Tre libri sopra il cielo

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PAROLE NEL WEB: “UNIVERSITAS IN LOVE” di Melian_Belt

Cari amici e amiche, eccoci al secondo appuntamento settimanale della rubrica “Parole nel web“. Che spavento per i nostri due ragazzi, vero? Ma tutto sembra essersi sistemato. Ormai siamo quasi alla fine di questo lungo racconto, ma aspettiamoci ancora qualche sorpresa. Cosa vorrà Valerio? Oggi per voi tre capitoli.

Buona lettura.
COVER PER UNIVERSITAS

TRAMA: Andrea è il nuovo arrivato tra i docenti di un’università di legge, e anche il più giovane. Considerato un genio, è arrivato fin lì solo ammazzandosi di studio, ma certo il suo carattere non è proprio quello di un rispettabile professore! Impacciato e confusionario, la presenza di un collega gelido come un iceberg e di un’acidità unica non è proprio la cosa migliore per metterlo a proprio agio! Come farà?

CAPITOLO QUARANTA – GIVES YOU HELL

Valerio si ferma nella sua analisi, il viso di Francesco si intristisce in maniera impercettibile a tutti ma non per me. Aggancio lo sguardo con quello di Claudio ed è lui il primo a distoglierlo, prendendo il cellulare con il capo chino. Si toglie gli occhiali e si passa una manica sugli occhi socchiusi: “Polizia?”.

Mi guarda di sottecchi e abbozza un sorriso incerto, prima di girarsi per continuare a parlare. Con tocco incredibilmente leggero Valerio scorre le dita per l’avambraccio di Francesco, stranamente tranquillo. Gli occhi grigi sono fissi sul viso del fratello, che non dà segno di accorgersene.

“Valerio?”.

“Cosa?”.

“Perché sei qui?”.

Solo ora il minore alza il viso verso quello di Francesco. Sospira appena, guarda me e poi di nuovo il fratello. “Ho…” si schiarisce la voce, rimane in silenzio prima di riprendere. “…una persona da farti conoscere”. Si tira in piedi e mi verrebbe da fingere di essere un lampione quando il suo sguardo impassibile si posa su di me.

“Sa chi sono io”.

Corruga appena la fronte: “Ma io non so chi è lei”.

Rimango immobile, cerco con gli occhi un aiuto da Francesco, ma lui si limita a fare lo gnorri fingendo di essere interessato ai bottoni della propria camicia.

“Allora?”.

Apro la bocca, ma tutto ciò che mi esce è un gemito strozzato. Tramo terribili vendette quando Francesco sorride e ridacchia. Lo fulmino e raccolgo le braccia al petto.

“Un collega d’università”.

Valerio inarca un sopracciglio: “Non pensavo prendessero bambini”.

La mandibola mi si stacca dal resto del corpo.

Mi osserva dall’alto in basso: “Capisco. Non pensavo prendessero bambini”. Stavolta non mi ha congelato, ma pietrificato. Non faccio in tempo a rispondere, anche perché non credo che la mia mente sarebbe stata pronta ad articolare una risposta in tempi umani, che lui entra nell’aula.

Riprendo un minimo della compostezza e borbotto: “Si vede che siete fratelli”.

Francesco, intento a chiudere un bottone con una mano sola, continua a sorridere. Ma guardalo, lo diverte tanto questa situazione non è vero? Valerio nasconde le mani nelle tasche e davvero darei il mio regno perché smettesse di guardarmi come se volesse bucherellarmi: “Devono essere cambiati gli approcci rispetto ai miei tempi”. Sento i passi di Landori dietro di me e spero che arrivi prima che la situazione raggiunga il punto di non ritorno. Ovviamente, no, perché Valerio non si ferma.

“Quando andavo all’università il corpo docenti non si abbracciava stile Brokeback Mountain”.

Sorrisetto bastardo: “Ma forse sono io l’antiquato”.

Ho le gote in fiamme, per fortuna Valerio ha un più che degno avversario in lingua tagliente nel fratello: “Vedo che hai una notevole cultura in film”.

Sospiro di sollievo quando finalmente l’occhiata puntaspilli si distoglie da me per abbassarsi verso Francesco. Quasi mi sembra di vedere l’elettricità nell’aria tra loro. Claudio è vicino a me ora, continua a guardare il fratello riverso a terra, i muscoli del collo tesi e le mani che giocherellano con il cellulare. Poggio una mano sulla sua spalla –o meglio in alto sul suo braccio, il più possibile senza sembrare un idiota- e abbozzo un sorriso quando poggia gli occhi scuri su di me.

“È solo svenuto, non preoccuparti”.

Oh certo, è il sogno di tutti sentirsi dire che il fratello è stato pestato all’incoscienza, ma che altro posso fare?

“Cosa…” si schiarisce la voce. “…ha combinato?”.

Si rivolge al terreno, probabilmente tutto quello che vorrebbe è non sentirlo, fare finta che non sia successo niente. Mi giro verso Francesco, ora immobile ad osservarmi. Non so cosa stia cercando di dirmi e rimango in silenzio, sapendo di non essere io a dover decidere cosa dire, ma lui. Si è sistemato un poco e, anche se è evidente che c’è stato uno scontro, non è evidente il suo fine. Il pensiero di esso mi fa rabbrividire e qualcosa si contorce nello stomaco, riportando al massimo il desiderio di un abbraccio che trattengo a stento.

Francesco poggia le mani a terra e con una lieve smorfia di dolore si tira su, sotto lo sguardo contrariato del dottore tra noi, che però non dice niente. Si sentono due sirene in lontananza, scandite a ritmi differenti che io non sono mai riuscito a distinguere. Polizia e ambulanza. Ora lo scambio di sguardi è tra Francesco e Claudio, che dopo un respiro profondo accenna un sorriso spezzato: “È giusto così”.

Si volta verso le luci lampeggianti alla fine della strada.

“Avrei dovuto farlo prima” afferma, la voce distante come l’espressione.

Francesco annuisce e non dice niente, ma sposta l’attenzione sul fratello.

“Io non ci salgo su quell’ambulanza, sono stato chiaro?”.

Il viso di Valerio si incupisce: “Secondo me dovresti, lo sai a chi daranno retta”.

Un gemito ci fa sobbalzare, o almeno a me e Claudio. I due fratelli sembrano appena usciti da Matrix, con l’aria impassibile di chi è abituato a sentire i lamenti di dolore dei nemici caduti. In due rapidi passi, Claudio troneggia su Marco. I lineamenti del viso si addolciscono e per un attimo fa per chinarsi, una mano tesa. Ma le dita si chiudono, così come lui in un’espressione ferrea.

“Resta giù”.

È appena un mormorio, ma sufficiente perché io lo senta. Ambulanza e volante si accostano rapidamente al marciapiede e Francesco guarda gli uomini in divisa come un gatto una bacinella d’acqua.

“Valerio, dico sul serio” dice a denti stretti. “Non voglio…dovergli spiegare…”.

Valerio solleva gli occhi al cielo: “Va bene, va bene”.

Tira fuori il portafoglio e si dirige verso i paramedici, ovviamente più attenti a controllare le condizioni di Marco per ora. Mi sorge un sorriso sulle labbra: me l’ero immaginato peggio questo fratellino. Finalmente posso tornare vicino a Francesco e prenderlo per mano, incrociamo le dita. Lo sento rilassarsi, ma c’è ancora molto a intorpidirgli lo sguardo.

“Bella figura che ci ho fatto” borbotta. Sospira e scuote il capo: “Davanti a te…davanti a mio fratello”. Rabbrividisce, fa una smorfia disgustata. Gli accarezzo piano un braccio.

“Non…noi…siamo arrivati in tempo, vero?”.

So che mi è uscita una vocina da bambino e che devo avere gli occhi lucidi, ma le apparenze sono l’ultima cosa ora. La mano calda di Francesco mi prende la guancia, nasconde il mio viso contro la sua spalla. Sorrido quando sento le labbra poggiarsi sui miei capelli: “Sì”. Le sue dita mi accarezzano i capelli e hanno il magico potere di rilassarmi, mandarmi in un mondo tra quello dei sogni dove sono un grande e questo qui dove faccio solo danni. Rido tra i singhiozzi, il che deve essere piuttosto ridicolo da fuori.

“Dovrei essere io a consolare te, non il contrario”.

“Certo, come no”.

Quando gli agenti chiedono a Francesco di seguirli in centrale, noi altri come testimoni, sento la mia gratitudine verso Calandra Junior crescere a dismisura. Francesco era intento a pietrificare uno degli agenti quando Valerio si è messo in mezzo. Sorride, o per meglio dire ghigna, un luccichio negli occhi diretto di soppiatto al fratello: “Al momento mio fratello è in stato di shock”. Francesco quasi ringhia, ma si costringe a tacere.

“Sconsiglierei il flusso di ricordi necessariamente seguente una ricostruzione dei fatti”.

L’agente, taccuino in mano, solleva un sopracciglio: “Secondo quali competenze date questa opinione?”. “Primario di neurologia”. I due poliziotti presenti si lanciano un’occhiata, uno annuisce.

“Va bene. Ma dobbiamo chiederle di redigere una dichiarazione”.

Valerio si passa una mano tra i capelli e piega le labbra in una smorfia. “Certo” risponde e li segue verso la volante, lanciandoci un’occhiata di quello a cui si deve un favore. Mi giro in tempo per vedere la barella con sopra Marco scomparire nell’ambulanza, Claudio scambia qualche parola con uno dei paramedici prima di accostarsi a noi. Mi porge le chiavi della sua macchina: “Potresti…occupartene tu, per favore?”.

Annuisco: “Certo. Tu…vai con lui?”.

“Sì, ho già fallito abbastanza”.

Francesco lo fissa imperturbabile: “Tu non hai fatto niente di sbagliato”.

Claudio lo guarda con aria poco convinta.

“Stai bene?”.

Francesco distoglie lo sguardo: “Ci vuole altro”

“Di un ragazzone di due metri?”.

Uno dei paramedici si affaccia sulla strada: “Signor Landori, stiamo andando”.

“Sì arrivo”.

Perde un secondo a darmi una pacca sulla spalla, prima di salire insieme con il fratello ed andarsene tra il lamentoso squillare dell’ambulanza e la luce intermittente. Valerio quasi mette in fuga anche la volante della polizia, non so grazie a quali tecniche persuasorie, che probabilmente rasentano le minacce. Il silenzio che segue è irreale e con un sospiro poggio la testa sulla spalla di Francesco, il suo braccio si stringe intorno alla mia vita quasi volesse sorreggermi. Valerio si gira e ci osserva.

“Decisamente Brokeback Mountain” commenta a bassa voce, spostando lo sguardo.

“E allora?” risponde acido Francesco, la presa intorno a me si stringe. Sta davvero mettendo la nostra relazione su un piatto d’argento davanti al fratello? Ok, Andrea non commuoverti, conta fino a trecentoquaranta. Con mia altrettanta sorpresa, Valerio si limita a scrollare le spalle.

“Non me lo aspettavo, ad essere sincero. Pensavo che saresti rimasto solo come un cane a vita”.

Non riesco a trattenere una risatina all’espressione stupita di Francesco, che si trasforma in sospettosa.

“Ti ho detto che sto con un uomo” dice, soppesando ogni parola come se gli pesassero sulla lingua. Non credo proprio che avesse mai immaginato di dire una cosa del genere al fratello.

“La tua reazione è solo questa?”.

Valerio lo fulmina di sbieco: “E allora?”.

“Hai detto che dovevi presentarmi una persona” continua Francesco, il viso scuro e la voce ancora impostata. Valerio rimane immobile per un secondo, prima di borbottare qualcosa e attraversare la strada verso la propria macchina. Si ferma a metà per rivolgersi a Francesco: “Comunque mi aspetto un ringraziamento. Se non ti avessi visto passando non sarebbe andata così liscia”.

Francesco gli accenna un verso: “Sì, sì”.

Valerio sbuffa e termina l’attraversamento, aprendo la portiera di dietro. Per un attimo, penso di veder uscire un ragazzo, il che sarebbe piuttosto assurdo. Ma non posso fare a meno di emettere un verso di sorpresa quando, invece, Valerio si gira con un bambino di circa un anno, stretto tra le braccia come se fosse fatto di vetro fragile. Un bambino dalla pelle scura e i grandi occhi grigi.

 

CAPITOLO QUARANTUNO – BARBIE GIRL

Passo lo sguardo sbigottito da Francesco a Valerio, che controlla più volte prima di attraversare. Mi schiarisco la voce e tiro Francesco per la manica: “Hai…qualcosa da dirmi, per caso?”. Si volta di scatto verso di me e corruga la fronte, senza capire. Quando lo fa: “Ma sei scemo? Mica è mio quello!”. Alzo le mani in un gesto di arresa e mi costringo ad un sorrisetto serrato: “Stavo…stavo scherzando! Era per allentare la tensione”.

Francesco scuote il capo e torna a guardare il bambino, nemmeno Valerio stia portando in braccio una granata. Valerio sospira stizzito, con il bambino stretto al petto e l’aria di chi ucciderebbe senza pensarci due volte se qualcuno guardasse la creatura con uno sguardo che appena non gli piace. Sorrido quando il piccoletto gira appena il viso verso di me e rimane a fissarmi, gli occhi incastonati nei miei e la bocca leggermente spalancata, come se avesse appena visto una qualche creatura fatata. Allunga la manina e con una presa notevole afferra la mia felpa. Stringo appena la mano intorno alla sua: “Ehilà, salve!”.

Con mia grande sorpresa il bambino sorride e prende a ridere, i grandi occhi grigi esprimono tutta la sua improvvisa ilarità. Sono altrettanto stupito quando il viso di Valerio si rilassa, sorride con una tenerezza che non avrei mai immaginato sul fratellino burbero di pochi minuti fa. Il bambino stringe un mio dito e lo osserva divertito. Sollevo lo sguardo verso Francesco, che continua a fissare il piccolo come se stesse per esplodere da un momento all’altro. Scuoto il capo e lo chino all’altezza del bambino, sorridendo come uno scemo: “Ma guardalo come se la ride”. Francesco piega la bocca in un smorfia, ignorando lo sguardo omicida che Valerio gli rivolge.

“Da dove è uscito fuori?”.

Se non fossi sicuro che siamo tutti umani qui, giurerei di aver sentito il brontolio che in genere fanno i cani quando sono nervosi. Proveniva da qualche parte nel petto di Valerio: “Era in omaggio con il detersivo. Da dove cazzo vuoi che sia uscito?”. I due fratelli si guardano in cagnesco, mentre io preferisco continuare a dire frasette sceme al bambino, che per fortuna almeno per ora è un tipetto simpatico: spero che con il tempo non prenda il carattere di questi due. Valerio stringe ancora di più il bambino, riuscendo ad essere stranamente ancora più minaccioso di quanto non fosse mentre abbatteva Marco Landori. Punta un dito sul petto del fratello: “Tu, che ti piaccia o meno, mi devi un favore. Quindi per una volta cuciti quella boccaccia e dammi una mano”.

Francesco mette in mostra il suo sorrisetto: “Come potrei rifiutarti un favore, quando me lo chiedi in modo così supplichevole?”. Valerio digrigna i denti e strappa il proprio cappotto dalle mani di Francesco, tenendolo su un braccio mentre con l’altro tiene il bambino. Deve avere dei muscoli notevoli, questo bambino è bello e simpatico, ma è anche piuttosto cicciottello. Poi mi ricordo che in dieci secondi netti ha mandato Landori nel mondo dei sogni e capisco di aver appena scoperto l’acqua calda. Valerio fa un cenno verso il portone di Francesco, non troppo distante: “Allora, vogliamo salire?”.

Sorride, un perfetto riflesso del sogghigno del fratello: “Ricordatevi che siete sotto shock, madamigella”.

Francesco stringe il destro a pugno e avanza di mezzo passo: “Che hai detto?”.

Valerio finge un’espressione stupita: “Oh, ho toccato un punto dolente per caso?”.

Afferro Francesco per la spalla e lo tiro indietro, cercando di mantenere un sorriso pacificatorio che non sembri troppo fuori posto: “Su, su. Non mi pare il caso di litigare adesso”.

Valerio scrolla le spalle, non distogliendo l’attenzione dal fratello: “Lo abbiamo fatto per venticinque anni, minuto più, minuto meno”.

“Già, chissà perché” commenta gelido Francesco, chinando lo sguardo quando delle dita piccole e paffutelle gli afferrano la cravatta. Il bambino ride e mi pento di non avere una macchina fotografica quando Francesco arrossisce, un’espressione incerta sul viso. Zero ad uno per il pupetto, direi. Approfitto di questo momento per cambiare argomento, pur continuando a godermi la scenetta. “Comunque è stato…” agito le mani in aria, alla ricerca di un termine adatto che però non mi faccia sembrare una ragazzina esaltata. “…incredibile prima. Ho seriamente creduto di essere in un film di Bruce Lee”.

Per fortuna, Valerio non mi congela sul posto: “Niente di che”.

Ma non lascia affatto cadere la frecciatina al fratello, quasi fosse una necessità biologica: “Sei tu che sei invecchiato male. Da quando ti fai mettere sotto da un ragazzone tutto massa e niente cervello?”.

Strano ma vero, Francesco è troppo intento a guardare negli occhi il bambino per concentrarsi sulla risposta e gli viene fuori una frase che non avrei mai potuto prevedere: “Ho avuto un incidente. Non…”.

Si blocca, rimane con la bocca serrata. Dopo qualche secondo, si passa una mano tra i capelli e chiude gli occhi con stizza.

“Io non ho speso migliaia di euro tra pugilato e lotta libera” sussurra a denti stretti. Valerio rimane in silenzio, il viso assorto e gli occhi intenti ad analizzare impassibilmente il fratello. Per fortuna non commenta, non sarei in grado di fare niente se questi due esplodessero.

“Dai…” mormoro. “…andiamo su”.

Il silenzio che scende mentre saliamo verso l’appartamento è teso, nella mia scarsa capacità di tollerare le imbarazzanti mancanze di rumore, mi schiarisco la voce.

“Lei…ehm…ha fatto pugilato, insomma”.

Valerio, prima immerso in chissà quali pensieri, solleva gli occhi grigi verso di me.

“Sì, professionistico per quattro anni. Poi mi sono laureato”.

“Capisco. Sarebbe stato strano un dottore che la gente all’ospedale ce la manda”.

Vorrei innalzare uno stendardo alla vittoria quando riesco a strappargli un mezzo sorriso: “Immagino di sì”.

Mentre Francesco, scuro in volto, apre la porta di casa, faccio un sunto della situazione. Sì Andrea, stai entrando in casa del tuo uomo con suo fratello minore e un misterioso bambino che se la ride. Veramente fantastico.

Rimango sulla porta di casa, cercando di tracciare dei solchi nello zerbino con la punta del piede.

“Beh…io vado, allora…”.

I due Calandra si girano, ignorando un’esultante Brioche. Francesco si allunga e mi afferra per un braccio: “No, tu resti”.

La porta si chiude alle mie spalle, simile allo scoccare di campane funebri. Non riesco a pararmi in tempo e Brioche zompa verso di me, probabilmente il meno terrificante e più vulnerabile dei presenti. Et voilà, frullato di castagne. Le orecchie mi fischiano un po’ mentre mi tengo i gioielli sofferenti, ma sono sicuro di aver sentito il bambino ridere.

“Non sta bene ridere del male altrui,” mormoro senza fiato.

Dalla cucina si sente un coro di miagolii disperati. Valerio corruga la fronte: “Ma che…”.

Francesco lo interrompe con un gesto della mano: “No comment e fila in salone”.

Prima che il minore possa ribattere scompare nella cucina: “E voi state zitte, piccole arpie!”.

“Tanto per curiosità” dice Valerio con tono atono. “Quanti gatti avete?”.

Ancora tra atroci tormenti, sollevo quattro dita. Scusandomi filo in cucina, trovando Francesco intento a nutrire gli alligatori travestiti da innocui gattini. Finalmente posso fare ciò che mi faceva fremere da giorni. In tre tempi stringo la base del suo collo e lo tiro giù, divorando la sua bocca con una frenesia tutt’altro che elegante, ma non posso farne a meno. Sento un prurito al naso e…non posso ricominciare a piangere, non posso proprio. Rompiamo il bacio per respirare –maledetta madre natura- ma mantengo le fronti l’una contro l’altra.

“Stai piangendo” nota semplicemente.

“Msì…” annuisco, stringendo tra le dita i lembi della sua giacca.

“Mi…sono spaventato. Ho pensato che…insomma stava…”.

Sospira, poggia una mano alla base della mia schiena: “Lo so. Adesso stai tranquillo”.

Tiro su col naso. Mh, fashion.

“Mica ci riesco tanto…” sussurro, asciugando le lacrime con il palmo della mano.

“Domani andrà meglio, Barbie”.

Mi…rassicura? No, c’è qualcosa che non torna. Spalanco la bocca: “Come mi hai chiamato scusa?!”.

 

CAPITOLO QUARANTADUE – BECAUSE YOU LOVED ME

Sento dei tocchi su legno e mi giro, avvampando alla vista di Valerio Calandra, poggiato sullo stipite della porta. Le braccia raccolte al petto, si schiarisce la voce: “Tutto ciò è molto…”.

Si interrompe, arieggia una mano e sospira. “Vabbè. Ho finito il latte, ne avete?”.

Francesco lo fulmina: “Aspettare o ritirarti facendo finta di niente no?”.

Ma apre il frigo, estraendone il cartone con il latte. Valerio sorride sghembo: “E perdermi una simile occasione di metterti in imbarazzo?”.

Francesco gli tira il latte, più un tentativo di fare del male che un passaggio. Ma il fratello lo prende al volo senza il minimo impaccio. Bene, io che ci faccio tra questi due mostri?

“Io non sono imbarazzato” ribatte Francesco tra i denti. Si avvicina a Valerio, viso contro viso: “O devo andare in giro a dire come ti nascondevi sempre nella tua stanza?”.

I due si fissano in cagnesco. Io che pensavo nessuno fosse in grado di litigare quanto Francesco e Claudio. Sospiro e prendo Spike dallo scatolone, i suoi occhi chiari troppo gradi per la testolina mi fissano con aria poco astuta: “Allora Spike, non c’è un attimo di pace qui eh?”. Dopo avermi squadrato per qualche secondo, allunga la zampina e colpisce un ciuffo di capelli fuori posto. “Ehi!”.

Cerco di liberarmi, ma i piccoli artigli malefici si sono incastrati e come se non bastasse il piccolo idiota comincia a spingere con le zampe posteriori, graffiandomi il palmo della mano.
Francesco solleva gli occhi al cielo e, sotto lo sguardo perplesso di Valerio, mi salva dalla belva. Increspo le labbra e cerco invano di sistemarmi i capelli sparati in aria.

“Dovremmo chiamarlo Spike Lee”.

Con un sospiro, Francesco ripone il guerriero tra i suoi fratelli: “Spike Lee è un regista”.

Rimango immobile, la bocca aperta tra l’incertezza e lo stupore. “Oh” commento, da grande retore quale sono. Scrollo le spalle: “Sempre un nome asiatico è. In ogni film che si rispetti c’è un asiatico esperto di arti marziali”.

Due paia di occhi grigi mi osservano, decisamente poco convinti dal mio ragionamento.

“Anche in Titanic?” chiede Francesco, inarcando un sopracciglio

Ci penso un attimo su: “No, credo di no. Però ci starebbe bene”.

“Vieni e piantala di dire scemenze”.

Decisamente non è di buon umore, ma non ribatto e lo seguo titubante. Non so cosa i due fratelli si debbano dire, ma forse è il caso di lasciarli soli. Francesco non mi lascia molto spazio decisionale quando mi fa cenno di sedermi accanto a lui. Con la coda dell’occhio scruto il bambino, seduto sull’altro divano come un piccolo budda, pacioccamente poggiato contro il bracciolo. Solleva lo sguardo dall’interessantissimo ciuccio appeso al collo e mi osserva. Sorrido incerto e di nuovo il cosino scoppia a ridere.

“Andrea, piantala e siediti”.

Faccio due rapidi passi e quel maledetto tappeto decide ora di alzarsi, facendomi ruzzolare. Beh…non ho le prove per dimostrare che si sia alzato, ma l’ha fatto!
Cercando di mantenere un minimo di contegno mi ritiro in piedi, fallendo miseramente nel comportarmi da persona normale quando Francesco agguanta il cappuccio della mia felpa e mi trascina a sedere.

Valerio ridacchia e si avvicina alla finestra: “Vi spiace?”.

Io mi limito a corrugare la fronte, Francesco gli fa cenno di fare pure chissà cosa. Il dottore apre i vetri ed estrae un pacchetto di sigarette dalla tasca dei jeans.

“Allora…” esordisce Francesco, scrutando il bambino con aria poco amichevole. Lo indica con un cenno del capo: “…lui sarebbe?”.

Valerio si porta una sigaretta alla bocca e la accende, gli occhi chiari puntati sul fratello maggiore a muta minaccia. “Potresti anche evitare di guardarlo come un appestato” ribatte cupo, la voce camuffata dalla sigaretta tra le labbra. Ripone l’accendino in tasca e si poggia contro il davanzale: “Dopotutto, è tuo nipote”.

Francesco si irrigidisce, anche se probabilmente l’aveva già immaginato. Quel panzerotto ha il suo stesso colore di occhi, più che quello chiaro di Valerio. Scruta il bambino, che di rimando lo osserva ad occhi sbarrati come un lemure. Piano piega il capo sempre più a lato, fino a che il peso della testa non lo cappotta a lato. Tanto per cambiare, scoppia a ridere, fosse la cosa più divertente del mondo. Non riesco a resistere e scoppio a ridere anch’io: “Che carino”. Valerio sorride, espirando il fumo fuori dalla finestra.

Francesco piega la bocca in una smorfia: “Tua moglie deve averti mandato sul lastrico con l’uso di abbronzante”. Gli piazzo una gomitata nel costato: “Piantala!”.

Valerio ha un’aria piuttosto omicida, i muscoli delle braccia sono tesi da gonfiare le maniche del golfino: “Non sei spiritoso”.

“Non voglio esserlo” ribatte Francesco, passandosi una mano tra i capelli. “Dimmi che favore ti serve e facciamola finita”. Il maggiore ha il viso rivolto verso il nulla e forse non lo vede, ma a me non sfugge quell’attimo di dispiacere sul volto di Valerio, che viene mascherato quasi subito. Il minore si schiarisce la gola, la voce atona: “Voglio divorziare da Giulia. Non…conosco nessun avvocato di cui mi fido”.

Scrolla le ampie spalle, guardando al di fuori della finestra: “Magari tu sì”.

Aspira piano dalla sigaretta, la mente persa in chissà cosa. China il capo: “Qualcuno che non metta in mezzo il bambino”. Dopo qualche attimo di silenzio, Francesco si tira faticosamente in piedi. Per un attimo traballa e allungo un braccio verso di lui, ma mi ignora e riprende l’equilibrio da solo. Preoccupato, vedo che anche Valerio studia il fratello con sguardo cupo e clinico, analizzandolo da capo a piedi. Francesco non bada né a me né a lui, intento a scrutare il bambino, a sua volta divertito dal fatto di non riuscire a mettersi seduto e ignaro dei titani pronti allo scontro vicino a lui. Io…beh, sono la spalla stupida, come in ogni film che si ris…ok, questa l’ho già detta.

“Come si chiama?” chiede Francesco, rompendo lo sgradevole silenzio. Valerio sembra rilassarsi, la schiena si distende: “Manuele…in genere lo chiamiamo Goto”.

“Che lingua sarebbe?”.

“Spagnolo”.

Va bene. Credo di conoscere la persona giusta”.

Senza aggiungere altro, esce dalla stanza lasciandomi di sasso. Ma come? Non ha nient’altro da chiedere? Al contrario Valerio torna a guardare fuori dalla finestra, con lo sguardo ombroso di chi sapeva sarebbe andata così. Si passa una mano tra i capelli e la trattiene lì, lasciando che il fumo acre esca dalla sua bocca a tingere l’aria.

“Eh…” incerto su cosa fare, indico il corridoio.

“Io vado”.

Annuisce distrattamente.

“Bene” commento, dirigendomi rigido fuori dalla stanza. Trovo Francesco in camera da letto, intento a togliersi la cravatta con una mano sola. “Fra” si volta appena.

“Che c’è?”.

Scrollo le spalle, un puro gesto per perdere tempo. Non so proprio come metterla, forse non dovrei nemmeno impicciarmi ma…

“Non vuoi sapere nient’altro di quel bambino? È il figlio di tuo fratello in fondo”.

Con un gesto stizzoso si toglie la cravatta, gettandola sul letto: “Non mi interessa”.

“Io sono figlio unico e magari non so queste cose come funzionano, ma credo che ci sia rimasto male”.

Sfila anche la giacca, la rigidità dei movimenti unico segno di dolore: “Io e Valerio non abbiamo più nulla a che spartire”.

Sospiro, giocherello con le mani.

“Non ti pare di essere un po’ troppo duro? Ti ha aiutato prima e…è venuto per chiedere aiuto a te…insomma, è pur sempre tuo fratello minore e non sembra…”.

Si volta verso di me, un’espressione tutt’altro che pacifica sul viso: “Non sono affari tuoi, chiaro?”.

Dire che non mi aspettavo una risposta del genere, sarebbe una balla bella grossa.

Sospira, chiude gli occhi per un secondo.

“Vado a fare la doccia”.

Mi supera ed esce dalla stanza, sento la porta del bagno chiudersi. È vero che non sono affari miei, non so niente di come siano andate le cose tra loro due. Ma Valerio non mi pare una cattiva persona, non lo è nemmeno Francesco e non è una bella cosa che due fratelli maltrattino i sentimenti l’uno dell’altro in quel modo. Ci sarà pur stato un tempo in cui si sono voluti un po’ di bene, magari da piccoli, se riuscissero a ritornare un po’ ad allora, parlandone forse. Decisamente devo…

I miei pensieri, per una volta quasi sensati, subiscono un brusco retro-front. Osservo il vuoto con aria molto poco intelligente. Mh…la doccia…

 

2 commenti su “PAROLE NEL WEB: “UNIVERSITAS IN LOVE” di Melian_Belt

  1. Anna
    13 dicembre 2015

    Continua piacevolmente.. come finirà?
    Unico appunto.. I dialoghi… perché i nostri personaggi, a questo punto dialogano appunto un po troppo pochino..

    Mi piace

    • selvaggia
      13 dicembre 2015

      Dici? Devo dire che invece a me non dispiace un pò di narrazione pura in più. Purtroppo tra un paio di settimane finiamo… sigh sigh…

      Mi piace

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Questa voce è stata pubblicata il 12 dicembre 2015 da in Parole nel web, Racconti originali e talenti nascosti con tag , , .

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