibbiandogli un calcio all’attaccatura delle costole. Con la mano libera lo prende per i capelli e gli abbassa la testa, il ginocchio con una velocità impressionante si abbatte sulla gola del malcapitato. Sobbalzo al dolore che deve provare, non sono abituato a vedere gente darsele.

Vedo un’ombra al mio fianco e mi volto, trovando Francesco, i vestiti rimessi in ordine alla bell’e meglio. Si sostiene con una mano sul muro e osserva la scena con un’espressione meno incredula della mia, che tengo la bocca e gli occhi spalancati come una murena. Sposta il capo verso di me, corruga la fronte.

“Tu che ci fai qui?”.

Ha la voce spezzata e fievole e io non ce la faccio. Il resto del mondo può andare a fare la fila per il bagno. Le lacrime mi salgono agli occhi e piego la bocca in una smorfia da bambino.

“Brutto deficiente!”.

Stringo le braccia intorno al suo collo e vi nascondo il viso, continuando a singhiozzare con poco rispetto per il destino che mi ha fatto maschio. Sospira e il suo braccio destro mi avvolge la schiena, tirandomi verso di lui.

“Perché mi ha mandato via? È tutta colpa tua ecco, stupido, cretino…”.

Probabilmente non si è sentito niente nel mondo delle persone normali, sono troppo spiattellato contro di lui perché si sia capito qualcosa del confuso borbottio. Mi accarezza la schiena in lenti movimenti circolari: “Dai. È tutto a posto, su”.

Tiro su col naso e poggio la guancia contro il suo petto, rimanendo di sasso a trovare quel Valerio intento a guardarci con aria perplessa. Nonostante non sia un tipo particolarmente espressivo, la postura e la leggera piega delle labbra, unite alla situazione attuale, sono facilmente interpretabili. Mi schiarisco la gola e sciolgo la presa da intorno a Francesco, ma lui non dà segno di voler fare lo stesso.

Marco Landori giace a terra, probabilmente privo di sensi. Non ho mai visto una persona svenuta prima d’ora e mi fa un po’ di impressione, poi ricordo che una volta sono caduto dal letto a castello e ho fatto la stessa fine. Non è colpa mia se per sfuggire alle Tartarughe Ninja del sogno ho dovuto rotolare. Francesco sta guardando Valerio, la sua presa intorno a me si stringe.

“E tu che diavolo ci fai qui?”.

L’espressione dell’altro si incupisce: “Potresti ringraziarmi tanto per cominciare, magari spiegarmi perché stai abbracciando un uomo in quel modo”. Una freccia gelida mi trapassa il petto, non tanto perché abbia usato un tono particolarmente orripilato, ma perché non mi sono mai trovato in una situazione simile prima e non riesco a prevederne le conseguenze. Non so nemmeno chi sia quest’uomo, forse dovrei.

“Non sono affari tuoi”.

Non riesco a impedire l’occhiataccia che lancio a Francesco.

“In effetti potresti ringraziarlo, testone che non sei altro”.

Francesco sbuffa, poggiando accuratamente la schiena contro il muro. Si irrigidisce per il dolore e lo sento trattenere il respiro. Valerio si avvicina e con un gesto mi invita a spostarmi.

“Mollalo, fammi dare un’occhiata”.

Evidentemente malvolentieri, Francesco è costretto a lasciarmi andare quando indietreggio. Valerio poggia una mano sulla sua spalla: “Siediti e non fare storie”.

Dopo un’occhiataccia terribile, Francesco obbedisce e si abbandona sul cemento del marciapiede, lasciando che quel tipo gli prenda il viso tra le mani e gli esamini le pupille. Sento qualcosa di spiacevole torcermi lo stomaco quando scende giù per il collo, si ferma a sentire le pulsazioni e tasta il busto per tutta la sua lunghezza. Francesco storce la bocca: “Non ho problemi alle costole, dacci un taglio”.

Valerio si toglie il cappotto e lo poggia in grembo a Francesco, rimanendo in golf nero.

“Sta’ zitto, che è sempre meglio”.

Francesco sobbalza quando con movimenti agili e sicuri pigia su vari punti delle gambe. Prendo un respiro calmante. E’ solo per controllare Francesco, solo per controllare. Verifico che Marco sia ancora a terra e per fortuna non si è mosso di un millimetro. Oh, ma non è che è morto sul serio? Mi avvicino cautamente alla schiena della crocerossina improvvisata. Una crocerossina i cui muscoli sono immaginabili anche sotto due strati di vestiti e un paio di jeans che malvagiamente incorniciano un sedere niente male.

Scuoto il capo per distogliere lo sguardo, bacchettandomi mentalmente.

“Eh… ecco… lei chi è scusi? So che magari non è il momento di chiederglielo, ma vede il fatto è che mi interesserebbe molto. Conosce Francesco e ci ha appena aiutati, quindi… non so, probabilmente lei non mi conosce ma… ehm. Francesco l’ha anche chiamata per nome, dovete conoscervi abbastanza bene, giusto?”. Si gira a guardarmi, una mano poggiata sulla coscia per tenere l’equilibrio mentre è accucciato davanti a Francesco. L’espressione scocciata mi ricorda quella di qualcuno. Si sofferma su di me un attimo, per poi tornare a strofinare le mani sulle spalle di Francesco.

“Parla sempre così tanto?”.

“Oggi meno del solito”.

Sposto il peso da un piede all’altro, giocherellando con le mani. Mi sento nervoso, una strana angoscia mi invade il corpo. Tutto quello che vorrei fare è stringermi contro Francesco e rimanere così per le prossime ere geologiche. Mi accorgo solo ora di avere le guance rigate di lacrime e le asciugo con la manica. Le dita di Valerio si stringono intorno al braccio sinistro e Francesco geme. È la prima volta che lo sento esprimere in modo così palese il dolore e mi verrebbe voglia di camminare sul corpo inerme di Marco, io che in genere sono una persona così pacifica. Valerio sposta il peso di Francesco in avanti e lo aiuta a togliersi la giacca.

“Sono suo fratello, comunque”.

Eh? Come?

“Che?”

Vi prego, ditemi che questa voce da cornacchia non è la mia.

“Suo… fratello?”.

Francesco mi rivolge un sorriso flebile: “Lo sapevi che esisteva, no?”.

Mi mordo le labbra: “Sì ma… non credevo che lo avrei mai visto, ecco”.

Valerio avvolge la manica della camicia di Francesco su per il braccio. Il maggiore scruta la testa scura del fratello, il viso contorto per il dubbio e il dolore.

“Non ci vedevamo da anni, infatti. Tu vivi a Torino, o sbaglio?”.

Valerio solleva lo sguardo a incontrare quello di Francesco: “Per quanto tu sai di me, potrei anche vivere in Australia”.

Francesco digrigna i denti quando viene toccato un punto sensibile: “Piantala di fare la vitt… e di toccare quel braccio! Non c’entra niente con questa storia!”.

Valerio sorride, lo stesso ghigno bastardo su un viso diverso: “Non stavo pensando di accusarlo”.

Francesco lo fulmina: “Mi fa male per una vecchia cosa. Non c’è bisogno che lei controlli, dottore”.

Una macchina si ferma bruscamente in mezzo alla strada e ne scende Claudio Landori, gli occhi spalancati già fissi sulla sagoma immobile del fratello.

 

 

 

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Questa voce è stata pubblicata il 9 dicembre 2015 da in Parole nel web, Racconti originali e talenti nascosti con tag , , .

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