Tre libri sopra il cielo

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PAROLE NEL WEB: “UNIVERSITAS IN LOVE” di Melian_Belt

Cari amici e amiche, eccoci arrivati alla fine di questo lungo racconto che ci ha tenuto compagnia per così tante settimane. Andrea e Francesco ne hanno passate di tutti i colori, ci hanno fatto soffrire, piangere, ridere (con Andrea era impossibile non farlo). Ora li salutiamo e chissà… forse un giorno potremo pubblicare ancora qualcosa di questa talentuosa scrittrice. Grazie per averci seguito con tanto affetto e continuate a seguirci così numerosi.

Buona lettura.
COVER PER UNIVERSITAS

TRAMA: Andrea è il nuovo arrivato tra i docenti di un’università di legge, e anche il più giovane. Considerato un genio, è arrivato fin lì solo ammazzandosi di studio, ma certo il suo carattere non è proprio quello di un rispettabile professore! Impacciato e confusionario, la presenza di un collega gelido come un iceberg e di un’acidità unica non è proprio la cosa migliore per metterlo a proprio agio! Come farà?

CAPITOLO QUARANTASETTE – CRAZY BEAUTIFUL

Sono stati tre giorni decisamente strani. Claudio è passato a casa quattro volte e ogni volta ha fatto il misterioso, in una strana combutta con Francesco. Chi l’avrebbe mai detto, loro che insieme stonavano come la marmellata di fragole e il polpettone, in un mix letale. Sono preso dal ricordo atroce di mia nonna, cieca come una talpa, che crea la suddetta arma di distruzione di massa scambiando la confettura per la salsa alle castagne. Mi tengo lo stomaco in un conato che rischia di farmi vomitare addosso all’ignaro Manuele, ma per fortuna Valerio, seduto sul divano vicino a me, ha la prontezza di togliermelo dalle braccia.

Corruga la fronte, stringendosi al petto il pargolo ora al sicuro.

“Stai bene?”.

Annuisco, cercando di combattere la nausea: “Sì, una brutta memoria”.

“Dev’essere qualcosa di terribile se ti fa diventare di quel colore”.

“Tu non hai idea”.

Si sentono appena le voci di Francesco e Claudio, chiusi in cucina da almeno venti minuti. Valerio occhieggia la porta con aria preoccupata: “Non mi piace”.

“Cosa?”.

“Mi guardano strano. Ogni tanto Francesco sogghigna”.

Gli do una pacca sulla spalla, sperando di essere rassicurante: “Non preoccuparti, sei suo fratello minore in fondo”.

In realtà, fossi in Valerio mi preoccuperei anche io, quei due demoni non ci hanno fatto sapere niente, chiudendosi sempre da qualche parte. Già singolarmente sono temibili, non so cosa possa creare un’addizione del gelido Calandra e del sardonico Landori. In un sogno ad occhi aperti me li vedo fondersi davanti, fluttuanti nell’aria sotto forma del terribile Caldori, l’incubo di tutte le facoltà di legge. No, Caldori non va bene, sembra un nuovo dolce natalizio. Immagino lo spot pubblicitario, Valerio in maglietta bianca attillata che mette in mostra una scatola rossa con il suo sorriso: “La dolcezza dello zucchero in un pandoro da scaldare al forno. Il Caldoro, la delizia del vostro Natale”.

Non riesco a trattenere la ridarella, accorgendomi solo ora di non essere in effetti solo e di avere la mano ancora tra la spalla e il collo di Valerio, che mi guarda con cipiglio preoccupato. Faccio per toglierla, quando sento flettersi sotto le dita i muscoli energici del dottore. Stringo gli occhi a due fessure e avvicino il viso al suo, si allontana spalancando leggermente gli occhi dalle pagliuzze azzurre. Come una scimmia che spulcia un cane, passo la mano per il suo bicipite e gli do una pacca sullo stomaco, ottenendo un rumore sordo quando il mio palmo sbatte contro addominali niente male.

Sorrido da bravo ebete, Valerio mi scruta come se fossi pazzo: “Sei davvero in forma”.

Piega la bocca in una smorfia poco convinta: “…grazie…?”.

“Che fai, molesti mio fratello adesso?”.

Sobbalzo, trovando Francesco sulla soglia della porta, le braccia incrociate.

“Non lo stavo palpando!”.

“E come si chiamerebbe quello?”.

Rimango per un attimo perplesso, prima di uscirmene fuori con la prima cosa che mi viene in mente: “Anatomia?”.

Claudio sbuca da dietro Francesco, il perenne sorrisetto sul viso stanco. Alla fine, Francesco ha denunciato Marco, non che ci fosse molto altro da fare con i testimoni del fatto, e Claudio si sta occupando anche della difesa del fratello. Non deve essere facile, emotivamente parlando, ma quando è qui Landori non parla mai di quanto accaduto, trovando la complicità di Francesco in questo.

Si sistema meglio gli occhialini sul naso: “Vedo che Andrea sta migliorando quanto a gusti”.

Francesco gli lancia un’occhiataccia: “Prego?”.

“Se li sta scegliendo più giovani e carini”. Mi rivolge un occhiolino: “Ben fatto”.

Io avvampo, Valerio si limita a pietrificarsi sul posto. Manuele ride beatamente, allungando una mano per prendere il collo del golfino del padre, completamente ignaro dello scontro in atto.

Sarà infantile, ma provo una punta di soddisfazione a vedere Francesco stringere i pugni, lo sguardo gelido.

Sorrido, facendo un civettuolo cenno con la mano: “Potrei, ma non preoccuparti Fra”.

Poggio la mano sul petto in un gesto teatrale: “Io voglio solo te, non essere geloso”.

Francesco sembra sul punto di scagliarmi contro un tridente, ma si limita a sibilare tra i denti serrati: “Io-non-sono-geloso”.

Valerio si copre gli occhi con una mano, scuotendo mestamente il capo.

“Va bene avere un fratello con un ragazzo…ma non credo di essere pronto per queste scene”.

Francesco sbuffa: “Affari tuoi”.

Il minore gli lancia un’occhiataccia, ma prima che possa rispondere Claudio lo interrompe: “Giulia arriva domani alle 15, corretto?”.

Valerio rimane per un attimo preso in contropiede dal cambio di argomento, poi annuisce.

“Minuto più, minuto meno”.

“Bene”.

Claudio sorride, un bagliore negli occhi astuti che fa gelare sia me che Valerio, mentre Francesco sogghigna soddisfatto. Non andranno d’accordo, ma sono dei partners in crime preoccupanti…

“Bene, ci vediamo all’hotel alle 14:45”.

Valerio si muove a disagio sul divano, staccando Manuele che cercava di infilargli le dita negli occhi: “Perché?”.

Un bagliore sospetto, un’intesa di sguardi inquietante passa tra i due professori.

Landori si infila la giaccia: “Oh, è una sorpresa”.

Ci saluta con un cenno della mano e sentiamo il rumore della porta che si chiude, non ho fatto in tempo ad accompagnarlo all’ingresso perché le sue gambe lunghe lo portano su un’altra scala di velocità rispetto a me. Non ho nemmeno la prontezza di riflessi per compensare.

Valerio borbotta qualcosa e si alza, avvicinandosi di un paio di passi al fratello.

“Si può sapere che diavolo state combinando?”.

Francesco scrolla le spalle, il ritratto dell’irreprensibilità: “Noi? Niente”.

Se ne va, lasciando un Valerio inquietato, un me curioso da morire e un Manuele con la testolina nel mondo dei marshmallows alati, apparentemente felice di esserci.

“Bene” borbotta Valerio, allungando le braccia per prendere il figlio. “Porto Manuele a fare una lunga passeggiata. Ne abbiamo bisogno entrambi”.

È effettivamente una buona idea, inoltre Manuele con il cappottino sembra un bignè alla crema. Credo di avere degli istinti materni, forse dovrei iniziare a preoccuparmi. Li saluto con la mano ed un sorriso, quando se ne vanno mi chiedo se non sia il caso di sistemare degli arretrati per l’università, ora che finalmente io e Francesco siamo soli. Un momento…

Corro in camera, afferro gli stipiti con artigli di grifone.

“Fra!”.

Intento a leggere un libro, Francesco sobbalza: “Ma che diav…”.

“Siamo soli!”.

Batte più volte le palpebre, occhieggiandomi con palese perplessità.

“Quindi?”.

“Quindi possiamo fare le porcate!”.

Rimaniamo in imbarazzante silenzio per qualche secondo, mentre Francesco mi guarda quasi con rimprovero da dietro gli occhiali.

“Andrea…sono le undici di mattina”.

“Oh andiamo” piagnucolo, avvicinandomi al letto. Ci salgo e gattoni raggiungo Francesco, trovo persino il coraggio di togliergli il libro dalle mani. “Chissà quando avremo un’altra occasione…e ieri non abbiamo nemmeno finito”.

“C’era mio fratello a dieci metri, ci mancherebbe pure”.

Metto su un birichino broncio e scavalco il suo bacino con una gamba, sedendomi su di lui. Poggio le mani sulle sue spalle e cerco di fare qualcosa che almeno si avvicini ad un cipiglio ammiccante. Più che eccitarlo la cosa lo fa ridere, dovrei sentirmi offeso ma porta una mano sul mio viso, la muove in una calda carezza che mi fa spostare la testa verso la sua pelle. Il mio collo si china insieme al movimento della sua mano, fino alla sua bocca, il mio intero corpo si sposta sul suo. Le sue labbra si piegano contro le mie, si plasmano a vicenda in un’unione di respiri, le sue mani si poggiano grandi sulle mie cosce ai lati del suo bacino. Scorro il palmo dal suo collo e giù per il petto, quando afferro la sua virilità attraverso i pantaloni lui serra i denti e con un sibilo porta indietro la testa. Sorridendo attacco un bacio sulla sua gola, vi strofino piano il naso mentre muovo il palmo in un lento movimento circolare e lo sento ingrossarsi contro la mano.

“Francesco…” mormoro in un finto rimprovero, poggio le labbra in un altro bacio a farfalla. “…sono le undici di mattina”.

Sbuffa, ma un gemito roco gli sorge dal petto e la sua stretta sulle mie gambe si serra. Apro un bottone dei jeans e affondo una mano, mangio la sua bocca con la mia e il secondo verso di piacere muore nel mio fiato. Si tira a sedere e non me ne accorgo nemmeno quando solleva la mia maglia per passare una mano sulla mia schiena. La caduta di ieri gli ha lasciato dei graffi sul palmo e li sento graffiare languidamente con una ruvidezza per niente spiacevole. La mia maglia finisce per terra e in un attimo anche lui si spoglia il torso, mi stringe contro il suo petto e affondo le dita tra i suoi capelli, mettendoli in confusione. Seguo i bicipiti in ampie carezze e mi faccio accompagnare sul materasso, le sue dita già mi stanno abbassando l’elastico dei pantaloni. Il fiato mi trema nel petto quando chiude del tutto la mano calda intorno a me e il bacino sale in un movimento spontaneo per incontrare la sua presa.

Calcio via i pantaloni e non so dove vadano a finire, l’unica cosa che esiste è il suo corpo contro il mio, il movimento ad onda che fa nel portarmi più al centro del materasso, il suo braccio che mi tiene stretto al punto da farmi sentire il battito del suo cuore. Pianto le unghie nel tessuto rigido dei suoi jeans, tentando invano di abbassarli dalla vita. Lo sento sogghignare contro le mie labbra e porta indietro un braccio, quando si denuda del tutto faccio un sospiro di sollievo: la fase del togliersi i vestiti è sempre la più tragica per me.   Lo guardo sopra di me e un sorriso grande mi spacca le guance. Non avrei mai detto che una cosa del genere potesse accadere proprio a me, dopo aver passato la maggior parte della mia vita ad immaginare. “Mi sembra di star sognando”.

Francesco inarca un ironico sopracciglio, mi accarezza un fianco con le nocche, ferite dalla resistenza nel vicolo lasciano delle scie tremanti sulla pelle. Si china su di me e poggia le labbra sulla mia gota, quando parla la voce mi sfiora l’orecchio.

“Quindi tu…” da un altro bacio, il suo tono è basso e tenue. “…fai spesso sogni del genere?”.

“Oh beh” rispondo con un sorrisetto, cingo le braccia intorno al suo collo. “Di tanto in tanto”.

Ci baciamo fino a che le labbra sono ipersensibili e attraversate da un caldo formicolio. Ho voglia di fargli di tutto, ma anche questo non è male, continuerei fino ad un crampo alla mascella.

Il suo respiro si fa più accelerato e ditemi se non è una soddisfazione.

“Andrea…” sussurra, come se fosse una frase completa, la sua voce si è arrochita. Allontano il viso per guardarlo negli occhi, cosa che non faccio quasi mai con le persone, e lui risponde allo sguardo, mentre incastra una mano sotto di me per fare una lunga carezza per la mia schiena. Prende un respiro, apre la bocca come per dire qualcosa, ma abbandona il proposito e cala su di me per baciarmi ancora, con forza. Mi sfugge un sospirato gemito e il mio ventre pulsa come se fosse impazzito. Sono talmente perso nel turbine libidinoso in cui mi ritrovo, che sobbalzo al pizzicotto che mi viene assestato sul sedere. Spalanco gli occhi, che al momento devono essere gigante e non troppo presenti, ma Francesco sembra tutto tranne che pentito.

“Sembravi troppo serio”.

Con cipiglio di falso biasimo scuoto il capo, vorrei rispondere ma temo di aver finito la saliva oltre all’ossigeno. Apro e chiudo le labbra allappate per riportarvi un po’ di vita. Chiudo gli occhi in una smorfia vicina al dolore, questo stuzzicarsi sta durando da talmente tanto che potrei esplodere in un secondo, senza contare il terrore che Valerio ritorni prima che qui si riesca a concludere. In caso, potrei veramente scoppiare a piangere.

“Francesco, se non la finiamo con i preliminari, mi prenderà un colpo”.

“Pensa a cose poco sexy”.

Mi scompiglia i capelli e si tira sulle ginocchia. Si gira per raggiungere il comodino, mostrandomi la linea forte della schiena e la curva del sedere, che fin dagli inizi di tutto questo ebbi modo di apprezzare.

“Sì, come se fosse possibile ora” borbotto, ma mi ci metto di buzzo buono e stringo le dita intorno alle coperte per non rovinare tutto toccandomi da solo, serro persino alle palpebre.

“Ma che stai facendo?”.

Socchiudo un occhio nella mia posa di stoica resistenza: “Perché?”.

“Sembri uno che ha le coliche”.

Corruccio la fronte, lo sguardo mi cade su un tubetto bianco che ha apparentemente tirato fuori dal cassetto.

“Quello cos’è?”.

Il suo viso, già arrossato, diventa completamente paonazzo, color bombolotto di dinamite. Bofonchia qualcosa di incomprensibile, dopo qualche attimo di perplessità cerco di leggerne il nome, ma ho gli occhi lucidi come due pozze d’acqua e vedo solo dei segni scomposti.

“Come?”.

“È lubrificante intimo”.

Rimango impassibile per un po’, il tempo che l’immagine di Francesco intento a comprare il lubrificante intimo atterri nella mia testa. La mia risata sguaiata echeggia nella stanza e mi devo tenere la pancia per non farla esplodere. Francesco mi guarda poco impressionato: “Hai finito?”.

Mi devo persino togliere le lacrime dalle palpebre: “Scusa, scusa”.

“L’ho comprato perché sei fragile come un budino. Bel modo di ringraziare”.

“Mica sono solo io quello che ci gode in questa cosa”.

Arriccia le labbra in un broncio e con un sorriso stringo una mano dietro al suo collo, dandogli un bacio che spero basti per fare la pace: “Grazie”.

Fa uno sbuffo e il color porpora della sua faccia non accenna a diminuire. Non vorrei essere impazzito, ma credo che qui ci sia bisogno di spirito di iniziativa da parte mia, lui pare in procinto di farsi di granito.

Francesco POV

Ammetto di non sapere come comportarmi adesso. Mi era sembrata una buona idea, tenendo conto dei lunghi, iniziali minuti di sconforto che abbiamo attraversato in precedenza per il dolore di Andrea. I capelli che sembrano un nido, sorride con le guance rosse come due mele e le labbra segnate da troppi baci. Non è un look che gli sta male, questo è sicuro. Si mette seduto e prende il lubrificante, lo scruta e non capisco cosa ci trovi di divertente. Poggia le mani sulle mie spalle e con un cenno del capo mi invita a sdraiarmi, visto che da solo non riesce a spostarmi.

Chiedendomi cosa abbia in mente, obbedisco comunque e la mia testa si poggia contro il cuscino. Lui si tira sulle ginocchia e cerca di aprire il tubetto, la lingua appena in fuori per la concentrazione, nonostante stia facendo una cosa di una facilità disarmante. Alla fine stringe il tappo con i denti e riesce nell’impresa, con un sorrisetto molto soddisfatto si mette del lubrificante sulle dita.

“Accidenti” mormora. “È freddo”.

Strofina le mani e quando porta indietro la destra rimango a mascella spianata, a vederlo prepararsi da solo. Miseria nera, sono troppo vecchio per queste cose. Mando giù il sasso che mi si era incastrato in gola, non sono mai stato debole di cuore ma questo è eccessivo pure per me e non è nemmeno mezzogiorno, la luce inonda la stanza senza lasciare spazio alcuno al nascondino delle ombre. Anche il suo respiro sussulta e stringe le coltri con una mano, serra la mascella e chiude la bocca semiaperta.

Solleva gli occhi su di me e sogghigna, il pestifero: “A quanto pare devo fare tutto io”.

Senza preavviso alcuno circonda la mia eccitazione con le dita e stringe, facendomi roteare le orbite verso la fronte. Un gemito rauco mi scuote il petto: “Andrea…piantala e vieni qui”.

Non so se fosse sua intenzione giocare ancora un po’, ma non è mai stato un uomo controllato e si lancia a sedere di me, facendomi vedere le stelle. Se mi avessero detto in anticipo che razza di belva è a letto, non so mica se ci avrei creduto. Invece eccolo a scendere su di me con un gemito strozzato, ad affondare il viso bollente contro il mio collo. Si prende un minuto, in cui tutto ciò che sento sono i miei battiti ed i suoi respiri. Passo una mano per tutta la lunghezza della sua schiena, l’altra si poggia intorno al suo fianco e quando si solleva accompagna il suo movimento. Il mondo scompare alla sensazione del suo corpo che mi assorbe, in modo impossibile caldo e stretto. La vista del suo viso in questo momento credo mi rimarrà impressa nei decenni, è un alternarsi di corrucciamenti e di distensioni continue, se non stessi per implodere la troverei divertente.

Incastra le dita di una mano nelle mie ed il ritmo delle sue discese si fa più serrato, da lunghe e piene sono ora elettriche, persino i miei muscoli paiono attraversati da scosse di corrente. È qualcosa di talmente incredibile che quando vengo mi sembra che la mia testa sia in procinto di scoppiare. Mi trattengo il più possibile, ma all’arrivo del picco non riesco a fermare l’onda bollente che mi trapassa dalle viscere.

“A-Andrea…”.

Provo ad avvisarlo, non so nemmeno se io abbia effettivamente pronunciato il suo nome nel limbo in cui mi trovo. Lui incredibilmente pare capire, proprio Andrea che in genere ci mette lustri a cogliere qualcosa. Si prende in mano e i suoi occhi si serrano mentre cala su di me il più in profondità possibile, dando ad entrambi il colpo di grazia. Emette un verso smorzato e il chiudersi del suo corpo su di me si fa più intenso, mandandomi in un’altra dimensione. Non so dopo quanto io mi ricordi di come si aprano gli occhi. Quando lo faccio mi trovo ancora dentro di lui, Andrea è piegato su di me, le mani sulle cosce per sostenere il peso, ansimante. È arrossato dal petto, ricoperto da una lieve patina di sudore, alla fronte. Solleva lo sguardo su di me e con lo sbuffo esausto di chi ha fatto una maratona si fa cadere a lato. Non riesco a tacere un verso di scontento a sentire il suo corpo lasciare il mio, per fortuna non credo sia nella condizione di cogliere ciò che lo circonda. Poggia la testa sulla mia spalla e tenta di riprendere un respiro normale, non che io sia messo molto meglio. Quando mormora qualcosa, faccio una fatica cane a capirlo.

“Sono le undici, dice lui…”.

Andrea POV

Ammetto di essere un po’ dolorante in certi punti intimi. Quando nessuno mi vede cammino a gambe larghe come un pinguino, ma ora sono per strada con Francesco e Valerio, quindi non mi pare proprio il caso. Sia io che Valerio siamo alquanto inquietati, ho cercato di far spifferare a Francesco il piano suo e di Claudio, ma pur insistendo tutta la notte non ho cavato un ragno dal buco. Ora Francesco fischietta persino, il che è preoccupante a dir poco.

Il silenzio permane anche una volta in macchina, alla preoccupazione di Valerio per il misterioso piano del fratello si è aggiunta l’ansia per il destino di Manuele, che abbiamo lasciato alla gentile, anche se non proprio presente mentalmente, vicina di casa. Valerio si è arrabbiato parecchio all’idea di lasciare il figlio alla sconosciuta, Francesco si è arrabbiato con me per il mio non voler restare a casa con Manuele, volendo andare con loro, ed io non ho trovato nessuno con cui prendermela. Francesco svolta ad un incrocio e guarda Valerio dallo specchietto.

“Avresti dovuto convincere Andrea a restare con il bambino”.

“Potevi farlo tu”.

“Ehi” protesto. “Nessuno avrebbe potuto convincermi. Non ci crederete, ma sono fermo nelle mie decisioni”.

Vai così Andrea, vai così! Sii uomo!

Francesco mi lancia un’occhiata di sbieco, le labbra piegate in una smorfia sdegnosa: “Scommetto che se te l’avesse chiesto la fighetta qui dietro l’avresti fatto. È così in forma”.

Scuote il capo mentre mi imita in un buffo falsetto, che mi rende impossibile non sorridere. Poggio la mano sulla sua coscia, facendola salire con sguardo ammiccante: “Mi piace quando fai il duro”.

Intravedo Valerio tornare indietro con la schiena, le mani davanti alla faccia: “Ho già detto di non essere pronto a certe scene”.

Francesco mostra diabolicamente i denti: “Tranquillo, basta un po’ di terapia shock”.

“Cosa?”.
Ma Francesco si limita a inarcare le spalle e continua a guidare come se non avesse detto niente. Arriviamo all’hotel e Valerio scende con un po’ di titubanza, rigido come un gatto vicino all’acqua. Cerco di sorridere in modo calmante: “Su, cosa vuoi che succeda?”.

Punta un dito contro il fratello, che si sta dirigendo da Claudio, ritto in piedi davanti alla propria macchina. “Loro succedono”.

Valerio li scruta nemmeno avessero delle armi al plasma nelle tasche e per un attimo sembra intenzionato ad andare via. È Claudio a fermarlo.

“Da qui a mezz’ora, la pratica del divorzio potrà essere considerata bella che conclusa, senza mettere in mezzo il bambino e sua madre. Non è questo che voleva?”.

Valerio borbotta qualcosa, nascondendo le mani nelle tasche.

“Non capisco la segretezza”.

Claudio sorride, troppo lieto per non inquietarmi: “Capirà presto”.

In quel momento, un taxi si ferma davanti all’albergo, sul marciapiede di fronte a noi. Una giovane donna dai capelli biondi ed estremamente curati scende, gli occhiali da sole a nascondere un viso elegante dai lineamenti in perfetta simmetria. Una delle donne più belle che abbia mai visto, non c’è che dire.

Valerio fa per voltarsi, ma Claudio lo afferra per un braccio.

“Sua moglie. Non si giri”.

“E perché mai?”.

La raccomandazione non è indirizzata a me e continuo a guardare il portone dell’hotel, pur cercando di non farmi notare. Ma Giulia Calandra sembra troppo impegnata a cercare nella sua borsa per accorgersi di noi. Spalanco appena gli occhi a notare un ragazzo a pochi passi da lei, in genere non fisso gli sconosciuti ma lui è davvero particolare. I capelli ricci e corvini incorniciano un viso dalla carnagione scura, su cui spiccano come gemme due occhi di uno splendido verde. È abbastanza alto, un po’ meno di Valerio, e cammina con un lieve sorriso sulle labbra carnose.

Sobbalzo quando si gira verso di noi…e sembra riconoscerci.

Alza un braccio, sorridendo ancora di più: “Ciao amore!”.

Rimango di sasso, Giulia finalmente solleva il viso e si accorge di noi, spinta a farlo dall’urlo del ragazzo.

Mi giro, ma alle mie spalle ci sono solo macchine. Amore? Ma con chi sta parlando?

Valerio sembra preso in contropiede come me, è notando l’espressione divertita di Francesco che intuisco quanto stia per succedere.

“Oh oh…”.

Il ragazzo attraversa rapidamente la strada, il corpo atletico e scottato dal sole. Valerio indietreggio di mezzo passo, prima che quello si schianti contro di lui, esclamando con voce incredibilmente gioiosa: “Mi sei mancato!”.

Le sue braccia si stringono intorno a Valerio, effettivamente intrappolandolo, il dottore troppo pietrificato per reagire. L’impeto del ragazzo lo fa andare con la schiena contro una macchina, gli occhi grigio chiaro si spalancano quando le labbra dello sconosciuto si impadroniscono delle sue in un bacio passionale. Le mani di Valerio sono stecchite come rami, immobili ai lati del ragazzo in pieno stupore. Al contrario quelle dell’altro sono decisamente vitali, mentre si poggiano avidamente sul sedere dell’uomo, sollevandolo appena contro il vetro della vettura. A bocca spalancata, mi giro verso Giulia, che si è tolta gli occhiali e osserva la scena con sbarrati occhi azzurri, decisamente in shock. Lo vedo da qui che diventa pallida, in contrasto con le gote che hanno preso il colore di due tondi pomodori. La donna stringe la bocca in una linea sottile e attraversa la strada con passo deciso, mentre Valerio sta finalmente tornando mentalmente su questo mondo e ha poggiato le mani sulle spalle del ragazzo per spostarlo.

Quello si fa allontanare, ma un istante dopo il rumore dello schiaffo che Giulia assesta sulla guancia di Valerio echeggia per tutto il parcheggio. Il dottore si limita a poggiare la mano dove ha subito il colpo, con la stessa espressione di chi ha appena visto un tizio vestito da pollo ballare la macarena.

Giulia lo fissa con sguardo furente, prima di girarsi in un fruscio di capelli perfetto per la pubblicità della Pantene: “Stronzo!”.

Valerio apre e chiude la bocca: “Come…che…”.

Non fa in tempo ad esprimere un pensiero coerente che di nuovo il ragazzo si lancia su di lui, stavolta incastrando le dita nei suoi corti capelli corvini, facendolo sobbalzare per lo spavento. Persino da qui vedo che il giovane non perde tempo ad infilare anche la lingua e per l’imbarazzo mi verrebbe da coprirmi gli occhi. Giulia si gira un’ultima volta, poi scompare nella hall borbottando qualcosa di non proprio raffinato.

Claudio si schiarisce la voce, da cui traspare il divertimento, se il sorrisetto che espone non è sufficientemente esplicito: “Kenya, credo sia sufficiente”.

Il ragazzo si stacca appena, le mani ancora sul viso di un attonito Valerio, al momento molto simile ad una statua di cera dedicata allo sbigottimento. Sorride, mostrando i denti bianchi come la neve.

“Peccato, è proprio carino”.

Poggia un ultimo bacio a stampo sulle labbra di Valerio, semi-aperte per lo sconcerto, e si stacca, sistemandosi meglio lo zaino sulla spalla. Saluta Landori con una mano, sempre tranquillo e sorridente come se avesse appena comprato un frullato.

“Arrivederci, professore”.

Com’è arrivato se ne va, tirando fuori il cellulare e mettendosi placidamente ad ascoltare la musica.

Scrollo la testa, chiedendomi se non sia stata tutta un’allucinazione. Mi giro verso Francesco, che si morde il labbro inferiore per non scoppiare a ridere. Claudio è nella stessa condizione, ma per lo meno si degna di allungare una mano sulla spalla di Valerio per scuoterlo: “È ancora vivo?”.

Vedo Valerio mandare giù un groppo di saliva e parlare con voce soffocata: “Ma…che razza di…piano era questo?”.

Qualcosa mi afferra per il polso e vengo tirato verso sinistra, un braccio mi circonda la vita a tirarmi su. Sbarro gli occhi a sentire il familiare sapore di Francesco invadermi la bocca, l’odore inconfondibile del suo profumo. È sempre calmo, ma c’è una nota di possessività in come le sue mani mi afferrano, le sua braccia a stringermi contro di lui. Si separa da me con un sorrisetto bastardo. Fa un segno di vittoria a Valerio, troppo stordito dal proprio trauma per far caso alle nostre effusioni.

“Visto? La terapia ha funzionato”.

 

CAPITOLO QUARANTOTTO – HAPPY BEAUTIFUL

È mezzanotte, dopo aver combattuto con un insonne Manuele per tre ore arriva un meraviglioso silenzio dalla stanza degli ospiti. Seduto sul divano, aspetto che il thè si faccia meno caldo e ogni tanto sposto lo sguardo sul giornale di Francesco, leggendo qua e là. Non sono mai stato un appassionato delle notizie, sono compulsivamente empatico e mi intristisco sempre troppo, ma spesso non riesco a trattenermi.

Con un sospiro poggio la testa sulla spalla di Francesco e preferisco pensare a quanto accaduto oggi. Mi sorge una lieve risatina, veramente non avrei mai immaginato che il piano di Claudio e Francesco potesse essere qualcosa del genere, nonostante la mia immaginazione tendente al delirio.

“Perché ridi?”.

Scrollo le spalle e nascondo il viso nell’incavo del suo collo con espressione goduriosa.

“Sembrava una scenetta comica quella di oggi”.

Anche lui abbozza un sorriso, sistemandosi meglio gli occhiali sul naso. Il giornale gli cade sullo stomaco: “L’abbiamo traumatizzato?”.

“Quel ragazzo era troppo bello per traumatizzare”.

Lo sento irrigidirsi, mantenendo un’espressione neutrale riprende a leggere.

Con il tono più innocente possibile, continuo senza remore.

“Era davvero splendido, non trovi?”.

Risponde con un grugnito, senza degnarsi di guardarmi.

“L’avevo notato ancora prima che ci salutasse. È uno studente di Claudio?”.

Annuisce, un gesto meccanico e molto, molto lento.

“Oh, quindi potrei beccarlo in facoltà uno di questi giorni”.

Bofonchia qualcosa di incomprensibile ed è assolutamente adorabile. Ridendo, porto una gamba su di lui per mettermi a cavalcioni, spaccando il giornale a metà con la mia atletica manovra. Mi sa che ho anche rotto la cucitura dei pantaloni.

Francesco mi guarda scocciato, tenendo tra le mani i due pezzi di giornale. Sorridendo, poggio le labbra sulle sue.

“Sei buffo quando sei geloso”.

Con un sospiro si toglie gli occhiali: “Non dire scemenze”.

Fa per poggiarli sul comodino, ma io li prendo prima e me li metto. Osservo la stanza, poi lui: “Oh, non sei completamente una talpa”.

“Ma dai?”.

Me li toglie di dosso, ignorando il mio gemito di scontento, io tendo le mani come un bambino a cui hanno sequestrato un giocattolo. La smetto di guaire quando si tira su per prendere delicatamente il mio viso e baciarmi, con una traccia di caffè.

Emetto uno strampalato verso di stupore quando mi cappotta contro il divano, le sue gambe ai lati delle mie, i suoi gomiti intorno alla testa.

“Mi sento un po’ placcato, qui”.

Sorride, una muta risata nel petto. Trattengo le fusa alle sue dita che mi accarezzano i capelli, emetto un lungo sospiro di contentezza al lento bacio che ci scambiamo, chiudo gli occhi. Non appena ci separiamo non aspetto di riavere il fiato prima di parlare e sbiascico qualcosa di incomprensibile.

“Prego?”.

Gli faccio cenno di aspettare e prendo lunghe boccate, nemmeno fossi andato in apnea per due minuti invece che in un bacio di una trentina di secondi. Ma ho appena avuto un’illuminazione e non posso assolutamente tacerla.

“Questa è la relazione più lunga della mia vita”.

Mi guarda scettico, o forse è compatimento. “Stiamo insieme da nemmeno tre settimane” fa notare con voce atona.

“Lo so”.

“Non sei stato con nessuno per più di due settimane? Ciò è molto triste”.

Corrugo la bocca, offeso: “Se proprio vuoi saperlo, il mio record è di sei mesi e cinque giorni”.

“E quanti minuti?”.

“Eh, aspetta un attimo che conto…”.

Mi fermo al suo sorriso bastardo. Gli infilo un dito nel fianco: “Ti aborro!”.

“Perché hai detto che questa è la più lunga?”.

Sorrido: “Perché conto di stare con te ancora molto, molto a lungo”.

Dopo un attimo di sorpresa, in cui gli occhi grigi che adoro si sbarrano per lo stupore, Francesco sorride. E davvero, mi manca il respiro, non credo di averlo mai visto, un sorriso così. Sembra brillare, o forse è solo la luce che viene dalla finestra.

Mi sposta un ciuffo dagli occhi: “Sentiamo, quanto a lungo dovrei sopportarti?”.

“Non saprei…qual è la media della vita di un uomo?”.

Ci incontriamo a metà strada in un bacio passionale, le mie gambe si stringono intorno alla sua vita. Decisamente, il Koala è il nostro totem. Devo trovarne uno di peluche da regalargli, anche come premio per il suo portarmi in braccio in stanza da letto per una ripassata come si deve.

Camminare domani potrà essere problematico, ma farò questo sforzo.

 

Nel bel mezzo della notte, un mio arto in preda ad una crisi anarchica sbatte contro il comodino, all’insaputa del resto del corpo e soprattutto del mio cervello. Non riesco a capire come poi, anche perché ero tra le braccia di Francesco quando è successo e in genere dopo aver raggiunto un lieto fine di quelle proporzioni entro in una sorta di letargo. In ogni caso, nel sonno devo avere una forza micidiale.

Balziamo entrambi a sedere al fracasso provocato dal lume che si infrange al suolo, con un boato nemmeno ci fosse stata una bomba dentro. La mia testa va a sbattere contro qualcosa di duro e ci porto sopra le mani, sicuro che in mattinata ci troverò un bel bernoccolo.

Rimaniamo entrambi in silenzio, pregando che…le nostre speranze sono vane, Manuele comincia ad urlare come un macaco arrabbiato. Quasi in contemporanea, sia Francesco che Valerio inveiscono, lo stesso, elegante stile a macchiare gli improperi. Francesco accende il lume dal suo lato, l’unico ancora intero. Si tiene la mascella, oh… ecco contro cosa ho schiantato la nuca.

Mi lancia un’occhiataccia: “Si può sapere che hai combinato?”.

“Ma…che è successo?”.

Sbuffa e torniamo a sdraiarci sul letto con uno sbuffo sincrono. Francesco muove la mascella per controllare che non si sia rotto nulla, decisamente da quando mi conosce si fa male ogni ventiquattro ore. Sbadiglio e affondo la testa nel cuscino, cercando invano di riprendere a dormire nonostante il pianto incessante di Manuele. Passano i minuti, una buona mezz’ora, un’ora, ma il bambino non sembra intenzionato a calmarsi. Chissà cosa gli è preso, in genere è un angelo il pupo.

Francesco si tira a sedere: “Fai tacere quel coso!”.

La voce di Valerio arriva dall’altra parte della casa.

“L’avete spaventato! Non è colpa mia se fate cose strane lì dentro!”.

“Certo, dormire è davvero uno strano hobby!”.

“Tutti hanno lampade che si fracassano da sole! Come ho fatto a non pensarci prima!”.

“Lampade suicide…” mormoro, lo sguardo perso mentre fantastico ad occhi aperti. Francesco borbotta qualcosa e scende giù dal letto.

“Dove vai?”.

Mi punta un dito contro: “Tu non ti muovi, hai già fatto abbastanza danni”.

Raccolgo le braccia al petto ma non lo seguo. Incredibilmente, dopo qualche minuto, la sirena cessa le sue strazianti grida. Sospiro, aspettando che Francesco ritorni. Non mi accorgo nemmeno di addormentarmi, abbracciato intorno al cuscino di Francesco, inondato del suo stesso profumo.

 

Al mattino, mi trascino decisamente rimbambito nel corridoio. Intravedo la mia immagine allo specchio, tengo gli occhi socchiusi per combattere la luce del mattino ma noto lo stesso i capelli sparati nell’aere. Sbadigliando e con una lieve zoppia, mi affaccio sul salone e in cucina, ma sono deserti. Con la stessa reattività di un morto vivente mi affaccio sulla camera di Valerio e Manuele. Sbatto gli occhi più volte, credendo di stare ancora dormendo, o di aver mangiato qualcosa che mi ha fatto male. Mi appoggio allo stipite per non sciogliermi lì, sospirando come fa mia madre nei momenti delle confessioni dei film d’amore. Penserò più tardi al come e perché la mia virilità si sia orrendamente uccisa.

Francesco dorme sul bordo del letto più vicino a me, un poco piegato sul fianco destro. Anche Valerio è nel mondo dei sogni, ha il figlio attaccato al collo e le manine paffutelle di Manuele sono mollemente incastrate nei suoi capelli. Non so se stanotte abbiano parlato ancora, ma i due fratelli sono circondati da un’aria pacifica che mi fa tremolare le ginocchia. Ne sono veramente capitate di tutti i colori, ma questo risveglio le vale tutte, anche se probabilmente riprenderanno a scannarsi non appena apriranno le palpebre. Cerco di trattenermi, ma al momento ho le stelle filanti al posto delle vene e le stelline negli occhi. Saltello sul posto, gridando come un selvaggio:

“Quanto siete teneri!”.

Francesco sobbalza e si tira a sedere, gli occhi spalancati e una mano sul cuore. Subito si incavola e prende il cuscino, tirandomelo contro una violenza devastante.

“Andrea, basta!”.

Ma io non mi faccio distogliere dal giubilo e mi lancio sul letto per stringergli le braccia al collo, mentre Manuele riprende a piangere e Valerio si copre il viso con un braccio, mormorando con voce sofferente: “No, non di nuovo…”.

Poggio un bacio sulla guancia di Francesco e zampetto via, colto da un’idea meravigliosa.

“Vado a comprare la colazione!”.

Ho la dolcezza che mi esplode nel cuore, tutto va così bene che sento il petto gonfio e gli occhi lucidi, mancano solo dei dolci veri per completare l’arcobaleno di gioia che mi sovrasta. Mi sento un uomo confetto ma mi sono arreso tempo fa a non essere un duro e ho tutti i motivi del mondo per essere contento. Amo Francesco, non vorrei peccare di iubris ad affermare che lui ami me, tutti coloro a cui tengo stanno bene…sento di poter affrontare una gara di triathlon ora come ora.

Canticchiando prendo il portafoglio e apro la porta di casa, con un sorriso che mi spezza la faccia.

“Andrea, dove diavolo stai andando in pigiama?”.

Che dire? La coerenza è una cosa molto importante.

 

 

6 commenti su “PAROLE NEL WEB: “UNIVERSITAS IN LOVE” di Melian_Belt

  1. Annanelly
    29 dicembre 2015

    Piaciuto molto. Adesso con calma in questo periodo a casa dall’ufficio lo rileggerò tutto di un fiato e mi godrò i particolari che magari mi sono sfuggiti.
    Complimenti a Melian, di cui ho letto altri racconti e che spero di rileggere su Tre!

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    • selvaggia
      29 dicembre 2015

      Speriamo, mai dire mai. Grazie di averci seguito con così tanto affetto. Un abbraccio

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  2. Anna
    29 dicembre 2015

    Ho letto con molto piacere questo racconto… Ecco forse magari fossi il povero Francesco un paio di cornetti rossi li appenderei in casa… ma in ogni caso l’Amore ha trionfato anche questa volta.

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    • selvaggia
      29 dicembre 2015

      ehehhehhhe… in effetti, Andrea sembrava essere proprio la classica calamita attiraguai. Grazie per averci lasciato spesso un segno del tuo passaggio nel blog e speriamo di pubblicare presto qualcosa di nuovo. Un abbraccio

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      • Anna
        30 dicembre 2015

        In realtà sono io che dovrei ringraziarvi per questo blog sempre interessante e aggiornato… ecco… solo non aspettatevi miei commenti nei romanzi bds… quelli non sono proprio il mio genere!

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  3. Barbara Milicia
    30 dicembre 2015

    Bellissimo ! Complimento a Melian.

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Questa voce è stata pubblicata il 28 dicembre 2015 da in Parole nel web, Racconti originali e talenti nascosti con tag , , .

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