Tre libri sopra il cielo

Blog dedicato alla letteratura M/M e Lgbt in tutte le sue sfaccettature

PAROLE NEL WEB: “GUARDA IL SOLE, PREGA E SPERA” – di M.B. Sullivan

PAROLE NEL WEB
Amate scrivere, ma fino a ora non avete mai osato far leggere a nessuno un vostro lavoro?
Vi piacerebbe mettervi in gioco e conoscere il parere dei lettori?

Tre libri sopra il cielo” vuole mettere il proprio blog al servizio degli autori emergenti che scrivono racconti M/M e LGBT, creando uno spazio apposito a loro dedicato, all’interno del quale verranno presentati gli autori e verrà pubblicato il racconto.
Oltre che sul blog, pubblicizzeremo sulla pagina Facebook, su G+ e sul profilo Twitter.

Quindi se avete un racconto chiuso in un cassetto e volete farlo conoscere, contattateci alla nostra mail 3librisoprailcielo@gmail.com, o tramite messaggio privato su Facebook o Twitter e vi forniremo tutti i dettagli.

 

Carissimi amici e amiche, vi ricordate di Sam e Ollie? Vi ricordate di quella struggente one-shot che una nostra gentilissima lettrice ci aveva mandato per essere pubblicata sul blog? Si chiamava “Ricordi come eravamo, Ollie?”.  Beh… preparate i fazzoletti perché ecco qui per voi un piccolo seguito di quella tenerissima storia d’amore.

Buona lettura.

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GUARDA IL SOLE, PREGA E SPERA

-Se così deve essere, tornerà –

Turn your face toward the sun,
let the shadows fall behind you.

Tell a pray, just carry on
and the shadows will never find you.

 

“Non possiamo continuare in questo modo.” Mormora con tono alterato la prima figura. È un uomo imponente, ormai anziano, con la mani grandi e forti e i capelli ingrigiti ma folti e soltanto le lentiggini sul viso ricordano che anni addietro, probabilmente, quegli stessi capelli erano rossi.

“Devi dargli tempo. Solo il tempo cura il dolore.” La seconda figura è più minuta, porta sul viso i segni di una preoccupazione che solo una madre può provare. Anche lei ha passato gli anni giovanili. Li ha passati a prendersi cura della stessa creatura che stava osservando con il marito.

“Il dolore per cosa? La morte non torna sui propri passi, non tornerà da lui. Perché ogni giorno deve fare così?” L’uomo ha iniziato a gesticolare. Si intravede una preoccupazione diversa nei suoi occhi. Qualcosa che ha che fare con i sussurri della gente, con l’udito fino di orecchie che non dovrebbero sentire e con labbra che si aprono per sibilare ignominie.

Il pettegolezzo. La loro famiglia era già stata colpita una volta da una disgrazia e lui non aveva più l’età o il temperamento per difendersi e difendere i suoi cari da un trattamento peggiore di quello che avevano riservato a uno storpio.

“La gente parla. Lo facevano prima ancora che iniziasse a interpretare il ruolo della vedova affranta!” Il padre non è un uomo cattivo. Ama suo figlio e ama la moglie e proprio per questo vorrebbe che niente facesse loro del male. “Come credi che lo guardino? Passa le sue giornate seduto lì o a scrivere assurde lettere che non spedisce mai.”

“A me non importa come lo guardano. Sta soffrendo, dovresti provare a capirlo, invece di preoccuparti degli altri lì fuori. È dentro casa che hai un problema, non fuori.”

La madre torna dentro, ma non prima di aver dato uno sguardo al ragazzo che sedeva sotto l’albero con lo sguardo perso nel vuoto. Sospira con espressione affranta. Avevano dovuto portarlo via dalla sua casa, perché da solo non era in grado di occuparsi di se stesso. Eppure lei temeva che quel gesto avesse solo peggiorato la situazione.

“Vado a preparare la cena.” Lascia il marito sulla soglia, sparendo oltre la porta di casa.

L’uomo sembra indeciso. Non sa se raggiungere il figlio o la moglie. Dopo qualche minuto di silenzio – con la sola compagnia della brezza estiva serale che soffia sul viso, rinfrescando le nottate – il padre del giovane stringe i pugni sul legno, sospirando.

 

*******

 

Caro Oliver,

Sono ancora qui. Non passa giorno senza che io ti pensi, senza che io ti scriva.

Purtroppo non posso raggiungerti. Le mie gambe mi hanno abbandonato, ricordi?

Ti ricordi di me, Oliver? Ti ricordi che ho promesso di aspettarti fino a quando non saresti tornato?

Forse non lo ricordi. Forse sei morto davvero, come dicono tutti. Non hai più risposto alle mie lettere da quanto? Da prima che mi dicessero che eri scomparso.

Improvvisamente, una dopo l’altra, inesorabilmente, sono tornate al mittente. Chissà da quanto non ne leggi una.

Inizio a pensare che, forse, tu non ne abbia letta nessuna. Inizio a pensare che volessi solo andartene e sparire dalla mia vita. Anzi, che io sparissi dalla tua vita.

E sai, Oliver? Fa male. Fa malissimo. Giorno e notte sento un dolore all’altezza del petto, come se qualcosa mi stesse corrodendo. Come se qualcosa mi stesse stringendo il cuore e i polmoni con tutta la forza possibile, impedendomi di respirare, di pensare ad altro o di non piangere.

Sono rimasto solo, Oliver. Solo.

Non ho mai avuto molti amici oltre a te, soprattutto dopo l’esplosione. Sei stato sempre l’unico a prendersi cura di me, dopo i miei genitori.

E non sanno più cosa fare, Oliver. Mi hanno portato via dalla nostra casa e io non posso certo tornare. Credono – hanno paura anzi – che io non sia in grado di pensare a me stesso. Temono che mi lasci morire.

Non posso farlo, la verità è questa. Sto aspettando il tuo ritorno, un segno, qualsiasi cosa. Ormai sono passati quattro mesi, sto iniziando a perdere le speranze.

Non voglio farlo, non vorrei farlo. Non voglio arrendermi come hanno fatto tutti. I tuoi compagni, i tuoi genitori, i miei.

Hanno organizzato il tuo funerale con una bara vuota, Oliver!

Eppure io lo sento, lo sento come il dolore al petto. Sento che sei ancora vivo, chissà dove, forse solo. Ho letto che alcuni soldati hanno perso la memoria, forse è capitato anche a te.

Quindi, mi chiedo, perché? Perché continuo a scrivere lettere come un disperato? A chi le spedirò? Solamente io leggo queste parole! Sono solo un imbecille! Uno storpio quattr’occhi stupido! La gente mi guarda come se fossi uno scherzo la natura e tu chissà dove sei! Non è possibile, non posso continuare a piangere per una persona morta!

Devo capire che sei morto! Non tornerai più, mai più. Resterò solo, solo per sempre seduto sotto questo albero a piangere!

Fa male. Fa tanto male Oliver.

Torna a casa

Ti prego.

Torna da me.

Oliver…Ti prego.

 

Sono sempre io,

il tuo Sam.

 

*******

 

“Samuel.”

Una mano su una spalla, uno sguardo comprensivo. Quante volte ormai lo aveva visto così? Il corpo magro scosso dai singhiozzi, le lacrime senza fine a bagnare le maniche della camicia chiara e le gambe abbandonate sul terreno ancora caldo dalla giornata passata. In lontananza si udivano ancora le cicale cantare su qualche albero, nonostante il sole stesse tramontando.

“Samuel, basta così per oggi.” Il padre si siede accanto a lui. Lo dovrà prendere in braccio per portarlo dentro: suo figlio non cammina più da qualche anno. “Samuel, ascoltami…”

I capelli rossi e ricci vengono stretti tra le dita con più forza, mentre il pianto continua.

Non c’è fine, non ci sarà mai. Un dolore come quello non finisce mai di attanagliare. Diventa più debole, non distrugge più le giornate una dopo l’altra, ma ti prende con forza solo in alcuni momenti, a causa di un gesto, una parola, una nota.

La perdita di una persona amata uccide un po’ anche chi viene lasciato a vivere.

“Samuel, basta.” Lo avvolge con le braccia, stringendo con energia il figlio disperato. Stranamente non reagisce. Molto spesso veniva preso a pugni e al pianto seguivano le urla di dolore disperate.

“Samuel ho una cosa da dirti. Un proverbio che mi è capitato di sentire qualche tempo fa e che credo…” Si interrompe, accarezzando la testa del ragazzo. “Credo che potrebbe essere qualcosa che anche Oliver ti direbbe, se fosse al posto mio.”

Le mani lasciano i ciuffi di capelli, mentre Samuel continua a piangere, ma più lentamente, senza singhiozzare.

“Volgi il viso al sole, Samuel. Lascia che le ombre cadano dietro di te, dì una preghiera e le ombre non ti troveranno mai.” Sussurra lentamente vicino al suo orecchio con quello stesso tono con cui raccontava loro le favole, quando ancora erano piccoli e ignari di tutto. “Vivi, Sam. Smetti di piangere per Oliver. Lui… Sam, Oliver ha passato tutta la sua vita a insegnarti come stare al mondo, ad aiutarti e ora stai facendo l’opposto per cui lui si è tanto impegnato. Se non vuoi ascoltare noi, fai ciò che lui diceva. Non permettere al dolore di distruggerti. Guarda il sole, continua a pregare e sperare, ma non ti abbattere. Se così deve essere, Oliver tornerà.”

“È pronta la cena!” La voce della donna li raggiunge e, senza aspettare o sentire proteste, il padre solleva Sam ancora una volta, lasciandosi stringere.

Ancora una volta la porta di casa si richiude, mentre il sole tramonta.

 

*******

 

I genitori di Samuel morirono qualche anno dopo: la prima a lasciare il mondo fu la madre, poi venne il padre che, fino alla propria morte, continuò a occuparsi del figlio.

Sam tornò nella casa che lui e Oliver avevano costruito. In effetti, solo Oliver la costruì. Lì, venne raggiunto giorno dopo giorno dalla sorella che lo avrebbe aiutato dalla morte dei genitori in avanti, fino a quando non sarebbe partito per raggiungere l’uomo che aveva aspettato tutta la vita.

A quella lettera, in seguito, Sam ebbe modo di aggiungere qualche riga.

“Volgi il viso al sole, lascia che le ombre cadano dietro di te. Dì una preghiera e le ombre non ti troveranno mai.”

Quando finalmente Oliver lesse ogni parola di ogni riga di ogni foglio di ogni lettera scritta ogni giorno, ogni mese di ogni anno passato senza di lui, quella frase lo fece sorridere con calore. Sam aveva portato con sé tutto quello che aveva vissuto nei lunghi anni passati distanti.

“Non ricordo di avertelo detto mai, Sam.”

“Infatti, non lo hai mai detto. È stato mio padre a dirmelo. Pensava che al suo posto me lo avresti detto anche tu.”

Oliver avrebbe sorriso ancora e avrebbe ringraziato il padre dell’uomo che amava e aveva sempre amato con una preghiera.

di M.B. SULLIVAN

 

La canzone utilizzata alla quale l’autrice si è ispirata per scrivere il racconto è di Rhianna – Towards The Sun.

 

L’autrice:

M.B. Sullivan è nata e vissuta a Venezia, è un’amante dei felini, della scrittura, della lettura, del teatro – il suo grande amore resta Shakespeare – e dello spettacolo. Ha cambiato undici volte (volta più o volta meno) il colore dei propri capelli corti o del ciuffo che la caratterizza, spesso sconvolgendo i parenti.

Da che ne ha memoria, ha iniziato a creare mondi e personaggi fin da piccola, riuscendo a scriverne solo più avanti nel tempo, in seguito agli studi classici che l’hanno aiutata nel lato più tecnico. Dopo un anno e mezzo di università – un tentativo mal riuscito di frequentare il Dams – si destreggia tra un lavoro e l’altro, un viaggio a Roma e un corso di doppiaggio nella Capitale, un corso di teatro e uno spettacolo, utilizzando ogni momento libero per riversare parole sulla carta.
Scrive per lo più racconti originali di non troppe parole, soprattutto di genere slash.

3 commenti su “PAROLE NEL WEB: “GUARDA IL SOLE, PREGA E SPERA” – di M.B. Sullivan

  1. M. B. Sullivan
    3 febbraio 2016

    L’ha ribloggato su Pensiero Satellitee ha commentato:
    Il seguito, in ordine di scrittura, di quella lettera che tanti pianti addusse ai lettori…Volendo scriverlo in modo poetico. Buona lettura.

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  2. Laura
    14 febbraio 2016

    Bello, intenso, mi è piaciuto molto. Grazie,

    Mi piace

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Questa voce è stata pubblicata il 3 febbraio 2016 da in Parole nel web con tag , , .

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