Tre libri sopra il cielo

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PAROLE NEL WEB: “UNIVERSITAS IN LOVE” di Melian_Belt

Cari amici e amiche, eccoci al primo appuntamento settimanale della rubrica “Parole nel web“. Siamo quasi alla fine ragazzi, ora tutti i nodi stanno per arrivare al termine. Che sorprese ci saranno questa volta?

Buona lettura.
COVER PER UNIVERSITAS

TRAMA: Andrea è il nuovo arrivato tra i docenti di un’università di legge, e anche il più giovane. Considerato un genio, è arrivato fin lì solo ammazzandosi di studio, ma certo il suo carattere non è proprio quello di un rispettabile professore! Impacciato e confusionario, la presenza di un collega gelido come un iceberg e di un’acidità unica non è proprio la cosa migliore per metterlo a proprio agio! Come farà?

CAPITOLO QUARANTATRE – BLAH BLAH BLAH

Scuoto la testa per distogliermi dal momento di stand-by cerebrale ed esco dalla stanza, affacciandomi quasi correndo sul salone. Valerio ha buttato la sigaretta da qualche parte ed ora tiene in braccio il bambino, addormentato contro la sua spalla. I suoi occhi grigio chiaro mi osservano incuriositi e rimaniamo un attimo in silenzio, io che mi perdo ad osservarlo meglio. Non credo sia un crimine analizzare con rigore erm… scientifico il fratello dell’uomo con il quale si sta, per puro gusto di analisi, ovviamente. È un bell’uomo, di viso più di Francesco per i lineamenti forti ma comunque eleganti. È meno alto e ha un fisico meno imponente del fratello, anche se più atletico e scattante. La pelle è più scura, come quella di alcuni uomini del sud Italia, di un’abbronzatura naturale che fa spiccare ancora di più le leggere sfumature azzurre dei suoi occhi. Decisamente, un tizio da cui avrei potuto essere attratto se lo avessi incontrato prima di Francesco. Ma il mio buon senso evidentemente non è ancora da rottamare, perché mette Valerio Calandra nel cassetto con l’etichetta: eterosessuale con figlio, fratello minore dell’uomo con il quale vuoi stare ancora a lungo, caratteraccio permettendo.

Annuisco da solo, sorridendo soddisfatto della mia capacità di contenimento. Valerio corruga la fronte e piega la bocca con aria perplessa. Agito una mano nell’aria: “Lascia…perdere”.

Si sistema meglio il figlio contro il petto: “Stai con Francesco?”.

Rimango immobile ed in silenzio, gli occhi sbarrati. Dopo aver dimostrato di essere un campione di belle statuine –non è vero, perdevo sempre- ritorno nel mondo dei vivi: “Diretto”.

“Te l’ho messa semplice. Così ti basta un sì o un no”.

Mi riprendo dallo shock, pensando che in effetti non sono in grado di dire: ciao, sto con tuo fratello maggiore e sì, come puoi vedere sono un uomo. Non a un tizio che ha appena massacrato un gigante nel tempo di un respiro.

Prendo fiato e butto fuori velocemente la risposta: “Sì”.

Lui non commenta, fa solo un vago cenno di comprensione con il capo.

Mi schiarisco la voce e nascondo le mani nella tasca davanti della felpa: “Non te lo saresti…mai aspettato, eh?”.

“No” ammette. “Avrei visto Francesco più con una donna con il suo stesso carattere per rovinarsi la vita a vicenda. O solo”.

Abbozzo un sorriso: “Non credo le avrebbe rovinato la vita, Francesco…è una brava persona”.

Valerio mi scruta e davvero mi chiedo perché non si trovi mai una pala quando serve.

“Può darsi” concede, la voce atona.

Mi passo una mano alla base della nuca, trascinandola più volte tra i capelli. Sorrido come un idiota: “Beh…mi ha salvato da uno svenimento per calo di zuccheri, due volte, da un volo carpiato sul pavimento della facoltà, poi sono caduto lo stesso ma…”.

Faccio un gesto nell’aria a indicare una scivolata: “Meno forte, credo. Mi ha accompagnato a casa dopo un diluvio, tirato via dalla strada mentre stavano per investirmi. Insomma, mi ha comprato una merendina e un cornetto quando ancora non ci conoscevamo tanto”.

Non gli dico che secondo la mia teoria da bambino poco astuto, chi mi compra i dolci è automaticamente una brava persona. Se lo avessi fatto la sua aria stupefatta sarebbe aumentata esponenzialmente, per poi discendere verso la pietà. Le sue spalle si scuotono appena, le guance si gonfiano. Poi Valerio Calandra emette una breve risata, mettendo in mostra i denti per la prima volta: “Sei una specie di Mr Bean…problemi con il tu?”.
Rimango immobile, la bocca semi aperta come chi abbia avuto un’epifania: “Mai pensato di fare il testimonial per i dentifrici?”.

“Eh?”.

Mi riscuoto, rischio l’autocombustione rendendomi conto della cretinata che ho appena sparato: “Ah…no, niente. Il tu va benissimo”.

Sul serio, come diavolo fa ad avere dei denti simili? Sembrano finti, che li abbia rubati a Julia Roberts o qualcosa del genere? Valerio mi osserva stranito mentre chino appena il capo, cercando invano di guadagnare almeno uno scorcio del suo sorriso, chiedendomi se non si sia trattato di un’allucinazione. Sento l’acqua della doccia e il mio radar per uomini massimamente nudi si attiva. Che radar stupido, a ben pensarci. Sarei tentato di scaraventarmi nel bagno a razzo, magari sbattendo violentemente la faccia se la porta è chiusa. Ma non posso certo lasciare Valerio solo in casa, mentre sia io che Francesco stiamo in bagno…maledette convenzioni sociali. Nel sonno, Manuele sbadiglia, affondando ancora di più nel petto del padre, che sembra dimenticarsi di tutto il resto del mondo. Datemi una macchina fotografica, tutto ciò è troppo tenero. Mi pulisco con il dorso della mano la bava da eccesso di zuccheri e gli indico la stanza degli ospiti, vicino alla porta d’ingresso.

“Se vuoi…puoi metterlo a dormire lì”.

Valerio solleva il capo verso di me e annuisce, camminando in silenzio per non svegliare il saccottino. “Grazie…non ho afferrato il nome”.

Arriccio le labbra, sollevando gli occhi al cielo mentre cerco di ricordare se gli ho mai detto il mio nome prima. Ops.

“Ah…Andrea”.

“Apprezzo il tentativo che hai fatto con Francesco”.

Abbozza un mezzo sorriso e scompare nella stanza, lasciandomi come uno stoccafisso. Bene, mi ha sentito. Accidenti…avrei pensato che Calandra jr fosse un bastardo senza pari, invece sembra più civile del fratello. A parte un paio di battutine, con me è stato impeccabile, è con Francesco che non trova pace. Nella casa, ora silenziosa, si sentono sono lo scrosciare dell’acqua e il rumore sordo dei cuccioli nello scatolone. È incredibile quante cose siano successe nelle ultime settimane, proprio a me che per anni ho rischiato di essere strozzato dalla monotonia.

Chiudo gli occhi e sospiro, di colpo un brivido mi attraversa al pensiero di cosa sarebbe potuto succedere se io e Valerio non fossimo arrivati in tempo. So che Francesco non ne vorrà parlare, per lui è stato già troppo il farsi vedere in quella situazione, quel testardo orgoglioso. Ma alle coccole non potrà sfuggire! Mi accosto alla porta e la spalanco piano, temendo di vedermi scagliare contro un sapone dalla consistenza di mattone. Ormai lo so che quest’uomo ha una potenza di lancio spaventosa. Infilo cautamente la testa nello spiraglio e lo intravedo ad di là del vetro opaco della cabina, stranamente seduto. Per un attimo penso che non mi abbia sentito, poi arriva la sua voce, camuffata dal rumore dell’acqua: “Che c’è?”.

Chiudo piano la porta alle mie spalle: “Posso fare la doccia con te?”. Sospira e intravedo la sua sagoma mentre si tira in piedi. Apre le ante e il cuore balla il mambo quando appare, ancora lui, ancora vergognosamente in forma per la sua età. Ovvio, è passato qualche giorno, mica anni. I capelli sono portati indietro, visto che sono bagnati lì rimangono, il viso è completamente scoperto. Gli occhi, resi lucidi dalle gocce che vi sono entrate, sono più vividi del solito, il colore più lucente. Abbozza un sorriso: “Devi proprio?”.

Annuisco, togliendomi la felpa: “Assolutamente”.

Rischio di cappottarmi contro il pavimento duro quando inciampo nei pantaloni, alla mia età del tutto incapace di togliermeli stando in piedi. Francesco mi osserva, una mano sul fiano: “Non ho mai visto nessuno andare così poco d’accordo con i vestiti”.

Mi decido a sedermi sul tappetino, la mia scena di foga amorosa ormai andata a farsi friggere.

“Non mi hai mai visto con la roba di Ikea”.

“Chi è il pazzo che ti ha permesso di metterci le mani?”.

“Nessuno” rispondo, lasciando via una scarpa dopo un arduo scontro corpo a corpo. “Lo feci di nascosto”. Mi blocco, perso nei ricordi: “È una storia triste e tormentata. Piena di fraintendimenti”.

Francesco non sembra prendermi sul serio, ma scambiare uno degli scaffali dell’armadio montabile per una stampella gigante ha creato non pochi problemi. Poi ho dovuto spiegare a mia madre che i ripiani spaccati a metà erano la moda del momento. Non mi era sembrata molto convinta…

“Ehi”. Francesco mi riporta al tempo presente. “Muoviti, io ho quasi finito”.

Questa è una vera minaccia. Mi fiondo nella doccia, ignorando il fatto di avere ancora i boxer addosso. Vedo le stelle quando il piede si schianta su qualcosa di granitico.

“Ouch!”.

Francesco scuote la testa e arretra, poggiando la schiena contro il muro. Mi riprendo dal dolore e sposto i capelli dalla fronte, sorridendo come un ebete: “Ciao”.

Devo ammettere di essere un po’ imbarazzato, non so bene come comportarmi. Forse avrei dovuto lasciarlo in pace per un po’…

“Scusa per prima” dice all’improvviso, interrompendo il trip mentale nel quale mi stavo inoltrando.

“Avevi buone intenzioni”.

Sospiro di sollievo: “Avevi ragione anche tu…non sono affari miei”.

Si strofina una mano sul collo: “Ho fatto una figura da idiota, da…”. Si blocca, incapace di continuare. Nasconde lo sguardo nel piccolo vortice d’acqua che va verso lo scarico: “…debole”.

Sputa la parola come se fosse velenosa.

Scuoto il capo: “Ma che sciocchezze dici!”.

Mi lancia un’occhiata, tutto tranne che convinta.

“Farmi…salvare da mio fratello minore mentre un tizio cerca di…”. Agita una mano nell’aria e sospira, passandosi una mano sul volto. Non riesco più a resistere e lo abbraccio, sistemando la guancia contro la sua spalla.

“È colpa del braccio. E di quel bestione deficiente”.

Sollevo il capo, appoggio il palmo sul suo viso. Mi tiro sulle punte e poggio un bacio sulle sue labbra, inumidite dall’acqua bollente. “Tu non avresti potuto fare altro. A parte farmi restare, ma sei testone come un mulo”.

“Perché tu lo avresti distrutto con le arti marziali, vero?”.

Gli pizzico un fianco: “Non è ammessa ironia”.

“Scusami. A volte dimentico la tua forza sovraumana”.

Mi stuzzica, ma anche io so farlo.

“Tuo fratello è un gran bell’uomo”.

Ci rimango un po’ male quando non sembra prendersela, anzi sorride quasi sfidandomi ad andare avanti. Ah sì? Guerra sia: “Prima non ho potuto fare a meno di studiarlo un po’. Ha dei denti davv…”.

Non riesco a finire la frase, le mie labbra serrate dalle sue. La mia resistenza dura…ma quale resistenza? Gli cingo immediatamente il collo con le braccia, lo stringo contro di me, con poco self control gli divoro la bocca, con l’aiuto del suo braccio intorno alla vita sollevo le gambe, le stringo intorno alla sua vita in un vano tentativo di fusione. In Dragon Ball funzionava. L’acqua è bollente e mi ustiona la schiena, o forse sono io che sto andando a fuoco. Il respiro mi manca, sono felice, maledetto me che sono così emozionale. Decisamente non sarò mai un professore troppo serio. Mi separo per respirare, ma per quanto posso mi mantengo vicino a lui, la fronte contro la sua. Sorride, anzi ghigna: “Bla, bla, bla”.

CAPITOLO QUARANTAQUATTRO – UNTOUCHED

Arriccio le labbra: “Ti odio”.

Sempre con quel sorrisetto, stringe un braccio intorno alla mia vita, tenendomi contro di sé. Poggia le labbra sul mio collo, vi lascia un leggero bacio che mi fa sussultare, per la sorpresa di un gesto simile da parte sua e per lo sfarfallio che mi ha provocato nello stomaco.

“Sparane un’altra” sussurra, vicino al mio orecchio. Affondo le dita nei suoi capelli bagnati e contro la sua spalla borbotto una protesta senza senso logico. Lui ridacchia e il petto ampio contro il mio trema, sento il vibrare della sua risata nel torace, un tuonare sordo ricoperto dal rumore dell’acqua. La sua mano destra è sulla mia schiena, mi tiene su, se avessi un minimo di onore maschio mi lamenterei di essere tenuto in braccio come un bambino, ma al momento non me ne importa niente, sorrido da bravo scemo. Accarezzo lentamente la base del suo collo e sposto il viso per rimpossessarmi della sua bocca, la sinistra che sale a scansargli i capelli dalla fronte, poi giù per il viso a rimanere lì, a spostarlo per chiedere un accesso maggiore alla cavità calda che ora sa un po’ di cloro. L’acqua mi appiccica i capelli contro gli occhi, vorrei spostarli ma al momento sono meno lucido del solito e conoscendomi finirei col cappottarmi da qualche parte.

Sorrido quando le dita di Francesco portano indietro le mie ciocche ribelli, sistemano i capelli dietro le orecchie, continuano ad accarezzarmi gentilmente la tempia. Socchiudo gli occhi e per un attimo la vista mi viene scrociata, tutto è doppio e confuso. Sbatto le palpebre e focalizzo lo sguardo sull’uomo tra le mie braccia, o per meglio dire l’uomo a cui sono attaccato come un Koala. Tiene gli occhi chiusi, un lieve rossore si sta formando sullo zigomo, insieme a un altro vicino alla tempia, dove ci sono anche dei lievi graffi. Il braccio sinistro è poggiato contro il muro, un poco lontano dal corpo e con un po’ di fatica riesco a scorgerlo bene, notando quella che è evidentemente l’impronta di una mano, i segni delle dita chiari contro la pelle arrossata e macchiata da piccoli lividi violacei. Gli occhi mi bruciano e mi stringo ancora di più contro di lui, sposto il collo per aumentare la pressione, il respiro comincia a farsi pesante. Francesco sospira e si abbandona ancora di più contro il muro, lascia che io giochi con la sua lingua con delle risposte calme, del tutto opposte al mio modo di fare da forsennato.

Mi divido da lui nemmeno fossi andato in apnea, cercando di ritrovare un minimo di aria per i polmoni. I suoi occhi grigi, socchiusi a mezz’asta, mi osservano acquosi, lucidi. L’acqua scende in piccoli rivoli ai lati del suo viso, giù per il collo, passando per un segno scuro che non avevo notato prima. La fronte aggrottata, vi passo delicatamente la punta delle dita, spalancando gli occhi quando capisco cos’è. Un…morso? Un momento, io non l’ho mai morso in quel modo, per la miseria si vedono le impronte dei denti! Ma che diavolo ha fatto, si è scontrato con un chupacabra? Il mio corpo si tende e provo la forte tentazione di soffiare come un gatto per il nervosismo, serro le labbra in una linea sottile. L’ha morso! Quel gigantesco, maledetto brutto… Francesco inarca una spalla, ha le gote arrossate e l’aria di chi non è troppo contento di essere scrutato in quel modo. Sospiro, cercando di darmi una calmata. Veloce come un picchio, mi lancio sul punto leso e vi poggio le labbra, coprendo il segno non voluto con uno mio. Di nuovo lo guardo negli occhi, i nostri visi sono vicinissimi. Sorride, le nocche delle dita mi strofinano una guancia e piano si tende, baciandomi, un lieve fruscio di labbra.

“Stai calmo, hm?”.

Mi stringo al suo collo e vi affondo il viso. “Se lo becco lo ammazzo” bofonchio, la voce esce attutita.

“Disse V per vendetta”.

Ridacchio: “Valerio per Vendetta. È perfetto, fa anche paura a sufficienza”.

Poggia un bacio sulla mia testa, sento il suo sorriso: “Stai dicendo che io non faccio paura?”.

“No, sei stato sconfitto dal minore. Arrenditi”.

“Peccato” ribatte, uscendo dalla cabina doccia con me ancora attaccato come una figurina su un album Panini.

“Che dici, ci stacchiamo?”.

Con uno sbuffo, divincolo le gambe da intorno alla sua schiena e per un attimo rimango penzoloni.
“Quanto sei scemo” commenta, aiutandomi a raggiungere l’agognato pavimento.

“Non è colpa mia” ribatto, corrucciato. “Sei tu che ti fai più alto senza avvisare”.

Rimane qualche secondo a fissarmi perplesso, prima di tirarmi un asciugamano in testa.

“È buio qui”.

“Asciugati e piantala”.

Mi tolgo l’oggetto oscurante dalla faccia, in tempo per vedere Francesco stringere un asciugamano intorno alla vita. Si gira verso uno specchio e porta i capelli indietro con un’unica manata che decisamente non indica un complesso di Narciso. Rigiro l’asciugamano tra le mani, contorcendomi nei boxer che non ho tolto e ora sono pesanti, fastidiosamente appiccicosi.

“Io…ehm”.

Devo essere proprio masochista per ricominciare il discorso, ma la mia bacata sindrome da supereroe non riesca a starsene quieta.

“Credo che tu debba essere un po’…come dire…meno aggressivo con tuo fratello”.

Mi mordo il labbro inferiore e rimango in attesa dell’ascia del boia. Francesco poggia le mani sul lavandino e sospira, continuando a scrutare con sguardo assorto i segni sul viso e sul collo.

“Ci proverò” mormora.

Rimango immobile, chiedendomi se io non sia soggetto ad allucinazioni uditive. Mi guarda e solleva gli occhi al soffitto: “Sì, ho detto che ci proverò”.
Scrollo la testa e sorrido: “Bene”.

Francesco scuote appena il capo e stira le spalle, mi scompiglia i capelli ed esce, mostrandomi la schiena. Al livido rimediato il giorno che ho rischiato di diventare parte della composizione stradale, che ora ha preso un colorito giallo peperone, ora se ne sono aggiunti altri. Sospiro, sperando che i giorni in cui si fa regolarmente male siano finiti e che non gli venga la malsana idea di darsele con il fratello pugile. Devo avere qualche strano potere, magari uno sciamano mi ha lanciato un anatema che mi rende un potente amuleto porta sfortuna.

Prendo un largo asciugamano nel quale mi avvoltolo e raccatto i vestiti, lanciati da una parte all’altra del bagno, che finiscono in una pallotta scomposta tra le mie braccia. Esco anche io, o per lo meno tiro fuori la testa, terrorizzato all’idea che Valerio possa sbucare nel corridoio e vedermi seminudo. Questa sì che sarebbe una cosa imbarazzante. Mi rifugio rapido nella stanza e faccio per accostare la porta, che mi sfugge e si chiude con un fracasso infernale, seguito dal vagire di Manuele che sembra un’ambulanza. Ignoro l’occhiataccia di Francesco, le gambe chiuse in un paio di jeans che gli fanno da seconda pelle e che mi rendono molto felice. Fischiettando e fingendo noncuranza prendo il mio zaino, dal quale tiro fuori un paio di boxer neri, che pesano stranamente più del solito. Me li passo tra le mani e mi verrebbe da ululare per la disperazione a sentirli bagnati, causa efficiente una bottiglietta d’acqua che qualche demone celeste ha pensato di aprire nel mio zaino.

Francesco si allunga su di me e scuote il capo: “Sei un caso perso. Valli ad asciugare con il phon”.

Accucciato sul pavimento, i boxer tra le mani, inarco il collo verso di lui: “Sì mamma”.

Borbotta qualcosa e si infila una maglia bianca, corrugando la fronte alle urla atroci di Manuele. Mi punta un dito in fronte, sbilanciandomi e facendomi finire con il sedere per terra. “Questa me la paghi” sibila.

Si gira per andare e con un balzo riesco a dargli una pacca sul sedere: “Vai così tigre!”.

Mi guarda male ed esce dalla stanza. Non è che non mi fidi di lui, è del suo caratteraccio che ho qualche dubbio. Quindi mi affaccio sul corridoio facendo spuntare la testa. Valerio è lì, fa sobbalzare leggermente il bambino fra le braccia, sussurrando qualcosa. Francesco sbuffa e gli si avvicina di un paio di passi, si passa una mano tra i capelli in un gesto di stizza. L’altro solleva lo sguardo dal bambino e sogghigna: “Divertiti?”.

Oh-oh, no bene. Da qui riesco a vedere la schiena di Francesco irrigidirsi, il pugno destro chiudersi.

“Ma vaffan…”.

“Fra, a cuccia!”.

Francesco si gira verso di me, un’espressione che potrebbe incenerire. Ridacchiando, Valerio torna nella stanza degli ospiti, il bambino lo fissa con i grandi occhi grigi e parte a ridere anche lui, contagiato dal padre.

Calandra senior non distoglie l’attenzione da me e sibila: “Mi hai detto a cuccia?”.

Mi nascondo dietro la porta, emettendo una vocina piuttosto idiota: “Scusa!”.

E via, filato verso il bagno con la mia preziosa palla di vestiti e i boxer annacquati.

Asciugo la biancheria alla bell’è meglio e mi vesto in fretta, non troppo convinto a lasciare i due fratelli in una stessa casa. Trovo Francesco seduto sul letto, le gambe incrociate e una pila di fogli tra le mani. Ha gli occhiali con la montatura grigia inforcati e una penna in bocca. Con un lieve sorrisino, mi accosto: “Che stai facendo?”.

“Bozze del libro”.

Spalanca appena gli occhi quando capisce che cosa si è lasciato sfuggire e si gira verso di me: “No, non puoi leggerlo”.

Balzo sul materasso, saltellando sulle ginocchia: “Ti prego, ti prego! Non sapevo che lo stessi scrivendo”.

Digrigna i denti: “Ti ho detto di no. Fa meno casino, il bambino sta dormendo”.

Mi viene da ridere e gonfio le guance, che nascondo tra le mani.

“Che diavolo ridi?”.

“Eheh! Mi sei sembrata una mamma”.

Arrossisce e si toglie gli occhiali: “Non sono io la donna tra noi due”.
Spalanco la bocca: “Come osi!”.

Di nuovo, la sirena parte da in fondo al corridoio, un urlo ancora più lacerante dei precedenti. Si sente la voce di Valerio: “Ancora?”.

Francesco sbuffa e si alza. “Bisogna portare fuori Brioche e preparare la cena” bofonchia. “Visto che ci tengo a continuare ad avere un cane ed una cucina, tu resti qui. Dovrebbe essermi più facile sopravvivere”.

Raccolgo le braccia al petto e lo guardo male mentre se ne va, portandosi le bozze con sé. Mentre Francesco è fuori con il cane, sono combattuto tra cercare di parlare con Valerio e ignorarci a vicenda. Mi libera dal problema, perché rimane tutto il tempo nella stanza, cercando di far mangiare al bambino una strana pappetta che è sceso a prendere in macchina. Quando Francesco torna e cucina, rimango lì con lui ad osservarlo, relegato a starmene seduto sul tavolo, interdetto anche all’apparecchiamento. A quanto pare, per lui ci sono troppe cose che potrei rompere o con le quali fare del male agli altri o a me stesso. Ma per chi mi ha preso? Così posso solo starmene seduto qui, una mano a sorreggermi la testa. Francesco mi lancia un’occhiata con la coda degli occhi: “Vai a chiamare quello là”.

Scrollo il capo, mentre mi tiro in piedi. “Bel modo di provarci” borbotto. “Chiamando il proprio fratello quello là”.

Ignoro il verso minaccioso che fa con la gola e vado a bussare alla porta degli ospiti.

“Avanti”.

Apro, trovando Valerio seduto sul letto, il bambino in braccio. Riesco a malapena a trattenere una risata idiota alla vista della strana miscela grigiastra che ha imbrattato il golfino un tempo nero di Valerio, che cerca invano di rompere la presa di Manuele intorno ai suoi capelli. Per fortuna riesco a mantenermi più o meno serio, non del tutto voglioso di voler stuzzicare la copia italiana di Chuck Norris.

“È pronto”.

“Ah, grazie” borbotta, tirandosi in piedi con il bambino tra le braccia.

Sorrido: “Fazzoletto?”. Anche lui abbozza un sorriso: “Sarebbe apprezzabile, sì”.

Inutile dire, l’atmosfera a tavola non è tra le più rilassanti. Per fortuna Manuele è qui a darmi una scappatoia, chiedo a Valerio di farmelo tenere e per quasi tutta la cena parlo con il panzerotto, mormorando cose piuttosto stupide che mi guadagnano occhiate fulminanti da Francesco. Visto che tanto non mi è concesso fare niente, io e Manuele ce ne andiamo seduti sul salone, lasciando soli i due grand’uomini. Nemmeno un minuto dopo, la voce di Francesco arriva dalla cucina:

“Vai fuori e lasciami in pace!”

“Sei veramente insostenibile!”.

“Detto da te, fa solo ridere”.

Ecco giungere Valerio, gli occhi chiari che specchiano l’irritazione e la mascella serrata. Con uno sbuffo apre la finestra e tira fuori una sigaretta, che accende a una velocità stratosferica.

Stringe la sigaretta tra i denti quasi voglia ucciderla e si volta a guardarmi.

“Ma è sempre così?”.

Abbozzo un sorriso, a disagio: “Beh…ecco…dipende dalle persone”.

Capisco che non è la risposta più diplomatica quando una strana luce passa nelle iridi di Valerio, la stessa che ho visto più di una volta oggi. Mi dà la schiena ed espira una lunga nube di fumo, le dita giocherellano nervosamente con la sigaretta.

Francesco POV

Credo che tu debba essere un po’…come dire…meno aggressivo con tuo fratello.

Sospiro. Piccolo scemo che non è altro, fosse facile. Non è solo colpa mia, anche Valerio non è che me la renda facile, nemmeno lui ha un carattere angelico, anzi, nel nostro quartiere il più bastardo dei due era considerato lui. Non mi viene da dimenticare, lasciare il passato alle spalle e fare finta che non sia mai successo niente. Sono stati troppi gli anni in cui la nostra relazione è degenerata fino a putrefarsi del tutto, lasciando qualcosa di amaro e rabbioso tenuto insieme da fili di avvenimenti tutt’altro che belli. Sposto un poco il braccio, cercando di riattivare la circolazione. Ma tutto quello che ottengo è un Andrea ancora più avvoltolato intorno ad esso in una morsa che farebbe invidia ad un lottatore greco-romano.

Guardo l’orologio, indica le due e mezza di notte. Per fortuna questa giornata è finita, mi è sembrata eterna. Sono stanco morto e il mio corpo fa male in punti che non avrei mai pensato, specialmente il braccio sinistro pulsa di un dolore continuo. Rabbrividisco al pensiero di una mano estranea e non voluta che si stringe intorno alla mia intimità, torna la nausea, ma riesco a sconfiggerla prendendo lunghi respiri. Abbandono la testa contro il cuscino e seguo la scia di luce proveniente dall’orologio, che illumina appena di uno sfocato blu il viso addormentato di Andrea. Sorrido, spostandogli una ciocca di capelli dal viso. Sembra ancora più bambino quando dorme, avvoltolato intorno al mio braccio e con la testa sulla mia spalla. È caldo, un baco da seta termico insaccato nella coperta. Una sua gamba è messa poco elegantemente su di me e, incredibile ma vero, riesce a dormire in questa posa da contorsionista.

Gli poggio un bacio sulla fronte, quando dorme posso permettermi qualche strappo alla reputazione. Sono felice che lui sia qui, anche se non lo ammetterei mai. È vero che da quando è arrivato me ne sono successe di tutti i colori, ma ne vale la pena di svegliarsi da un coma, aprire gli occhi e trovarlo lì, scoprire che non si è mai mosso dall’ospedale per me. Pensare che prima di allora avevo fatto poco altro, oltre che insultarlo. In effetti, gli avevo anche offerto del cibo. Forse, per la sua mente da animale poco astuto, è stato quello lo scoccare della scintilla. Sorride nel sonno, si stringe ancora di più su di me e bofonchia qualcosa, prima di tornare immobile come un sasso. Mi passo una mano sul viso, ma fermo il movimento a metà nel sentire il rumore di una porta che si apre. Corrugo la fronte: viene dalla stanza di Valerio, che ci fa in giro a quest’ora? La mia prima idea è di restare qui e fregarmene, ma la voce della coscienza, dannatamente simile a quella di Andrea, mi rimbomba nella testa.

Magari ha bisogno di qualcosa. È tuo ospite, in fondo.

Mi verrebbe da dare una pacca sulla testa di Andrea e dirgli di farsi gli affari suoi, prima di rendermi conto dell’assurdità di questa cosa. Sbuffando scendo dal letto e mi dirigo in salone, facendo meno rumore possibile, non che Andrea abbia il sonno leggero. Tutto è buio, un fascio di luce arancione entra d’improvviso quando Valerio apre la finestra, situata vicino ad un alto lampione nero. Riconosco la sua sagoma, è poggiato con i gomiti sul davanzale, una mano a sorreggergli la testa, incastrata tra i capelli.

Mi schiarisco la voce: “Ehi”.

Non si gira nemmeno: “Ehi”.

Prendo un ampio respiro, sforzandomi di mantenere un tono neutrale.

“Bisogno di qualcosa?”.

“Improvvisamente fai il gentile?”.

Serro la mascella: “Sei veramente…bah, e io che pensavo di farti un favore”.

“Ok, ok. Non mi va di litigare”.

Sospira, poggia la fronte sul palmo, la voce bassa: “Proprio non mi va”.

Raccolgo le braccia al petto e fisso il vuoto, tirando finalmente fuori la domanda che volevo fare da un po’: “Perché sei venuto proprio da me?”.

Attimi di silenzio. Poi la sua voce arriva dalla semioscurità: “È così strano andare dal proprio fratello, quando si ha bisogno di una mano?”.

“Se si ha una relazione normale, no. Nel nostro caso, sì”.

Si volta e la tensione sulle sue spalle si nota nonostante le ombre della notte.

“E quale sarebbe una relazione normale?” sibila, cogliendomi alla sprovvista con la domanda detta con voce così cruda. Avanza di qualche passo, arrivando di fronte a me.

“Noi siamo comunque fratelli, che ti piaccia o meno. Non puoi proprio smetterla di fare il bastardo con me?”.

Lo fisso sul posto, odio il fatto che faccia sembrare me la brutta persona qui.

“Un po’ tardi per pensarci, un po’ troppo comodo. Dopo tutto quello che hai fatto, che non hai fatto, con che diritto…”.

Mi interrompe, preme un dito contro il mio petto:

“Nella tua perfezione sei convinto che gli altri siano sempre dalla parte del torto, non è vero? Perché cazzo non apri un po’ quel tuo cervellino ottuso e non cerchi di capire anche gli altri, anche i tuoi errori per una volta?”.

Spalanco gli occhi: “I miei errori? Io ho sempre cercato di tenere a bada nostro padre, io consolavo nostra madre quando lui esagerava e sempre io finivo col prendercele da quando ero bambino, mentre tu non facevi altro se non chiuderti nella tua stanza!”.

“E non ti viene da chiederti perché io lo facessi?”.

La sua voce stona, si piega, non abituata a toni così alti, è storpiata dalle emozioni che non riesce a contenere. Ride, una risata amara e beffarda: “Te lo sei dimenticato? Nella tua memoria l’unico con il quale papà se l’è presa sei stato tu, solo tu. Mentre io sono il bastardo che se ne fregava. Ma tutte le volte che quando ero appena un bambino me ne tornavo in camera con il naso sanguinante, le orecchie che fischiavano per le botte, quelle non te le ricordi vero?”. Rimango attonito in silenzio, assorbendo ogni parola. È passato tanto di quel tempo, ricordo appena a cosa si stia riferendo, sono solo delle immagini che non riesco nemmeno a discernere bene. Può darsi…può darsi che sia successo anche questo, anche se non ho ricordi nitidi qualcosa arriva dalle nebbie del passato. Ma non sarà stato che poche volte…

Sento gli occhi di Valerio puntati su di me, brillano di rabbia e spero che sia solo quello a renderli così lucidi. “Nessuno, né te né mamma siete mai venuti a vedere come stessi! Mai, nemmeno una volta! Io ho aspettato, ho aspettato che lei venisse a pulirmi le ferite come faceva con te, a dirmi che le dispiaceva. E l’ho anche sognato, molte volte, di vederti entrare da quella fottuta porta a dirmi che ero stato bravo a difendere la mamma!”.

Si interrompe, a mandare giù un groppo in gola. Vedo i suoi pugni chiudersi nella penombra, le spalle si alzano e abbassano al ritmo delle lunghe boccate d’aria.

“E sì, la cosa che avrei voluto di più era che tu mi difendessi, che non permettessi a quel bastardo di mettermi le mani addosso, dannazione!”.

Non ce la faccio ad interromperlo, non sarebbe nemmeno giusto. Rimango in silenzio, un palloncino mi cresce nel cuore a bloccare il petto ad ogni parola che dice. Ho sempre voluto credere di essere forte, dovevo esserlo in quella famiglia ma…evidentemente non lo ero abbastanza anche per lui e l’ho lasciato solo, pretendendo da un bambino troppo piccolo quello che invece io mi ero imposto come compito. Un sapore amaro mi invade la bocca.

“Ma non potevo essere debole, giusto? A te i deboli fanno schifo, perché mai un bambino avrebbe dovuto avere paura di un padre violento, volere essere difeso dal fratello maggiore, curato dalla madre? E perché cazzo avrei dovuto difendere una donna che aveva te a farle da nobile cavaliere, che ti ha sempre preferito a me?”.

Cade il silenzio, interrotto solo dal suo respiro pesante. Apro la bocca per dire qualcosa, qualunque cosa, ma niente. Sono paralizzato, non mi è mai successo prima in vita mia. Ho del cemento impastato in gola. Troppe cose stanno accadendo in queste settimane e sento il pavimento mancarmi da sotto i piedi, come se l’arrivo di Andrea a Milano abbia spezzato degli equilibri vitali. Che razza di fratello sono stato? In realtà ho voluto credere quanto mi faceva più comodo, odiandolo per il suo menefreghismo per non dovermi mettere sulle spalle una vita in più. Non è una buona scusante, forse sarebbe bastato tendergli una mano. Valerio si passa le dita tra i capelli, in un gesto di stizza che abbiamo in comune. Prende un ampio respiro per riprendere il controllo di sé e mormora:

“Non sarei dovuto venire. Domani…me ne vado”.

So che ormai siamo entrambi due uomini cresciuti le cui ferite si sono trasformate in cicatrici, impossibili da togliere. Ma so anche che, se non lo facessi, sarebbe l’errore estremo, l’ennesimo atto di egoismo in cui ho permesso al mio carattere di vincere su ciò che è giusto. Afferro Valerio per l’avambraccio e me lo tiro contro il petto, gli cingo le spalle.

“Non ho mai capito” mormoro “Mi dispiace così tanto…”.

Valerio rimane immobile, trattiene il fiato ed aspetto l’insulto, lo spintone. Invece sento le sue braccia incrociarsi dietro la mia schiena e stringere con una forza che fa quasi male.

 

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Questa voce è stata pubblicata il 16 dicembre 2015 da in Parole nel web, Racconti originali e talenti nascosti con tag , , .

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