Tre libri sopra il cielo

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PAROLE NEL WEB: “UNIVERSITAS IN LOVE” di Melian_Belt

Cari amici e amiche, eccoci al secondo appuntamento settimanale della rubrica “Parole nel web“. Andrea e Francesco si prendono un paio di capitoli di pausa… serenità e tranquillità, senza troppi disastri. Ma non adagiatevi sugli allori… ci saranno ancora dei grossi scossoni.

Buona lettura.
COVER PER UNIVERSITAS

TRAMA: Andrea è il nuovo arrivato tra i docenti di un’università di legge, e anche il più giovane. Considerato un genio, è arrivato fin lì solo ammazzandosi di studio, ma certo il suo carattere non è proprio quello di un rispettabile professore! Impacciato e confusionario, la presenza di un collega gelido come un iceberg e di un’acidità unica non è proprio la cosa migliore per metterlo a proprio agio! Come farà?

CAPITOLO VENTOTTO – GRAZIE

 Poggio la mano a lato del suo viso e lo sposto, strofinando leggermente le labbra sulle sue.

Sorrido: “Mi dispiace di aver fatto il bambino prima”.

Afferra le mie dita, stringendole piano nel suo palmo. Sospira appena e nasconde lo sguardo nelle lenzuola tra di noi: “A me piacciono gli animali, lo sai”.

“Mi era parso strano che non ne volessi nemmeno uno”. Rido: “Certo non intendevo prenderli tutti”.

Abbozza un sorriso, gli occhi riflettono qualcosa su cui la sua mente si sta perdendo.

“Non saranno mai…” si blocca, incerto sul proseguire o meno.

“Come Giggio, ecco…”. Sbuffa, probabilmente scocciato dal lasciarsi andare a simili discorsi: “Mi sembrava presto. Ma va bene”.

Rimango in silenzio. È ufficiale, essere più stupido di me proprio non c’è. Che diamine, lo sapevo che teneva a quel gatto, aveva tutto il diritto di non volerlo rimpiazzare così presto. Piego la bocca in una smorfia dispiaciuta: “Scus…”.

“Non dirlo, sono contento di averli presi”.

Con la celebre mossa del lombrico laterale, mi avvicino a lui, lasciando scivolare le dita sulla pelle morbida del suo collo. Accosto piano la bocca e vi poggio un bacio leggero, facendolo sussultare. Spalanco gli occhi, stupito: “Soffri il solletico?”.

“Di cosa pensavi fossi fatto, di cemento?”.

Non posso fare a meno di scoppiare a ridere. Mi incenerisce sul posto, il che non gli conviene perché i miei residui organici gli rimarrebbero sul letto: “Cosa?”.

Il braccio poggiato sulla sua spalla, giocherello con i ciuffi di capelli neri. Chi lo avrebbe mai detto, che saremmo finiti qui.

“Ho seguito una tua lezione, un giorno”.

“E perché mai?”.

Sorrido con aria colpevole: “Che posso farci, mi interessavi. Come a quella studentessa”.

Solleva gli occhi al cielo: “Lascerai mai stare questa storia?”.

“E’ divertente”.

“No, invece”.

“Proprio sì. Comunque, quella volta hai citato i pinguini di Madagascar”.

Rimane per un attimo in silenzio, tra l’interdetto e il tentativo di ricordare.

“I pinguini di Madagascar?” ripete piano. Annuisco con una ampio cenno della testa:

“Carini e coccolosi. Vi voglio carini e coccolosi”.

Corruga la fronte: “Di sicuro non ho detto a nessuno di volerlo carino e coccoloso”.

“Perché dovresti poi? Guarda che bell’esemplare che hai qui”.

Mi scompiglia la testa con un sorrisetto stanco: “Un perfetto esemplare di disadattato”.

Un lieve miagolio ci raggiunge nel nostro idillio post-coito, interrompendo il momento. Ci guardiamo per qualche secondo in una lotta di intenti, poi Francesco sospira: “Ho capito”. Incredibilmente scivola giù dal divano con compostezza umana, invece io credo di aver bisogno di una gru. Con sforzo micidiale mi sollevo sui gomiti, in tempo per vedere Francesco chiudersi i pantaloni. Mi poggio una mano sul petto: “Puoi anche non rivestirti, non mi scandalizzo mica”. Una camicia mi vola addosso, coprendomi la visuale.

“Idiota”.

Ridendo mi tolgo il capo di vestiario dalla testa, osservandolo con aria poco sveglia mentre apre l’armadio. I muscoli della braccia si flettono in un movimento, che trova riscontro con quelli della schiena,  ondulatorio attraverso i dorsali. In questi ultimi tempi, ho notato che Francesco non mangia molto e mi chiedo come riesca a procurarsi carburante a sufficienza per mantenere quel popò di roba. Di profilo e senza maglietta si nota che non è un divoratore di mondi come me, quando si china si intravedono le costole a fianco dell’addome… di certo il coma gli ha fatto perdere qualche chilo. Un po’ devo ammettere di invidiarlo, ma avendo io l’usufrutto di quella meraviglia lì, non posso fare a meno di gongolare. Si infila rapidamente una maglia e un pullover grigio a collo alto dall’aria vecchia, che non gli avevo mai visto prima d’ora.

“Ti sta bene” commento, piegando la testa di lato con fare analitico.

“Copriti, pervertito”.

Ed esce. Sollevo gli occhi al cielo e mi costringo a rotolare, allungando un braccio verso il pavimento prima di scivolare poco elegantemente contro la superficie fredda. Mi tiro in piedi e rimango incurvato, la schiena che mi minaccia d’ostruzionismo. Mi infilo il pigiama e vado in cucina, nonostante tutto quello che vorrei al momento sia andare a dormire. Non so nemmeno l’ora, ma quel poveraccio di là sarà stanco morto e, come si dice, hai voluto la bicicletta, adesso pedali!

Francesco è seduto su una sedia, lo scatolone poggiato sul tavolo. Sul palmo di una mano, tiene una di quelle palle di pelo, che tende le zampine alla cieca e le stringe intorno a un pezzo di carta, che Francesco deve aver imbevuto nel latte, essendoci la bottiglia per terra. Affacciandomi sugli altri topini miagolanti, sorrido: “Sono carini eh”.

Scrolla le spalle e nasconde uno sbadiglio, cercando di indirizzare il muso della bestiola verso il nutrimento. Mi siedo anch’io e prendo la bottiglia del latte e un pezzettino di carta, tentando con grande perizia tecnica di non fare uscire tutto fuori. Francesco mi osserva con espressione arresa e solo ora mi accorgo di avere la lingua fuori per la concentrazione. Alzo un po’ troppo il gomito e il latte mi scivola giù per il polso, entrando nella maglietta e finendo in parte sui pantaloni. Sollevo gli occhi al cielo, allargando le braccia come per ricevere la grazia. Francesco scuote il capo, allungandosi per prendere un secondo gattino e porgermelo.

“La testa è quella con le orecchie”.

“Ah, ah”.

Mi rigiro il batuffolo tra le mani, ma quel coso non ne vuole sapere di stare fermo. È normale che così piccolo già abbia artigli simili? Morde, il bastardo! Quando finalmente si placa, tiro un sospiro di sollievo: “Come li vogliamo chiamare?”.

Francesco, più nel mondo dei morti che in quello dei vivi, scrolla le spalle: “Fai tu. Basta che non siano nomi assurdi”.

“Ma che nomi pensi che potrei dargli, scusa?”.

“Che ne so” ribatte, cupo. “Padella e Mensola?”.

Rimango interdetto per un istante: “Mensola?”.

“Perché, Padella non ti piace?”.

Gonfio nervosamente le guance e decido di ignorarlo, scrutando uno per volta ogni gatto.

Con un dito punto quello addormentato: “Mycroft”.

L’altro nello scatolone continua ripetutamente a camminare e a cadere dopo dieci secondi buoni di barcollamento: “Matisse”.

Indico il kamikaze che ho in mano: “Sherlock”.

Infine il suo, pacificamente in via di addormentamento: “E… Spike”.

Cade il silenzio, gli occhi grigi di Francesco mi guardano senza espressione. Cerco di assumere l’aria più decisa possibile, probabilmente sembro solo un idiota.

“Bene” dice dopo un po’, anche se è evidente come sia piuttosto interdetto.

“Come hai fatto a capire che sono maschi?”.

Di nuovo istanti di silenzio. Incerto, sollevo il gattino in aria, studiandolo mentre lo tengo a penzoloni: “Ah… giusto”.

CAPITOLO VENTINOVE – JEALOUS GUY

Il mattino dopo è una tragedia greca. Alla fine siamo andati a dormire alle due di notte, ma ovviamente alle cinque quei demoni travestiti da gatti si sono messi a miagolare come forsennati. Ripetersi come un mantra li hai voluti tu ora alzati non è servito a migliorare la situazione. Chiamando a raccolta la mia forza d’animo, ho fatto perno sui gomiti nel duro viaggio verso il bordo del letto. Quando tutto ciò che ho ottenuto è stato finire con le braccia penzoloni e il lato del materasso contro le costole, Francesco ha borbottato qualcosa su disadattati incompetenti ed è uscito, barcollando in corridoio.

Per non so quale miracolo sono riuscito a non addormentarmi a lezione, magari ho inventato qualche parola inesistente, ma sono riuscito comunque a spiegare lo statuto comunale, la mano pigiata contro la fronte nel tentativo di tenere dentro le nozioni e non farle scappare. Fuori dall’aula trovo Francesco, lo sguardo distante di chi è nel mondo dei sogni. Ha i capelli appena molestati, probabilmente li ha artigliati per tenere la testa dritta. Porta gli occhiali, che nascondono leggermente i cerchioni in lega intorno agli occhi. Con un sorrisetto di scuse mi avvicino: “Andiamo?”. Fulmina un paio di studenti incuriositi e si preme i palmi delle mani sugli occhi, guadagnandosi solo una vista un po’ annebbiata dal modo in cui sbatte le palpebre.

In macchina tiene gli occhi ben puntati sulla strada, la mano destra che artiglia saldamente il volante, mentre la sinistra gli crea ancora qualche problema. Ogni tanto apre e chiude le dita e una leggera piega del viso segnala il suo sconforto. Stavolta non lo importuno o rischiamo di schiantarci contro un muro. Non ne ho nemmeno le forze, mi schiaccio contro la portiera e lì rimango come una lucertola. Gli occhi mi si chiudono, li costringo ad aprirsi ogni volta che la macchina si ferma per vedere a che punto siamo. Con il passare dei minuti il cervello si disconnette dal senso della vista e non ci capisco più nulla, per quanto mi riguarda potremmo anche essere a Città del Capo. Percepisco la mia mascella allentarsi mentre il lato destro della faccia si spiaccica contro il vetro.

“Non sbavarmi sulla macchina! Che cavolo, non lo fa nemmeno Brioche!”.

Mi tiro su, le iridi si vanno a incrociare e fanno un giro prima di tornare al loro posto solito.

“Non sto sbavando” sbiascico, ma non sono tanto sicuro che si sia ben capito. Per esserne sicuro mi passo una mano sulla faccia e sorrido trionfante “Visto?”.

Solleva gli occhi al cielo, la bocca piegata in una smorfia. Non appena entriamo in casa, mi lascio cadere sulla prima superficie morbida oltre al tappeto: il divano. Francesco si trascina in cucina senza dire parola. Sento il frigo che si apre e allungo pigramente il braccio verso il telecomando. Se mi addormento ora mi si sbalza tutto e dormirò il pomeriggio, vivendo di notte come un pipistrello per le prossime settimane, mi conosco troppo bene. Accendo e la telenovela che appare mi fa salire un brivido su per la schiena, quindi direi che è meglio lasciar perdere. Il secondo programma è un cartone animato con personaggi di pongo. Corrugo la fronte: non mi piacciono quelli con personaggi di pongo.

Continuo a fare zapping, sperando che ci sia qualcosa in grado di tenermi sveglio. In questo momento, la televisione si illumina di un bagliore ancestrale. Balzo a sedere, il telecomando ancora puntato verso l’apparecchio, la bocca e gli occhi spalancati. Un tizio allucinante, muscoli perfetti, spalle tatuate, in un costume a pantaloncino blu che gli riprende gli occhi, esce dall’acqua. Rimango immobile, osservando con perizia tecnica il pacchetto da sei uova che si ritrova sullo stomaco, mentre con la ritmica giusta si passa una mano tra i corti capelli neri, scoprendo gli occhi blu. Non mi accorgo nemmeno che Francesco è rientrato, una bottiglietta d’acqua in mano. Mi guarda perplesso, prima di rivolgere lo sguardo allo schermo e di nuovo a me, l’espressione modificata in una di blando rimprovero.

Mi rendo conto della sua presenza solo quando si avvicina e mi colpisce in testa con la bottiglia. Alzo una mano in un cenno che chiede di non essere disturbato.

“Aspetta, potrebbe rivestirsi”.

Sospira e si lascia cadere vicino a me, pur ciondolando con il capo. Poggia la testa su una mano e guarda il televisore con la fronte aggrottata.

“Sei proprio messo male” ribatte, richiudendo la bottiglia con un gesto secco. La scena cambia e anche lo status del mio cervello passa da “occupato” ad “attivo”. Raccolgo le braccia al petto.

“Non lo faccio sempre” protesto. “È quello lì che mi ha provocato”.

Mi lancia uno sguardo scettico e mi mette la bottiglia in grembo in modo poco delicato.

“Sì certo”.

Anche lui ha le braccia incrociate e ora fissa il vuoto verso il corridoio, il viso contratto in un leggero corrucciamento. Ah, ma chi lo avrebbe mai detto!

“Sei geloso?”.

Si gira di botto, una scintilla incendiaria nello sguardo : “Prego?”.

Sorrido a pieni denti: “Sei geloso”.

“Non… non sono geloso di uno stupido bellimbusto della televisione. Come diavolo ti salta in mente?”.

“Sì certo”.

“Io, al contrario di qualcun altro, sono un uomo maturo, chiaro?”.

Continuo a sorridere. Anche se non apprezzo la gelosia, da parte di uno come lui, che si fa sempre l’uomo tutto d’un pezzo, ha qualcosa di ironico.

“Giusto”.

Rimaniamo in silenzio e io prendo a giocherellare con l’etichetta della bottiglia. Con l’eleganza furtiva di un bisonte, mi sposto verso di lui, che mi ignora imperterrito. Dà segno si essersi accorto della mia esistenza solo quando sono a mezzo centimetro da lui.

“Si può sapere che vuoi?”.

Assumo l’aria più innocente possibile: “Io? Niente”.

Si volta dall’altra parte, le dita che tamburellano sul bracciolo del divano. Con un’ultima manovra mi accosto e poggio la gamba contro la sua. Mi guarda male con la coda dell’occhio, ma non dice niente. Mi abbasso come una pantera prima dell’assalto e balzo in avanti, poggiando la bocca sul suo collo mentre con una mano lo avvicino.

“Andrea, piantala!”.

“No” ribatto, sorridendo contro la sua pelle. Strofino le labbra su e giù, baciando a ventosa l’attaccatura con il viso. Mi poggia le mani sulle spalle.

“Andrea su…”.

Scendo con una scia di baci leggeri, appena accennati, mentre lo spingo giù. Porto le gambe intorno ai suoi fianchi e le mani dietro la sua nuca, cambiando lato. Non posso fare a meno di ridere quando lo sento trattenere il respiro a un lieve morso in un punto sensibile. Mi tiro su e lo bacio sulle labbra, vittorioso: “Ho scoperto il tuo punto debole hm?”.

Arrossisce, pericolosamente tra l’imbarazzato e l’incazzato. Stavolta scendo con più vigore, esplorando la sua bocca con forza quando si apre sotto di me. Passo le mani sul suo viso, sul collo, per le spalle, poi giù per il petto, un irrazionale desiderio di poter toccare tutto insieme. Ha il fiatone anche lui quando ci lasciamo, oltre ai capelli ormai completamente in disordine. Un rumore mi ricorda che c’è ancora la televisione accesa e mi giro a guardare.

“Oh, anche quel biondino non è male”. Chissà come mai, mi trovo sempre a essere buttato per terra in questa casa.

Quando Francesco si alza temo che si sia arrabbiato sul serio, ma a vederlo sorridere tiro un sospiro di sollievo. Mi tiro su e lo raggiungo, trovandolo davanti ai fornelli.

“Posso aiutarti a cucinare?”.

“No grazie, ci tengo ad avere una cucina”.

“Che antipatico” borbotto, ma con uno sbadiglio vado a togliermi di dosso i vestiti di lavoro.

Seduto sul divano come un cane bistrattato, tiro fuori il cellulare, pensando che tanto valga chiamare casa, prima che lo facciano loro in un momento non… idoneo.

“Pronto”.

“Ciao mamma”.

“Tesoro! Come stai?”.

Per la seconda volta, il mistico telefono di casa Calandra suona. Stupefatto, rimango in silenzio, chiedendomi se non ci siano dei fenomeni paranormali secondo i quali se io sono in contatto con la mia famiglia, allora anche quel coso deve farsi sentire. Magari è un essere vivente e ha delle manie di protagonismo. Francesco appare nel salone, un’aura intorno che i Dissennatori di Azkaban fuggirebbero senza nemmeno fare le valigie.

Subito mi tiro in piedi, facendogli cenno che vado in camera. Lui annuisce con viso granitico e sono nel corridoio quando lo sento dire: “Ancora tu?”.

“Tesoro, tesoro!”.

“Sì sì sono qui!”.

“E che ne so, non rispondevi più!”.

“Mi sono spostato. Come va?”.

Dal salone non si sente niente e nell’entrare in stanza sto bene attento a non avvicinarmi al comodino, per evitare di fare una seconda scena come quella di ieri.

“Noi tutto bene. A te come va il lavoro?”.

Eccola, con la sua assolutamente non prevedibile tattica del girarci intorno prima di arrivare al punto.

“Va bene. Fino a ora non credo di aver ucciso nessuno per sbaglio”.

Ride: “Non è male come risultato. E dimmi… com’è il tempo lì?”.

Scuoto il capo, davvero non sa più che inventarsi: “Oggi è stato un po’ nuvoloso, ma adesso sta uscendo il sole”.

“Oh, bene. E fa freddo?”.

“Un po’”.

“E… c’è il tuo amorino lì?”.

Vado in fiamme, allarme autocombustione!

“Mamma! Ma che dici!”.

“Dai sono curiosa! C’è?”.

Sospiro: “Nell’altra stanza”.

“Ah… non ci posso proprio parlare?”.

Parlare? Nella mia mente si susseguono a razzo i vari scenari di una conversazione tra lei e Francesco, tutti finiscono con la mia tragica morte.

“Ma nemmeno per sogno!”.

“Solo un attimo!”.

“Ho detto di no! È impegnato!”.

“E che sta facendo?”.

Sospiro, passandomi una mano fra i capelli. Maledetto il momento in cui ho pensato di telefonarle. “Sta… parlando con il fratello, credo” mormoro.

“Capisco. Sarà per la prossima volta”. Perché sembra tanto una minaccia?

“Ora ti lascio tesoro, sono arrivati gli zii per cena”.

Sono appena le quattro del pomeriggio, ma non vedo l’ora di terminare questa discussione quindi non glielo faccio notare.

“Va bene mamma, salutameli”.

Attacco, prima che un’altra parte della mia folle famiglia decida di voler parlare con me. Sollevo il capo e rimango paralizzato sul posto, accorgendomi di Francesco in piedi sulla porta. Ha le mani in tasca, gli occhi intorbiditi in un’espressione che non riesco a decifrare.

“Io non ti ho mai detto di avere un fratello”.

 

4 commenti su “PAROLE NEL WEB: “UNIVERSITAS IN LOVE” di Melian_Belt

  1. Manuela
    21 novembre 2015

    La capacità di Melian di coinvolgere il lettore è qualcosa di incredibile, avevo già letto questa storia ed ora la sto rileggendo ed è come la prima volta..io ho scoperto Melian tempo fa e il suo stile mi ha subito coinvolto….le sue storie sono così, potresti rileggerle anche 20 volte che non ti stancano mai e ne godi ogni parola ad ogni lettura…. Io non posso che ringraziarvi per averla trovata e pubblicata perché secondo me merita davvero di essere conosciuta.

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    • selvaggia
      21 novembre 2015

      Hai proprio ragione Manuela, ha uno stile accattivante che ti coinvolge subito. Speriamo di poter ancora pubblicare qualcosa di suo, alla fine di Universitas. Continua a seguirci e un abbraccio

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  2. Annanelly
    22 novembre 2015

    Ma Calandra sciogliersi un pochino no?
    Sembra che le coccole le accetti, manco le gradisca!
    Speriamo diventi un po più socievole almeno nell’interno della loro coppia, che coppia non mi sembra tanto per il momento, ma coinquilini con benefici.

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    • selvaggia
      22 novembre 2015

      Ehhh, il Calandra è davvero tutto d’un pezzo… Ma come molti, nasconde anche tanto. Abbi fede e a mercoledì. Un abbraccio

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Questa voce è stata pubblicata il 21 novembre 2015 da in Parole nel web, Racconti originali e talenti nascosti con tag , , .

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