Tre libri sopra il cielo

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PAROLE NEL WEB: “UNIVERSITAS IN LOVE” di Melian_Belt

Cari amici e amiche, eccoci al secondo appuntamento settimanale della rubrica “Parole nel web“. I nostri due Professori ci riservano un colpo di coda… chissà cosa stanno progettando…

Buona lettura.
COVER PER UNIVERSITAS

TRAMA: Andrea è il nuovo arrivato tra i docenti di un’università di legge, e anche il più giovane. Considerato un genio, è arrivato fin lì solo ammazzandosi di studio, ma certo il suo carattere non è proprio quello di un rispettabile professore! Impacciato e confusionario, la presenza di un collega gelido come un iceberg e di un’acidità unica non è proprio la cosa migliore per metterlo a proprio agio! Come farà?

CAPITOLO QUARANTACINQUE – WAKE UP

Andrea POV

Allungo un braccio sull’altro lato del letto in un gesto meccanico, che probabilmente avrebbe preso sul naso il secondo occupante. Questo se ci fosse attualmente stato il secondo occupante. Corrugo la fronte e muovo la mano su e giù per il materasso, la mia mente troppo offuscata per capire che sia fisicamente impossibile che Francesco si possa mettere così in pizzo su un letto destinato ad una sola persona. Tiro su la testa e con un soffio cerco di spostarmi i capelli dalla fronte, ma quei maledetti anarchici ricadono giù, finendo dritti nelle orbite. Mentre guaendo li tolgo mi chiedo perché nei film funzioni sempre. Sbuffando mi tiro a sedere, gli occhi lesionati che cercano di distinguere qualcosa nell’ombra. Allungo scompostamente la mano verso la sveglia, schianto il polso contro l’angolo del comodino ma almeno riesco a vedere l’ora.

Decisamente non mi pare il momento per una passeggiatina notturna, magari Francesco è un lupo mannaro. Ridacchiando da solo da bravo scemo, poggio la schiena contro la parete, rimanendo in attesa. Le ipotesi di dove possa essere andato variano dalla ragionevole –il bagno- alle più assurde, che sono le uniche a trasformarsi in trip mentali allucinanti. Poi le mie orecchie si adattano al silenzio e colgo delle voci provenienti dal salone.

“Noi siamo comunque fratelli, che ti piaccia o meno!”.

Oh-oh. Con incredibile agilità balzo giù dal letto, dimenticandomi di uscire prima dalle coperte e finendo rovinosamente a terra in una morsa letale di lenzuola e piumone. Rimango immobile sul pavimento, sperando che il demone che mi ha maledetto distolga un attimo l’attenzione, permettendomi almeno di uscire dalla stanza. Con molta cautela mi libero dal groviglio e silenziosamente mi affaccio sul salone, non morendo dalla voglia di trovarmi in mezzo ad uno scontro mortale. In uno strano flash mentale me li vedo girarsi a spada sguainata, entrambi consapevoli della mia presenza nonostante il buio. Poi ritorno una persona quasi normale e sospiro, notando che non si sono accorti di me. Valerio è di spalle contro la finestra aperta, la luce di un lampione ne illumina la sagoma. Tiene i pugni chiusi, la schiena indietro in un moto di difesa.

“Te lo sei dimenticato? Nella tua memoria l’unico con il quale papà se l’è presa sei stato tu, solo tu. Mentre io sono il bastardo che se ne fregava. Ma tutte le volte che quando ero appena un bambino me ne tornavo in camera con il naso sanguinante, le orecchie che fischiavano per le botte, quelle non te le ricordi vero?”.

Rimango immobile, trattenendo il respiro. Sposto lo sguardo a Francesco, fisso in una condizione simile alla mia. Non riesco a vederlo in viso, ma scorgo le sue spalle irrigidirsi. Le parole di Valerio escono in un fiume, la voce tanto piegata dall’agitazione che nemmeno la riconosco come sua. Fatica a parlare, ma non si ferma, acqua liberata da una diga dopo molto tempo. Non riesco a credere che quell’ombra che rivela la propria frustrazione sia in realtà il composto fratello di Francesco, per un attimo mi chiedo se questo sia tutto un sogno.

Valerio ridacchia, scuote il capo in un cenno incredulo.

“E perché cazzo avrei dovuto difendere una donna che aveva te a farle da nobile cavaliere, che ti ha sempre preferito a me?”.

Scende il silenzio e in esso riecheggiano le frasi di Valerio, che mi entrano nel petto e nella testa come spine. Avevo sospettato che il loro padre non fosse stato proprio stile Settimo Cielo, tutto amore e consigli, ma sentire di persona queste cose mi stordisce, forse perché la mia famiglia è stata così incredibile con me. Soprattutto non riesco a collegare questo passato a Francesco, il mio Francesco, per quanto possessivo possa suonare. Francesco non dice nulla, rimane immobile. È senza parole, cosa che avrei ritenuto impossibile. Niente battutine, niente borbottii, niente sbuffi. Solo il silenzio.

Valerio si passa una mano tra i capelli, nello stesso gesto che Francesco fa sempre, e sospira: “Non sarei dovuto venire. Domani…me ne vado”.

Sposto gli occhi da Francesco a Valerio, da Valerio a Francesco, al punto che le orbite perdono la strada. Ti prego, ti prego demone che mi odia, convertiti e fa che Francesco non se ne stia lì fermo come uno stoccafisso in un momento del genere. È un’azione velocissima, Francesco allunga un braccio e afferra quello del fratello, tirandolo verso di sé. Mi metto le mani fra i capelli, pensando che voglia dargli una testata in fronte e stenderlo, invece rimango a bocca aperta quando non succede. Nel buio vedo solo una massa scura, non può essere che…lo sta abbracciando?

Mi arriva un mormorio sommesso, fatico a riconoscere la voce di Francesco: “Non ho mai capito, mi dispiace tanto”.

Valerio non alza il ginocchio per rendergli impossibile la procreazione, non gli fracassa la milza con il mignolo –non so se sarebbe capace, ma chissà. Rimane fermo, stretto nell’abbraccio del fratello. Io devo trattenermi dal fare un vezzosissimo ooooh . Sorrido, gli zigomi tirano per lo sforzo a cui sottopongo le labbra. Dei gemiti arrivano da in fondo al corridoio e in silenzio entro nella stanza dove Manuele sta cominciando a svegliarsi. Incredibile come non lo abbia fatto prima, deve avere il sonno pesante il pargolo. Lo prendo in braccio, accorgendomi tardi che quella non è la testa ma il sedere. Emette un piccolo urlo sdegnato e in qualche modo lo rimetto dritto.

“Buono su, papà è in un momento importante”.

In tutta risposta, Manuele mi prende un dito e se lo infila in bocca. Pur di farlo star buono, lo lascio continuare, nonostante io non sia un grande appassionato di saliva. Sospiro, muovendo le braccia in quello che spero sia un dondolio cullante e non un modo per ottenere un infante frullato.

Al mattino, qualcosa mi ostruisce la bocca dello stomaco. Ho le labbra impastate e quando sbadiglio la mascella scrocchia pericolosamente, minacciando di staccarsi. Qualcosa di caldo e unticcio mi bagna una mano e con una smorfia schifata apro gli occhi, per trovarmi le falangi interamente ricoperte di bava filante.

“Bleah…”.

Senza pensarci due volte le passo contro la prima superficie disponibile, accorgendomi troppo tardi che si tratta dei capelli di un bambino. Sobbalzo, la testa del piccolo sul mio petto si solleva con me. Subito due occhioni grigi si fissano su di me e lui sorride, anzi mi ride proprio in faccia, allungando una mano per afferrarmi i capelli.

Per un attimo il panico coglie il mio cervello addormentato. O cielo…e questo bambino da dove salta fuori? Scrollo la testa e i neuroni ripartono, con un po’ di lentezza. Sospiro e mi sistemo Manuele sulle gambe: “Che ti ridi, scricciolo?”.

Lui spalanca la bocca in un sorrisone sdentato e mi tira un ciuffo di capelli: “Ouch! No, questo non si fa!”.

Cerco di allentargli la presa, ma la morsa a tenaglia deve essere genetica. Un indelicato odore mi accarezza le narici e sussulto: “Ma no! Non potevi andare in bagno?”.

Manuele poggia la testa su una spalla e mi osserva perplesso. Il naso arricciato, mi tiro in piedi, tenendo il bambino cloaca a distanza di sicurezza. Quasi corro per il corridoio, ma una volta raggiunto il salone rimango di sasso. Forse sto ancora dormendo, dopotutto. I vetri sono rimasti aperti da ieri sera e una brezza ha invaso la stanza, la luce del primo mattino entra delicata dal riquadro rettangolare, illuminando soffusamente. Rimango a fissare il quadretto familiare sul divano, godendomi la scena nonostante il fetore nauseabondo dell’arma chimica che ho tra le mani. Valerio dorme ancora, il viso poggiato sulla spalla di Francesco, che invece è sveglio, gli occhi grigi sono persi fuori dalla finestra. Ha un braccio stretto intorno alle spalle del fratello, lo scherma contro il venticello mattutino.

Francesco si gira verso di me, la fronte corrugata per lo scontento di essere stato beccato così. Fa un cenno con il capo verso la cucina: “Pussa via”.

È solo un labiale, ma chiaro a sufficienza. Io ridacchio, riuscendo in qualche modo a sollevare un pollice in gesto di vittoria”.

Solleva gli occhi al soffitto e con un dito indica l’uscita: “Va via”.

“Popò”.

“Che?”.

Sballotto il bambino: “Ho detto popò!”.

Ho parlato un po’ troppo forte e Valerio si stira, il viso che affonda ancora di più contro il fratello. Francesco rimane paralizzato, quasi avesse a che fare con un leone in fase di risveglio. Si guarda intorno alla ricerca di una via di fuga, ma prima che possa alzarsi Valerio apre gli occhi, lucidi per il sonno. Rimane per un attimo intontito, prima di rendersi conto della situazione. Si tira dritto, guardando il maggiore con orrore. Anche Francesco non ha una reazione molto normale, mentre allontana le mani da Valerio e piano arretra.

Mi viene da ridere quando si passano le dita tra i capelli in perfetta sincronia, ma mi trattengo perché voglio vivere. Valerio si schiarisce la gola e finalmente si accorge della mia presenza. Indica il bambino: “Ha…”.

Io annuisco, tendendoglielo con espressione disperata. Con un sospiro si tira in piedi, evitando accuratamente di guardare Francesco. Mi toglie Manuele dalle braccia, riportandolo in stanza, e finalmente riesco a respirare.

Sobbalzo a trovarmi davanti Francesco, intento a fulminarmi.

“Questa me la paghi” sibila, scomparendo nel corridoio.

“Ma…perché, cosa ho fatto?”.

Lui non mi risponde, se ne va in camera da letto con un borbottio incomprensibile. Rimango sul posto, incerto sul cosa fare, quando la voce di Valerio arriva dall’altra stanza.

“Perché ha la testa unta?”.

Ops.

 

Non faccio riferimenti alla strana sostanza che ha invaso i capelli del bambino per tutto il resto della mattinata, nemmeno quando Valerio esce dal bagno con Manuele pulito e profumato. Francesco, vestito di nero dai jeans scuri al golf, in tinta con l’umore, si affaccia dalla cucina.

“Dove hai messo quella roba che odora di morte?”.

Valerio gli lancia un’occhiataccia. Perfetto, la pace che sembrava essere stata fatta è finita nel pannolino di Manuele.

“Prova a cercarlo, magari è nel tuo letto”.

Francesco borbotta qualcosa e torna davanti al frigo, senza smettere di brontolare nemmeno con il latte in mano. Mentre facciamo colazione cerco di rompere il silenzio imbarazzante, non potendo usare Manuele come scudo visto che Valerio gli sta dando da mangiare.

Per fortuna, in un certo modo Francesco mi viene in aiuto.

“Ho parlato con un avvocato. Dovrebbe arrivare a momenti”.

Corruccio la fronte e guardo l’orologio, esprimendomi con la bocca piena: “Ma sono solo le dieci”.

Mi ignora, riprendendo a bere il caffè, rigorosamente senza zucchero. Valerio osserva sospettosamente il fratello: “Che tipo è?”.

Calandra Senior sorride, in modo alquanto malefico devo aggiungere: “Oh, in gamba”.

In quel preciso istante, con un tempismo diabolico, suona il campanello. Guardo i due fratelli, Francesco troppo impegnato a sogghignare e Valerio ad essere preoccupato per andare a rispondere. Con un groppo in gola vado io, con una strana sensazione nemmeno mi trovassi in Non aprite quella porta.

Apro con lentezza, rimanendo di sasso a trovarmi davanti l’alta figura di Claudio Landori. Sorride, stancamente ma non per questo meno maligno: “Allora, la moglie di chi devo distruggere?”.

 

CAPITOLO QUARANTASEI – THE WAY I LOVE YOU

Rimango perplesso per un attimo, le labbra arricciate e la fronte corrugata.

“Sei…tu l’avvocato?”.

Scrolla le spalle e abbozza un sorriso, le mani nelle ampie tasche del cappotto: “Così pare”.

“Non avrei mai creduto che Francesco avrebbe chiamato proprio te”.

“Già. Devo ammettere che quando mi ha telefonato ho pensato che volesse incontrarmi in un posto deserto, per uccidermi”.

“Credo che preferirebbe farlo davanti a tutti, per avere un pubblico”.

Si toglie gli occhiali e si passa le dita dove prima era la montatura. È un gesto che gli ho visto fare spesso, specialmente quando è stanco. In effetti ha delle notevoli occhiaie e gli occhi arrossati, ma non riesco a tirare fuori l’argomento che gli ha tolto il sonno. Anche perché non ho proprio voglia di ricordarmi dell’esistenza di suo fratello, al momento. Mi schiarisco la voce, imbarazzato. Poi mi rendo conto che l’ho lasciato sulla porta e mi scanso, invitandolo a entrare.

“Vuoi un caffè?”.

Si toglie il cappotto, arrotolandolo sul braccio.

“No, grazie. Calan…Francesco è stato un po’ vago. Chi è che vuole divorziare?”.

“Il fratello, Valerio”.

“Ah”.

Rimane un istante a pensare. “Quello che ha pestato Marco”.

Arrossisco, non sapendo bene come rispondere. La lingua mi si annoda e tutto quel che viene fuori è una risatina stupida. Possibile che a Francesco non sia venuto in mente nessun altro? Insomma, Claudio mi è simpatico, probabilmente è anche bravo ma…fare da avvocato all’uomo che ha da poco picchiato a sangue il proprio fratello minore, che tra l’altro è a sua volta il fratello minore di quello che il proprio fratello ha assalito…rimango immobile, il mio cervello che si perde in se stesso. Arrivo ad una conclusione: tutto ciò fa parte di un circolo diabolico e perverso. Fortuna che sono figlio unico.

Claudio mi scuote per una spalla: “Ehi, ti sei incantato?”.

Sbarro gli occhi e sbatto ripetutamente le palpebre: “Che?”.

Francesco sbuca sul corridoio, poggiandosi con una spalla contro il muro.

“Lo fa spesso”.

Valerio, Manuele in braccio, lo segue, occhieggiando Claudio con aria preoccupata, come se temesse di vederlo trasformarsi in Satana da un momento all’altro. Corruga la fronte, indicando Claudio con un cenno del capo: “Non è…”.

Spalanca gli occhi per la comprensione improvvisa, per poi ridurli a due fessure per congelare sul posto Francesco.

“Che bastardo”.

Francesco, un’espressione di pura innocenza sul volto, piega un po’ la testa.

“Ma dai, sai chi è?”.

“L’ho sentito parlare con i paramedici, lo so sì”.

Sulle sue labbra si dipinge un ghigno malefico: “Oh già, non è il fratello di quel tizio che ha attentato alla purezza della mia povera e indifesa sorellina?”.

Claudio si gira verso di me, impallidito di colpo: “Quale sorellina?”.

Per quanto mi riguarda, vorrei solo seppellirmi nel fosso più vicino. Senza il coraggio di dire niente, mi limito a puntare un dito su Francesco, a sua volta impegnato in una serie di improperi poco diplomatici nei confronti di Valerio.

“Vuoi vedere come tua sorella ti infila la testa nel cesso?”.

“Oh, mi piacerebbe proprio vederlo, miss”.

Claudio torna a guardare perplesso i due fratelli, commentando: “Oh…”.

Poi comprende del tutto il significato della frase di Valerio e sbarra gli occhi: “…oh”.

Francesco si gira verso di lui, puntandogli un dito in faccia: “Questa storia non esce dalla stanza, chiaro?”.

“Veramente è un corridoio”.
I tre mi fissano nel silenzio che segue le mie insulse parole, alzo le mani in cenno di resa e faccio loro segno di continuare. Claudio scuote il capo, uno sguardo poco pacifico diretto a Francesco: “Pensi davvero che andrei in giro a dire che mio fratello ha molestato un attempato in un vicolo?”.

Le gote di Francesco assumono un colorito vermiglio, mentre Valerio si poggia una mano su un fianco e lo guarda con espressione soddisfatta, aspettando che risponda come uno spettatore.

“Come mi hai chiamato, razza di fenicottero ? E non mi pare che tu abbia fatto un gran lavoro con tuo fratello finora, considerando il livello di Clerambault che ha raggiunto ”.

Gli sguardi che si lanciano a vicenda sembrano in grado di scarnificare le persone senza toccarle e io provo un irresistibile desiderio di fuga. Avanzo verso Valerio, tendendo le braccia a Manuele: “E questo bimbo non vede l’ora di andare in salone, vero?”.

Il padre solleva un sopracciglio, ma me lo porge e io con un sospiro di sollievo mi riempio le braccia di questo cucciolo di bisonte, al momento in piena fase di abbiocco da cibo. Mentre arretro sorrido, il mio istinto di sopravvivenza per un attimo fa clamorosamente cilecca.

“Adesso dovrebbero litigare Claudio e Valerio, così il cerchio della vita è completo”.

E no, non sono fuggito. Mi sono piombato nel salone perché Manuele pesa, ecco tutto. Rimango immobile, seduto sul divano in attesa di sentire rumori fantascientifici alla Star Trek echeggiare nel corridoio. Invece Francesco entra, una nuvola intorno alla testa a indicare il suo umore nero. Sospiro quando si siede accanto a me e con un sorriso gli poggio una mano sulla spalla: “Tutto a posto?”.

Mi lancia un’occhiata di sbieco e annuisce. Ho la strana impressione di trovarmi ad un consiglio di guerra indiano, ci manca solo il calumet e siamo a posto. Claudio si è seduto su una poltrona, Valerio sull’altro divano, tutti ad osservarsi da un lato all’altro del tavolino che si trova in mezzo. Io tengo Manuele sulle gambe come un sigillo, sperando che l’infante mi faccia da scudo contro i raggi fotonici che presto cominceranno a tingere l’aria.

Per fortuna, Claudio comincia a parlare senza lanciare frecciatine a nessuno: “Allora, signor Calandra Jr…”. Si interrompe, abbozzando un sorriso. “…fa strano dirlo. Posso chiamarla Valerio?”.

Valerio annuisce, tamburella le dita sul bracciolo del divano. Tiene le labbra serrate in una linea sottile, la schiena rigida.

“Bene” riprende Claudio, ampliando un po’ il sorriso. “Allora, perché vuole divorziare?”.

L’espressione dell’interrogato rimane impassibile, anche quando con voce atona si limita a dire.

“Mia moglie è italiana”.

Claudio guarda Manuele, abbioccato su di me con un filo di bava penzolante.

“Quello è suo figlio?”.

Francesco, le braccia raccolte al petto, lo fulmina: “No, Andrea ha partorito stanotte e abbiamo messo il bimbo nel forno. Ci si è un po’ bruciato”.

Valerio sembra sul punto di lanciargli contro il tavolino di vetro: “Molto divertente”.

Do una gomitata nel fianco a Francesco e lui volge il capo verso la porta, borbottando qualcosa.

Claudio si schiarisce la voce: “Bene, dopo questo meraviglioso intermezzo…vuole raccontarci come stanno le cose in linea generale? Se preferisce possiamo anche parlarne in privato”.

Valerio lancia un’occhiata di striscio a Francesco, cercando di cogliere non so cosa: “Va bene così…io e Giulia siamo sposati da sei anni, suo padre è un uomo d’affari che mi sono trovato in cura. Ci siamo conosciuti nella clinica privata dove al tempo mi capitava di collaborare, frequentati per un paio d’anni, poi è arrivato il matrimonio. Lei è di buona famiglia, il padre è un batrace ripieno di titoli nobiliari, io non lo sono, come può vedere…”.

Francesco si irrigidisce ma con una mano sul braccio lo fermo prima che esploda in improperi.

“…ma economicamente non ero…non sono messo male, e lei aveva una laurea in scienze sociali o qualcosa del genere che più che altro si era comprata, non mi ricordo in quale istituto di bassa lega, e non aveva lavoro, viveva dei soldi della famiglia. È viziata fin nel midollo, una gran spendacciona con una personalità di scarto, l’ho sempre saputo. Ma mi andava bene, ero stanco delle occasioni di rappresentanza in cui mi trovavo accerchiato da coppie che cercavano o di appiopparmi le loro figlie, o sorelle, riempiendomi di idiozie sul come trovare una compagna ideale. Lei era bella, fin da bambina i genitori l’avevano resa una bambolina da esposizione, quindi…”.

“Quando si dice amore” interviene Francesco, guadagnandosi una smorfia da Valerio.

“Almeno io non sono stato un licantropo fino ai quarant’anni”.

“Certo, molto meglio sposarsi un manichino”.

Pensare che speravo in un loro rapporto tutto rose e fiori, dopo la discussione di stanotte. Inizio a pensare che si divertano a battibeccare in continuazione.

“Comunque…” riprende Valerio, la voce tagliente come una lama. “…circa due anni fa, sono stato invitato a tenere una serie di conferenze in centroamerica. È stato a Santo Domingo che ho conosciuto Luna, la madre di Manuele”.

Rimane per un attimo in silenzio, il corpo teso e i lineamenti del viso piegati quasi in sofferenza, forse perché parlare così a lungo di sé gli è difficile.

“Vendeva collane fatte di conchiglie e semi di caffè, su una spiaggia davanti alla clinica. Beh…inutile perdersi nei dettagli. Ho vissuto tra Santo Domingo e Torino negli ultimi due anni per lavoro. Poi, una sera, Luna mi ha detto di essere incinta. Devo ammettere che per un attimo ho dubitato della sua buona fede, è inevitabile in questi casi. Lei vive in una casa fatta di lamiere con la sua numerosa famiglia, arriva a malapena all’istruzione media, ovvio che si pensi abbia colto l’occasione per legarsi ad uno straniero con i soldi”.

Scrolla le spalle: “Ma è una brava ragazza. Ingenua, sicuramente, ma buona. Ma agli inizi ho anche dubitato che il figlio fosse mio, poi l’ho visto”.

Dirige lo sguardo a Manuele.

“Ha gli occhi di nostro padre”.

Intravedo Francesco irrigidirsi, ma rimanere in silenzio. Claudio rimane a pensare per qualche secondo, prima di riprendere a parlare: “Ho capito. Luna è ancora a Santo Domingo, immagino”.

“Sì. Non è facile farle ottenere il visto, sto tentando. Ho riconosciuto Manuele e l’ho portato con me, non voglio che cresca nelle favelas”.

“Sua moglie è al corrente del bambino?”.

“Sì. Le ho già spiegato e chiesto il divorzio, ma lei si rifiuta di firmare le carte. Non so se le piaccia o le serva, ma vuole mantenere questo stupido teatrino, come se lei non abbia avuto una lista infinita di relazioni extraconiugali”.

Decisamente il matrimonio del secolo, non c’è che dire.

Valerio sospira, passandosi una mano tra i capelli: “Ho bisogno di divorziare, per sposare Luna e farla vivere qui. Ma se Giulia continuerà con questo atteggiamento…potrebbero passare anni”.

Claudio mantiene il silenzio, gli occhi persi in chissà quali pensieri. Incrocia le dita delle mani: “Potrebbe convincere sua moglie a venire qui?”.

“A Milano? Perché?”.

Claudio sorride, un ghigno malefico sulle labbra: “Oh, ho in mente qualcosa che potrebbe accelerare i tempi”.

 

 

 

6 commenti su “PAROLE NEL WEB: “UNIVERSITAS IN LOVE” di Melian_Belt

  1. Dinelin
    23 dicembre 2015

    😢 oggi nulla? Soffro d’astinenza…

    Mi piace

    • selvaggia
      23 dicembre 2015

      tranquilla. lunedì usciamo e saranno le ultime 2 puntate… siamo cattivissime!!

      Mi piace

  2. Dinelin
    23 dicembre 2015

    NOOO!!! E dopo come faccio senza Francesco e Andrea?😉
    Grazie per avermeli fatto conoscere🙂

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    • selvaggia
      23 dicembre 2015

      Grazie a te per averci seguito per così tante settimane. Alla prossima

      Mi piace

      • Anonimo
        26 dicembre 2015

        Avete già in mente cosa pubblicare dopo? Ci prenderete una pausa l cominceretr subito con un altro racconto?

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      • selvaggia
        26 dicembre 2015

        Per ora, la rubrica va in pausa, poi vederemo col nuovo anno

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Questa voce è stata pubblicata il 19 dicembre 2015 da in Parole nel web, Racconti originali e talenti nascosti con tag , , .

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